Disordini di Milano, a undici anni con passamontagna a far la guerriglia urbana
di Mariapia Vecchione-
Lo scorso 18 ottobre, Piazza Duomo a Milano è stata invasa da gruppi di rivoltosi che hanno assaltato il centro della città lombarda, distruggendo negozi e vetrine e scagliandosi contro le Forze dell’Ordine. Oltre 270 i ragazzi portati in questura, l’80% minorenni, con in tasca guide tascabili per principianti su come prendere parte ad una manifestazione di piazza, da stampare e diffondere. Si tratta di maranza di seconda e terza generazione e ragazzi italiani annoiati della vita di provincia, venuti in città a far casino con i balaclava, i passamontagna tanto amati dai trapper nei loro video.
La violenza ha coinvolto anche un bambino di 11 anni, dunque non imputabile, rintracciato e identificato mentre era tra i banchi di scuola, che, con il volto coperto da un passamontagna si aggirava fra la folla fomentata e inferocita. Il ragazzino impegnato a distruggere insieme ai rivoltosi la città, è stato identificato e ripreso dalle telecamere durante la guerriglia: figlio di due genitori di nazionalità marocchina, vive alla Barona, quartiere storico nella zona sud-occidentale del capoluogo lombardo, va a scuola regolarmente e frequenta la seconda media.
Le telecamere lo hanno ripreso mentre sta per affrontare, non una normale giornata di scuola, ma mentre fugge da un negozio di via Dante con indosso cinture e abiti trafugati; poi, compare di nuovo durante la rivolta accanto ad un cestino infiammato.
Tutto ciò fa riflettere sulla violenza in atto e che ogni giorno si propaga da parte delle nuove generazioni: una violenza prima silenziosa che spesso si respira nelle famiglie e tra i coetanei, ispirata dalle piattaforme social e i loro silenti algoritmi, infine esplosa nelle strade più importanti del centro di Milano.
Si tratta di un fallimento questo, che coinvolge tutti: lo Stato e le sue istituzioni scolastiche, gli educatori spesso reclutati solo per un anno di punteggio, ovviamente la famiglia di questi minori.
Oltre all’11enne, le identificazioni dei carabinieri hanno rilevato nella provincia di Monza un altro giovane adolescente di 16 anni che si univa ai saccheggi e agli atti di violenza urbana: questa volta lo scenario era apocalittico e le immagini del ragazzo hanno fatto il giro del web ritraendolo dopo aver rubato il cappello di un ufficiale dell’Arma: immagini pietose, che mostrano l’inciviltà e l’incapacità di avere rispetto
del lavoro, dei sacrifici dei tanti uomini in divisa.
Quello che resta delle scene riprese e degli atti vandalici, che nulla hanno a che fare con gli scioperi e la possibilità di far sentire la propria voce, sono l’incontenibile esplosione di rabbia da parte di giovani, che come mine vaganti si aggirano nelle città italiane. Inoltre, ciò che si evince è che questa rivolta è fortemente legata alla volontà della comunità musulmana di imporsi con forza nelle città, questo in Francia e come un kamikaze anche in Italia: l’ennesimo scempio è un video virale, in cui un gruppo di ribelli stranieri nella presa d’assalto delle vetrine dei negozi si fermano davanti ad uno in particolare dicendo “Non vandalizzate! Questo negozio appartiene a una sorella musulmana!”
Violenza significa ignoranza, ad oggi si può condannare lo Stato Italiano proprio di questo: di aver costruito un castello sulla sabbia.
Oriana Fallaci disse anzitempo, prevedendo il destino europeo: “Quando dico che l’Europa non appartiene più a noi, che l’Europa ormai è Eurabia, nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce”.
Per anni i governi italiani non hanno fatto altro che far aumentare gli ingressi di persone che oggi vagano come fantasmi nelle nostre città mentre altri cittadini extra europei lavorano onestamente, fiochi barlumi di luce: sappiamo distinguere l’immigrato onesto dall’uomo pronto a sfasciare una vetrina?
L’immigrazione irregolare ha un costo e l’incompetenza dei nostri governi restituisce una nazione fantasma. Oggi questa violenza nelle città italiane è un’amara perdita a poker, seduti a luci spente si può solo restare a guardare.







