Il Racconto della Domenica: Fantasmi
di Gaetanina Longobardi-
Quando esce in barca, gli occhi di Vincenzo si concentrano sul lungo litorale della Costiera Amalfitana. Ammira il panorama e allenta la mano sul timone mentre ingoia l’ultimo pezzo di pane. Esiste un altro mondo oltre il bacino naturale, la terra che lo circonda, l’azzurro del cielo ed esistono nomi differenti per accedere: fluido viandante, liquido compagno, visitatore del verde e del blu. Porta i capelli castani sciolti sulle spalle ed è separato dal resto del mondo.
Osserva il lavoro dei pastori in lontananza: la costruzione di un recinto di vimini per gli agnellini appena nati e la raccolta di erbe mediche e di crusca per farli diventare più forti. L’edicola che affaccia sul giardino di ulivi si riflette nell’acqua, ma con una fluorescenza rosata come l’alba illuminata cento volte. Gli occhi azzurri scrutano il panorama. L’ordine sulla imbarcazione ricostruisce i pensieri placidi di Vincenzo: le pinne e la maschera sono stipate con cura, le due bombole sono piene di ossigeno e il gav ha già attaccato l’erogatore. Negli ultimi giorni, la profonda determinazione lo porta a uscire ancora prima che albeggi. La muta corta è sotto il jeans sgualcito. Indossa la maglietta con disegni di pietre viola che non ricorda dove sia stata acquistata. La giornata limpida di giugno rende superfluo l’uso di giacche. Vincenzo si ritrova a meditare sulla battaglia intrapresa contro i fantasmi mentre non stacca gli occhi di dosso dalle coste fasciate di verde. A intervalli regolari conta le spiagge fino a riconoscere la sabbia color crema in cui è cresciuto. Il ricordo del litorale di Salerno esercita sempre la stessa forza, è un potere vivo.
Sulla spiaggia di fronte casa, non occorreva una distanza di sicurezza dal mare. Le onde scolpivano la memoria. Vincenzo scelse di diventare biologo marino con orgoglio. Comprò l’attrezzatura da sub e con il centro diving fece il battesimo del mare nell’Area Marina Protetta di Punta Campanella con tutto il necessario. Nell’emozione di immergersi e innamorarsi perdutamente, Vincenzo scoprì di appartenere a quella vita sotto il livello del mare, di parlare la lingua dell’acqua. D’improvviso, vide l’istruttore di sub fargli segni di allarme. Vincenzo dapprima non capì i gesti: l’istruttore Antonio indicò qualcosa alle sue spalle. Il giovane biologo si voltò e l’orrore crebbe dentro. Inspirò dall’erogatore perché sarebbe stato un grave errore smettere di respirare.
Le reti distese in maniera verticale sott’acqua costringevano i sub a indietreggiare. Sembrarono fantasmi dai corpi estesi che oscillavano e afferravano ogni cosa. Vincenzo osservò la maglia fitta della rete più vicina che ghermiva ogni genere di pesci e molluschi. Gli animali tentavano di liberarsi senza riuscirci. D’istinto, Vincenzo si avvicinò. Sollevando la mano, cercò di liberare un minuscolo sarago intrappolato in una sofferenza prolungata. Al contrario dell’istruttore, Vincenzo non aveva un coltello per immersioni e vide gli altri sub impegnati a tagliare le reti e afferrare gli orli per recuperarle. Era un lavoro lungo perché occorreva evitare di ferire gli animali intrappolati. Quando Vincenzo tirò con forza la rete per liberare il sarago, aveva quasi finito l’ossigeno. L’istruttore gli fece segno di risalire, ma Vincenzo lo ignorò. Si era ferito la mano destra e Antonio lo prese per il gav iniziando a risalire. Un gelo in fondo al cuore per non essere riuscito a salvare il pesce imprigionato. Vincenzo sulla barca chiedeva: «Che succede?»
Prima di rituffarsi in acqua, Antonio stringeva i pugni. Raddrizzava la maschera e usava un’unica parola desolata: «Fantasmi».
I ricordi lo accompagnano fino al limite dell’area protetta e spegne il motore della barca. Supera una delle escursioni più sbalorditive: il Banco di Santa Croce, una secca spettacolare considerata tra le più belle del Mediterraneo. Era stato impervio nuotare in quel sentiero sommerso, fatto di insenature luminose.
Un poco di vento muove dolcemente l’imbarcazione. Si spoglia per l’immersione in movimenti ormai divenuti abituali. Stamattina l’immagine del primo incontro con i fantasmi gli agita il respiro e ha voglia di scontrarsi con loro.
