“La memoria delle foglie”, oppure il peso di ciò che resta

di Umberto Mancini-

Il 2 giugno è uscito per Einaudi il nuovo romanzo dello scrittore napoletano Gianni Solla

Ci sono libri che si leggono e libri che si abitano per qualche giorno. Poi ce ne sono altri, più rari, che continuano a restare con te anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. La memoria delle foglie di Gianni Solla appartiene a questa seconda categoria.

Ho terminato il romanzo da poco e, come mi accade con le letture che considero importanti, ho sentito il bisogno di non iniziare subito altro. Di lasciare sedimentare. Di capire cosa fosse rimasto davvero dopo l’ultima pagina.

Le storie di Gianni Solla mi hanno sempre dato questa sensazione. Sembrano piccole, quasi marginali. Nessun artificio, nessuna ricerca dello stupore a tutti i costi. Eppure riescono a incidere solchi profondi. Lo avevo percepito nei suoi romanzi precedenti, e La memoria delle foglie, non fa che confermare l’impressione di trovarmi davanti a uno scrittore che conosce bene il valore del silenzio e delle parole necessarie.

Lorenzo, il protagonista, torna nel vivaio di famiglia nella periferia di Napoli. Ponticelli. Potrebbe sembrare un ritorno come tanti, uno di quelli che la letteratura frequenta da sempre. In realtà è qualcosa di più complesso. È il tentativo, forse impossibile, di fare pace con il tempo. Di capire se certe ferite possano davvero rimarginarsi oppure se siamo destinati a convivere con le nostre cicatrici.

Mentre leggevo mi sono accorto che la trama stava progressivamente perdendo importanza. Non perché non fosse interessante, ma perché a catturarmi erano soprattutto gli spazi vuoti. Le esitazioni. Le cose lasciate in sospeso. Quei territori che Solla esplora con una delicatezza rara e che, spesso, somigliano alle zone più fragili della nostra memoria.

Forse è questo che cerco nei libri. Non qualcuno che mi spieghi il mondo, ma qualcuno che riesca a illuminarne un angolo rimasto in ombra.

La scrittura di Solla possiede una qualità che personalmente ammiro molto: non spreca nulla. Ogni parola sembra essere stata scelta dopo averne scartate dieci. Non c’è compiacimento, non c’è il desiderio di dimostrare bravura. C’è invece una fiducia quasi ostinata nella forza della narrazione.

Leggendolo ho pensato spesso a Raymond Carver. Non tanto per imitazione o somiglianza, quanto per una certa idea di letteratura. Quella che lavora per sottrazione. Quella che sa che le emozioni più forti raramente hanno bisogno di essere spiegate.

E poi ci sono le dieci parole.

Non voglio raccontare troppo perché sarebbe un torto nei confronti di chi leggerà il romanzo. Posso solo dire che quelle pagine mi hanno costretto a fermarmi. A rileggere alcuni passaggi. A tornare indietro. È raro che accada. Ancora più raro che accada senza alcun effetto spettacolare, semplicemente grazie alla forza della scrittura.

In quei momenti ho pensato anche a Il passeggero di Cormac McCarthy. Non per ragioni narrative, ma per quella capacità che hanno alcuni autori di sfiorare temi enormi senza trasformarli in manifesti. Vita, morte, perdita, memoria. Tutto passa attraverso i personaggi e le loro fragilità, mai attraverso le dichiarazioni di principio.

Alla fine del libro mi è rimasta addosso una sensazione difficile da definire. Una malinconia serena, forse. Come quando si torna in un luogo conosciuto dopo molti anni e ci si accorge che nulla è davvero uguale a prima, ma che qualcosa continua ostinatamente a resistere.

Credo che la buona letteratura faccia proprio questo. Non offre soluzioni. Non consola. Non aggiusta ciò che si è rotto.

Ci ricorda soltanto che non siamo soli nel portarne il peso.

Per questo motivo considero La memoria delle foglie la conferma di un talento già evidente. Gianni Solla è uno scrittore importante non perché alzi la voce più degli altri, ma perché riesce a farsi ascoltare anche quando scrive sottovoce.

Ed è una qualità che, oggi, vale moltissimo.

Umberto Mancini

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