Uccidete me, ma l’idea che è in me non morirà mai
di Benedetta Cioffoletti-
Quando l’ingiustizia diventa potere, la resistenza diventa dovere.
Ed è proprio questo il motivo della condanna a morte di Giacomo Matteotti, colpevole di aver denunciato i brogli elettorali del 1924 compiuti dal regime fascista.
Approvata nel novembre del 1923, la Legge Acerbo (dal nome del sottosegretario Giacomo Acerbo) fu una legge elettorale fortemente voluta da Mussolini per neutralizzare la frammentazione del Parlamento e assicurarsi una maggioranza schiacciante.

Si trattava di un sistema proporzionale con un premio di maggioranza: alla lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti a livello nazionale (con una soglia minima del 25%) sarebbero stati assegnati d’ufficio i due terzi dei seggi alla Camera (356 su 535). Il restante terzo dei seggi veniva spartito tra tutte le altre liste d’opposizione su base proporzionale.
All’epoca le opposizioni erano profondamente divise (socialisti, comunisti, popolari cattolici, liberali). Mussolini sapeva che, unendo i fascisti ai liberali conservatori e ai nazionalisti in un unico blocco, il cosiddetto “Listone”, avrebbe superato il 25%. La Legge Acerbo servì a trasformare una maggioranza relativa in un dominio assoluto e legale del Parlamento.
Se la legge Acerbo forniva la cornice legale, le elezioni del 6 aprile 1924 vennero di fatto vinte attraverso un clima di terrore, violenze sistematiche e manipolazioni del voto.
Ai partiti di opposizione fu impedito di fare campagna elettorale. I loro comizi venivano sistematicamente assaltati da militanti fascisti, i giornali d’opposizione sequestrati e le sedi di partito distrutte. La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), cioè gli squadristi legalizzati dallo Stato, presidiava le strade e i seggi, intimidendo apertamente gli elettori. In numerosissimi seggi venne impedito l’esercizio del diritto al voto segreto: gli squadistri entravano nelle cabine, controllando le schede o costringendo gli elettori a mostrare la scheda prima di introdurla nell’urna. Ai cittadini sospettati di essere antifascisti o ai lavoratori sindacalizzati venivano sottratti i certificati elettorali a casa, impedendo loro fisicamente di recarsi alle urne. In questo modo, il Listone di Mussolini ottenne il 64,9% dei voti.
Fu proprio questo scenario che Giacomo Matteotti denunciò nel suo ultimo discorso alla Camera il 30 maggio 1924, domandando “l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza”. Il deputato socialista condannò dinanzi all’immobilismo delle istituzioni liberali la presenza in Italia di una “milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse”
Svelando i brogli e la falsità democratica della vittoria fascista, Matteotti colpì il regime nel suo punto di massima vulnerabilità. Pochi giorni dopo, per metterlo a tacere, l’Onoverole fu ucciso.
Il 10 giugno 1924 mentre si recava a Montecitorio, l’onorevole fu assalito sul lungotevere Arnaldo da Brescia da due dei cinque aggressori presenti sul luogo, tutti membri della Ceka fascista, i quali cercarono di immobilizzarlo. Matteotti però oppose una strenua resistenza fisica, lottando e gettando al suolo uno degli assalitori. Fu l’intervento di un terzo che, sferrandogli un violento colpo al viso, permise ai complici di caricare il deputato socialista all’interno di un veicolo.
Il rapimento si svolse dinanzi a numerosi testimoni oculari, in particolare due minori, fondamentali per la ricostruzione dell’accaduto e l’identificazione della vettura, definita come “nera, elegante, chiusa”, riconoscendovi il modello di una Lancia Kappa. Durante la fuga, l’abitacolo dell’automobile divenne teatro di una colluttazione violenta: secondo le risultanze giudiziarie, uno degli aggressori, identificato plausibilmente con Albino Volpi o Giuseppe Viola, colpì ripetutamente Matteotti al torace. Nel disperato tentativo di lasciare una traccia del reato in corso, l’onorevole riuscì a lanciare fuori dal finestrino il proprio tesserino parlamentare, che venne successivamente rinvenuto da due contadini nei pressi del Ponte del Risorgimento. Il decesso non fu istantaneo, ma in seguito a una lunga agonia durata diverse ore, durante le quali la vettura continuò a percorrere la campagna romana senza una meta immediata.
