di Mariapia Vecchione-
Esistono organizzazioni dalle radici storicamente consolidate; strutture che condividono regole, pensieri e codici precisi: le mafie. Parlarne significa gettare luce su una realtà che ha significati profondi, indica non lasciare posto all’indifferenza, alla spietatezza e alle brutalità di cui un individuo può macchiarsi.
Negli anni Novanta del secolo scorso, in Italia è avvenuto un particolare ritorno di coscienza sulla gravità delle stragi mafiose che sconvolgevano la quotidianità del Paese. A diffondere le tragiche notizie del giorno erano i media nazionali che parlavano di attentati diretti da capi della mafia, le cui vittime erano uomini a servizio della propria nazione, rappresentanti indiscussi della giustizia sociale e legislativa. L’obiettivo della mafia, infatti, era autorappresentarsi con forza e violenza, distruggendo la più alta forma di potere in vigore: lo Stato.
Nell’agosto del 1991, un anno prima della sua morte avvenuta nell’attentato passato alla storia con il nome di “Strage di Capaci”, il giudice siciliano Giovanni Falcone dichiarava in un’intervista a Rai 3 che: «La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni». Queste parole, monito di valori solenni, ascoltate più di trent’anni dopo ricostruiscono un viaggio indietro nel tempo, fra equilibri mafiosi rinsaldati e altri frantumati. In questa lotta fra il bene sociale, rappresentato dalle istituzioni, e il sistema mafioso, costituito da uomini con una morale distorta, ciò che si afferma della mafia è che essa è da sempre considerata un’organizzazione criminale a sfondo patriarcale. Il suo funzionamento esclude la donna, esercitando sulla figura femminile e sulla sua intera vita un controllo, che limita quest’ultima ad una posizione rilegata di moglie e madre, angelo del focolare che dovrà badare ai doveri domestici. Tutto questo perché le donne, come chiarisce la studiosa e sociologa Ombretta Ingrascì, sono ritenute: “incapaci di sottostare alle regole del silenzio”.
E mentre oggi la produzione cinematografica genera un prodotto in cui la donna mafiosa è la capo clan, sanguinaria e vendicativa, la realtà ha sfumature ben diverse. Il vertiginoso ampliamento degli affari da parte del sistema criminale ha permesso alle donne di far parte in maniera attiva nell’organizzazione mafiosa, ma la sua funzione è solo uno strumento per continuare ad accrescere il potere degli uomini. La sociologa Ingrascì teorizza un modello analitico che spiega il motivo profondo del coinvolgimento femminile in ambienti da sempre dominati dagli uomini: la pseuodoemancipazione. Significa parlare proprio di donne che apparentemente sono emancipate, vestono alla moda e viaggiano, ma in realtà continuano a svolgere tutto ciò sotto il controllo delle famiglie affiliate al clan, oppresse dagli uomini che le sfruttano, perché agli occhi della società non destano alcun sospetto.
Come racconta Rosa N, che all’età di 35 anni ha avuto il coraggio di liberarsi dalle violenze del marito e della mafia a cui l’intera famiglia era affiliata, la donna conferma che oltre ad essere ambasciatrice di “ambasciate”, quindi dei messaggi scritti che si scambiavano i boss da una casa all’altra, forniva un aiuto più rilevante e confessa: «quando arrivavano le armi era mia zia che faceva da staffetta, mia zia che le consegnava, oppure mia cugina andava a prendere, non so, la pistola, il fucile, quello che serviva e lo portava a suo padre».
Sono racconti di vita vissuta, storie di famiglie che non conoscono il significato della parola legalità e scardinano l’illecito nelle sue forme più violente, le confessioni di Rosa N. e quelle di tante altre donne, collaboratrici di giustizia, indicano un profondo cambiamento: la realizzazione di un passato fatto di costrizioni e silenzi. Per Rosa N., che oggi ha una nuova identità e una nuova vita, questo percorso significa agire affinché il futuro dei propri figli si concretizzi diversamente rispetto ad un passato impetuoso.
Senza paura, il desiderio di lottare per i propri figli e riscrivere le pagine della propria vita lo conosce bene anche Margherita Petralia che nel 1985, smantella l’impero mafioso di Paceco, un paesino in provincia di Trapani. Il capo della cosca era suo suocero Vito Sugamiele insieme al marito di Margherita, che ogni giorno la riempie di botte e la ritiene una nullità ai suoi occhi. Il diario in cui Margherita riversa ogni suo dolore, diviene il cuore pulsante delle deposizioni da consegnare agli investigatori quando la donna decide di collaborare con la giustizia: «Se mi dovesse succedere qualcosa o mi farebbero scomparire do il mio consenso a leggere queste pagine, e che queste pagine vadano in mano a un giudice che non si faccia corrompere, perché tutto quello che succede in Sicilia sono loro e tutti gli altri capi mafiosi di altre province unite tra di loro e formano questo schifo che tutti sanno e nessuno dice».
Rosa N., Margherita e tante altre donne sono la dimostrazione che la propria dignità non si baratta.