Il caldo non è più un’emergenza: la sicurezza deve cambiare con il clima

La FENEALUIL che associa lavoratrici e lavoratori che operano nei settori dell’Edilizia, del Legno, del Cemento, dei Lapidei e dei Manufatti in cemento, dei Laterizi e del Restauro, dipendenti delle aziende della piccola, media e grande industria, dell’artigianato e della cooperazione, in questo momento difficile legato alle alte temperature fa sentire la propria voce.

“La decisione del Presidente della Regione Campania Roberto Ficodi prolungare le misure di tutela dei lavoratori esposti alle alte temperature”, commenta la Coordinatrice UIL Salerno e Segretario Generale FENEALUIL Salerno Patrizia Spinelli, “rappresenta una risposta importante e responsabile. Ma proprio la necessità di estendere nel tempo un provvedimento nato per fronteggiare il caldo estivo ci consegna una riflessione che non possiamo più rinviare.

Se siamo costretti a prolungare le misure di protezione oltre il periodo tradizionalmente considerato più critico, significa che il calendario al quale eravamo abituati non corrisponde più al clima nel quale oggi si lavora.
Il caldo estremo non può essere trattato ogni anno come un evento eccezionale o imprevedibile. Le estati diventano più lunghe, le temperature elevate persistono, le ondate di calore sono sempre più frequenti e l’umidità può rendere ancora più gravoso il lavoro fisico, soprattutto nei cantieri e nelle attività svolte all’aperto.

Il cambiamento climatico è ormai una nuova frontiera della salute e della sicurezza sul lavoro.
Per il sindacato la risposta non può essere soltanto quella, pur necessaria, di intervenire quando l’emergenza è già in corso, chiedendo la sospensione delle attività nelle condizioni di maggiore rischio o la proroga delle ordinanze quando le temperature continuano a essere elevate.
Quella è la tutela dell’oggi. Noi dobbiamo cominciare a costruire anche la sicurezza di domani.
Gli ammortizzatori sociali devono diventare più semplici e automatici quando le condizioni climatiche rendono necessario sospendere le lavorazioni per tutelare la salute delle persone. Ma dobbiamo compiere un passo ulteriore: portare il rischio climatico dentro la progettazione della sicurezza e dentro l’organizzazione stessa del lavoro.

Se sappiamo che determinate condizioni climatiche sono destinate a ripetersi, non possiamo continuare a considerarle un imprevisto.
Nei cantieri occorre quindi prevedere preventivamente, nei documenti di sicurezza pertinenti e nel rispetto delle diverse responsabilità stabilite dalla normativa, come organizzare le lavorazioni quando temperature, umidità, esposizione al sole e caratteristiche dell’attività determinano condizioni di rischio.
Non come un ulteriore adempimento burocratico, ma come una vera misura di prevenzione.
Significa programmare, quando tecnicamente possibile, le lavorazioni più gravose nelle fasce orarie climaticamente più favorevoli; prevedere turnazioni differenti; organizzare pause adeguate e realmente fruibili; garantire acqua fresca e le misure di idratazione individuate dalla valutazione del rischio; predisporre aree di recupero idonee e climatizzate e utilizzare, dove possibile, nuove tecnologie e sistemi di raffrescamento capacidi ridurre l’esposizione dei lavoratori.
Dobbiamo guardare anche alle esperienze che si stanno sviluppando fuori dall’Italia e alle nuove soluzioni tecnologiche disponibili.
L’innovazione deve entrare nella sicurezza con la stessa velocità con cui entra nei processi produttivi.
Se utilizziamo tecnologia, digitalizzazione e nuovi strumenti per rendere un cantiere più efficiente e produttivo, dobbiamo utilizzarli con altrettanta convinzione per proteggere chi in quel cantiere lavora.

Ma c’è un punto decisivo che dobbiamo affrontare senza ipocrisie: la sicurezza ha un costo, ma quel costo non può diventare un alibi per non farla. Spostare una lavorazione dalle ore più calde a fasce orarie più favorevoli può determinare una diversa organizzazione del cantiere e maggiori oneri. Riorganizzare turni e squadre, predisporre ambienti climatizzati per le pause, garantire adeguati sistemi di idratazione, adottare sistemi di raffrescamento e nuove tecnologie di prevenzione richiede risorse.
Proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di affrontare anche il tema economico.

