In morte di un amico

È morto Peppino Ossorio

Sono trascorsi cinquantacinque anni, se non ricordo male, da quando il mio amico e compagno di stanza e di lavoro Piero Rostirolla, mi presentò Peppino Ossorio. Di tre anni più anziamo di me, era già molto attivo nel partito Repubblicano napoletano, quello vero, quello dei Galasso, dei Del Vecchio, e di Chinchino Compagna di cui Peppino era un fedelissimo, un’ombra, e di tanti giovani entusiasti.

Piero era iscritto se non sbaglio, ad una sezione al Vomero della quale Francesco Serao, giovane commercialista era uno degli animatori, ed in quella sede incontrai per la prima volta Peppino.
Seppi anni dopo che ero stato iscritto anche io, dall’attivissimo Francesco, ma questa è un’altra storia.
Peppino era una fucina di idee ed un organizzatore di eventi ed iniziative, simpaticissima espressione di quella giovialità napoletana istintiva, e fu subito intesa. Ci vedemmo in seguito con altri amici che condividevano le stesse idee politiche e gli stessi valori etici e morali che contraddistinguevano a quel tempo il partito, fino a quando non decisi di trasferirmi a Roma.

Riprendemmo a vederci dal 1981, da quando cioè Piero ed io fummo chiamati a supporto dello staff di economisti del Presidente Spadolini, capeggiati da Bruno Trezza, ed inseriti nel gruppo istituzionale guidati dal professore Arcelli, mentre Peppino era stato nominato segretario particolare del sottosegretario Compagna.
Gli uffici di Campagna erano al terzo piano di Palazzo Chigi, mentre i nostri erano al primo piano in un corridoio parallelo a quello del Presidente e del Capo di Gabinetto Manzella. Il salone nel quale erano installate le nostre monumentali scrivanie,ed un salottino per ricevere gli ospiti, era la prova del tipo di gestione che si era avuta fino al precedente governo Forlani, dove le funzioni dei collaboratori erano improntate alla rappresentanza ed alle relazioni. Grandi lampadari di Murano e due giganteschi arazzi completamente l’arredamento.

Ci erano stati assegnati due collaboratori, una anziana maestra elementare che era stata da sempre distaccata alla presidenza per rispondere alle lettere e petizioni che arrivavano da tutt’Italia alla segreteria di Andreotti, donna dolcissima che non sapevano come utilizzare, ed un impiegato di concetto, anch’egli gentilissimo e quasi untuoso, esperto calligrafo che era incaricato di redigere pergamene ed onorificenze che però, ormai, erano di competenza del Poligrafico, e che tentava di offrirci la sua collaborazione intestarlo con bella grafia le cartelline contenenti i documenti da archiviare.

Eravamo abituati nelle nostre università ad essere autosufficienti e quando dovevamo fare qualche fotocopia, venivamo quasi rimproverati dai commessi in polpe, dicendoci che era loro compito, ma credo che fosse per potere informare qualcuno interessato ai contenuti dei nostri scritti. In realtà ci consideravano degli usurpaatori che arebbero presto stati sostituiti nuovamente dai vecchi notabili; in effetti è ciò che avvenne qua do nel 1982, alla cadutadel secondo governo Spadolini fu nominato quello che allora si chiamava un governo balneare, presieduto da Fanfani che, affermando che i suoi consiglieri erano i ministri competenti, tentò di smantellare per quel periodo la ristrutturazione già avviata. Sembrava di essere nelle cancellerie di Metternich o di Cavour e fu una vera rivoluzione l’introduzione di tre dipartimenti, quello economico, quello giuridico e quello per l’attuazione del programma, con l’introduzione dei primi grandi calcolatori.

Oltre al nostro megasalone c’è ne erano altri due in uno dei quali c’era lo studio di Trezza, mentre quello successivo, sempre chiuso, era adibito a sala cinematografica, voluto a sua tempo da Moro.
Il nostro salone era anche attiguo a quello dove si riuniva il Gran Consiglio fascista, e a quel tempo era ancora presente il gigantesco tavolo dove Mussolini presiedeva anche nel giorno della risoluzione Grandi, ma da allora, per tutto il periodo della nostra permanenza mai più usato ufficialmente, ma solo una volta abusivamente da noi, per festeggiare con alcuni imprenditori e sindacalisti romagnoli, l’avvenuto pagamento da parte dell’Enel di molte fatture arretrate di mesi che rischiavano di fare saltare l’intero comparto. L’intervento della Presidenza aveva scongiurato il pericolo e gli interessati si erano presentati con un gran pezzo di Parmigiano e delle bottiglie di Lambrusco che consumammo intorno a quel tavolo dove si erano decisi nel ventennio i destini del nostro Paese, Peppino scendeva spesso a trovarci ed andavamo insieme a mangiare un panino nel breve intervallo del pranzo.

Dopo la morte di Spadolini ed il caos politico derivante dell’inchiesta della magistratura che distrusse il sistema dei partiti salvando solo il PCI, Ossorio tentò di salvare le idee cha aveva sempre condiviso e tentò l’alleanza con L’Italia dei valori, ma senza aderire a quel partito, fu eletto in Parlamento, per poi rientrare nuovamente nel Partito, quando Ciccio Nucara ne assunse la guida.
Da allora siamo rimasti in rapporti epistolari e telefonici commentando i miei scritti e confermandomi la sua condivisione.
L’ultima telefonata risale a qualche mese fa, nella quale mi esprimeva ul desiderio di rincontrarci a Napoli con Piero.
I miei ed i suoi acciacchi ce l’hanno impedito.

Nel rimpiante per questo mancato i contro e per la perdita di un amico, di un gentiluomo e di un repubblicano di razza posso solo dire: ciao Peppino.

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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