Solo all’imbrunire il cadavere fu occultato nei pressi della Macchia della Quartarella, un’area boschiva sita nel comune di Riano, a circa 25 chilometri dalla Capitale. Privi di strumentazione idonea allo scavo, gli aggressori si servirono del cric in dotazione alla Lancia Kappa per approntare una fossa superficiale, all’interno della quale la salma venne allocata dopo essere stata forzatamente ripiegata. Matteotti venne ritrovato il 16 agosto 1924, a oltre due mesi dal sequestro. La scoperta non fu il risultato di un’organizzata ricerca investigativa, ma l’esito fortuito della segnalazione di un carabiniere in licenza, Odoardo Brancato, il quale notò delle anomalie nel terreno e il parziale affioramento di resti umani, deteriorati dalla decomposizione e dall’azione della fauna selvatica.
Il ritrovamento produsse un immediato impatto emotivo e politico sulla società civile, rinfocolando l’indignazione pubblica che l’estate aveva parzialmente assopito e privando il governo di una possibile spiegazione della scomparsa di Matteotti come un allontanamento volontario.
L’evoluzione della crisi Matteotti mise a dura prova la stabilità del governo Mussolini, stretto tra la secessione dell’Aventino, attuata tramite l’astensionismo parlamentare per sollevare una “questione morale” di fronte al sovrano Vittorio Emanuele III, e le pressioni dei “consoli” della Milizia, i quali esigevano una svolta autoritaria per porre fine alla paralisi istituzionale.
Dopo mesi tensioni, il 3 gennaio 1925, alla riapertura della Camera dei deputati, Mussolini pronunciò il celebre discorso che la storiografia individua come l’atto di nascita formale del totalitarismo fascista.
«Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!»
L’assunzione della «responsabilità morale» da parte di Mussolini non configurò un’ammissione di colpevolezza penale o giudiziaria, bensì un’operazione di neutralizzazione della categoria stessa di “morale” all’interno dello spazio politico. Mussolini capovolse il paradigma interpretativo dell’opposizione: la responsabilità del delitto non veniva negata, ma rivendicata come una dura necessità storica, un atto di forza propedeutico alla stabilizzazione della dittatura fascista. Mussolini aprì così la strada alla successiva produzione legislativa delle cosiddette “Leggi Fascistissime” (1925-1926), che avrebbero soppresso la libertà di stampa, sciolto i partiti d’opposizione e istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato.
Oggi, ricordare Giacomo Matteotti significa compiere un’operazione culturale e politica che va ben oltre la semplice commemorazione di un eroe del passato. Ridurre la sua figura a quella di un “martire solitario” rappresenta il modo più efficace per neutralizzare la sua carica rivoluzionaria e renderla inoffensiva per il presente. La vera eredità di Matteotti non risiede solo nel suo tragico e coraggioso epilogo, ma nella natura profonda della sua resistenza.
Ricordarlo oggi significa capire che la democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un processo fragile che richiede una vigilanza costante. Il dissenso non è un diritto formale da esercitare ogni cinque anni nell’urna, ma una pratica quotidiana di controllo del potere.
Oggi l’oppressione non ha bisogno di marciare su Roma o di manganellare gli oppositori sul lungotevere (anche se spesso accade, soprattutto se gli oppositori sono studenti e civili disarmati). Chi siede oggi nelle stanze del potere giura sulla Costituzione e ripudia, almeno formalmente, le atrocità fasciste del passato. Ma se la prassi politica si fonda sulla cultura del privilegio, sul disprezzo delle minoranze, sulla riduzione degli spazi di dibattito e sulla subordinazione dei diritti sociali agli interessi del capitale, allora il nostro dovere politico e morale è quello di non girarci dall’altra parte.
Immagine di copertina di Dominio Pubblico
Matteotti, socialdemocratico in Italia, nato a Vermoord nel 1924, Bestanddeelnr 926-2516.jpg.Collezionista/Archief: Fotocollectie Anefo