Se il rischio climatico è prevedibile, devono essere prevedibili anche le misure necessarie per contrastarlo e, secondo quanto previsto e consentito dalla normativa, le risorse necessarie per attuarle.
Riconoscere e programmare questi costi significa coinvolgere e responsabilizzare maggiormente le imprese, non
deresponsabilizzarle.
Gli obblighi in materia di salute e sicurezza restano pienamente in capo ai soggetti individuati dalla legge e non possono mai essere subordinati alla convenienza economica.
Ma se determinate misure vengono individuate già nella progettazione e trovano, quando ne ricorrono le condizioni, un adeguato riconoscimento economico, viene meno anche qualsiasi possibile giustificazione legata al fatto che la sicurezza rappresenterebbe un costo aggiuntivo e imprevisto per l’impresa.
È questo il cambio di prospettiva che proponiamo.
La sicurezza non deve essere percepita come un peso economico che si aggiunge durante l’esecuzione dei lavori, ma come una componente dell’opera prevista fin dall’inizio.
In questo modo l’impresa viene messa nelle condizioni di conoscere preventivamente le misure da adottare, organizzare conseguentemente il lavoro e programmare le relative risorse. Allo stesso tempo, però, deve assumersi fino in fondo la responsabilità della loro concreta applicazione.
Non vogliamo offrire un alibi alle imprese. Vogliamo esattamente il contrario: eliminare l’alibi del costo.
Se una misura di prevenzione è stata prevista, programmata e, quando previsto dalla normativa, economicamente riconosciuta, deve essere concretamente applicata.
Più certezza nella programmazione delle risorse deve significare più certezza nell’applicazione della sicurezza. È su questo terreno che può nascere un nuovo patto di responsabilità tra il mondo del lavoro e il sistema delle imprese.
Ed è proprio per questo che ritengo utile aprire un confronto con ANCE AIES Salerno e con il Presidente Fabio
Napoli.
Non per contrapporre interessi differenti e neppure per chiedere alle imprese di farsi carico da sole di nuovi costi. Al contrario, possiamo provare a costruire insieme una proposta che parta dall’esperienza concreta dei cantieri e affermi un principio semplice: se chiediamo alle imprese di cambiare il modo di lavorare per proteggere i lavoratori dal nuovo rischio climatico, dobbiamo contemporaneamente chiedere a committenti, stazioni appaltanti e istituzioni di programmare e riconoscere, nei casi previsti, anche i costi necessari a rendere
possibile quel cambiamento.
In cambio dobbiamo poter pretendere che quanto previsto per la sicurezza si traduca realmente in tutela nei cantieri.
Una posizione condivisa dal sindacato e dal sistema delle imprese avrebbe certamente maggiore forza anche nel confronto con la Regione Campania, con le stazioni appaltanti e con il legislatore nazionale.
Potremmo partire proprio dall’esperienza dei cantieri della provincia di Salerno per costruire una proposta capace di coniugare sicurezza, organizzazione del lavoro, innovazione e sostenibilità economica.
 

Non si tratta di lavorare meno. Si tratta di lavorare diversamente quando le condizioni ambientali lo impongono, tutelando
contemporaneamente salute, salario, occupazione e continuità produttiva.
La proroga delle misure regionali contro il caldo deve quindi essere letta non soltanto come una risposta necessaria all’emergenza, ma come un segnale di qualcosa che sta cambiando strutturalmente.
Il clima sta cambiando più velocemente delle nostre norme. Il sindacato deve avere la capacità di stare un passo avanti: non limitarsi a chiedere tutele quando il rischio simanifesta, ma contribuire a progettare oggi la sicurezza di domani.

Questa può diventare una nuova frontiera della contrattazione, della bilateralità e del confronto con leistituzioni: una sicurezza climatica capace di anticipare il rischio, organizzare diversamente il lavoro e utilizzarel’innovazione per proteggere le persone.
Perché la sicurezza del futuro non può essere improvvisata davanti alla prossima ondata di calore.
Deve essere progettata, finanziata e resa esigibile.
E se la sicurezza viene progettata e finanziata a monte, deve poi essere pienamente applicata”

 

 

 

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Sergio Del Vecchio Sergio Del Vecchio

Sergio Del Vecchio

Dottore commercialista, giornalista pubblicista, appassionato d’arte, di musica e di fumetto. Ama leggere, disegnare e dipingere. Nel suo percorso professionale si è occupato di formazione e terzo settore. Ha costituito l’Associazione Salerno Attiva – Activa Civitas con cui ha organizzato a Salerno 10 edizioni di VinArte, un format di successo che univa il mondo del wine all’arte nelle sue declinazioni. Nel 2017 è tra i fondatori dell’Associazione culturale Contaminazioni, con cui ha curato diversi eventi e l’edizione del libro “La primavera fuori, 31 scritti al tempo del coronavirus” di cui è anche coautore. Colleziona biciclette e tra i fornelli finge di essere un grande chef.

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