Quando l’istruttore risalì con gli altri sub, portarono la rete abbandonata con fatica. Vincenzo si era spogliato dell’attrezzatura, ma non completamente. La muta era levata a metà: era rimasto a petto nudo con le maniche lunghe della muta che oscillavano sui fianchi. Antonio accettò il suo aiuto mentre risaliva dalla scaletta ribaltabile. Il volto di Vincenzo espresse la muta domanda. Con stanchezza e rabbia, Antonio cominciò a parlare: «Le segnalazioni vengono da ogni luogo. Quando non riusciamo a levarle, chiediamo aiuto alla Guardia Costiera».
«Cosa sono?» chiese il giovane biologo indicando le reti che venivano raccolte in un unico angolo della barca. Le reti fantasmi erano ancora molto ingombranti: Vincenzo percepì il pericolo. Sembravano un mostro pronto a staccare brandelli di vita al mare.
«I fondali marini sono pieni di reti abbandonate. Minacciano l’ecosistema di ogni mare, lago, fiume» Antonio finì di spogliarsi e bevve un sorso di tè. Gettò un occhio alla rete, «e sono un pericolo per la fauna marina. Inoltre, quando si sminuzzano in piccoli pezzi, vengono ingerite dagli animali. Sono fatte di microplastica».
Ben presto la barca fu pronta per riportare indietro i sub. Vincenzo sentì il bisogno di deglutire due volte, ma il tè non riuscì a finirlo. Antonio, invece, si versò un altro bicchiere di liquido fumante e scrutò il giovane biologo al battesimo del mare. Le forte emozioni di Vincenzo erano sul suo volto: rabbia profonda che viene a galla, incomprensione con l’urgenza di sapere, l’ansia di ritornare in acqua, consistenza dell’amore per il mare. Antonio fece un passo verso di lui e lo invitò: «Vuoi aiutarci?»
Vincenzo si tuffa in acqua e comincia a nuotare per allontanarsi dalla barca. Il sub si staglia solitario nel blu, simile alla luna quando palesa la sua presenza nel cielo. Nuota nel mare e si concentra sull’affetto che prova per queste acque. Vuole la pace nel mare, la più grande libertà.
Il pensiero costante del pericolo delle reti fantasma è una malinconia che lo assale nel tempo dell’attesa: sentimento che lo spinge a preparare l’attrezzatura e toccare la maschera, le pinne, le bombole come armi da usare per le prossime guerre contro i fantasmi.
E dopo ogni battaglia per recuperare le reti, la malinconia scompare sia dal corpo che dalla mente, come se mutasse intento. Tra lo scintillio delle sue armi percepisce la salvezza per il regno marino del mare fatto da praterie di alghe, pesci colorati e ricchi fondali.
Ha preferito non aspettare gli altri sub. Poche ore prima, Antonio ha saputo di un fantasma di fronte la Baria di Ieranto. L’istruttore aveva fonti attendibili: non erano pochi i pescatori che lo avvertivano di cadute accidentali di reti dalle loro barche. Ma occorreva prudenza perché le informazioni erano difficili da ottenere.
«Ci immergeremo tra un paio di gior ni, ma tu non prendere iniziative. Hai capito, Vincenzo?» gli aveva detto per telefono. «Non è un’immersione facile».
Vincenzo non rispondeva. Nella solitudine della sua stanza, aveva già deciso di non aspettare. Si sarebbe immerso da solo.
Fluttua piano in posizione orizzontale fino a dieci metri di profondità, ma continua a scendere. Vincenzo sorride con l’erogatore in bocca perché giungere nelle profondità del mare è come arrivare a una festa indimenticabile: un arcobaleno appare tra le piante acquatiche della zostera marina; il branco di pesce sciabola nuota sfruttando la corrente; i gamberi rossi camminano e alzano un vapore bianco; la splendida murena fa il giro intorno alla tana in cerca di qualcosa. L’anima del mare è reale ed è davanti a lui.
A quindici metri di profondità, la sensazione di pericolo si desta. Vincenzo vede il fantasma e spalanca gli occhi. Il cuore non vuole saperne di calmarsi. La rete fantasma è uno strappo nel mare. Tra le maglie della rete, i numerosi pesci intrappolati sembrano tante costellazioni nel cielo d’acqua.
Con decisione, Vincenzo stringe il coltello da sub. È il momento di passare all’azione e non gli importa la propria incolumità. Raccoglie le maglie dopo aver liberato i pesci ancora vivi e comincia il lavoro di avvolgerla su se stessa. Il giovane biologo si ferma per il movimento lungo l’orlo superiore. Una corvina agita le pinne per liberarsi da ore. Vincenzo forza con le dita per aprire un varco tra le maglie, ma il pesce non ha più forza per scappare. Proprio quando sta per arrendersi, il pesce scivola fuori dalla rete. Così vivo, passa vicino l’orecchio coperto dalla maschera di Vincenzo che non fa in tempo a girarsi.
Il fantasma assalta una gamba di Vincenzo per imprigionarlo. Con un’attività frenetica, Vincenzo si libera e scatta nel combattimento. Poco importa quanto ossigeno sia rimasto nella bombola: sul fondale scorge i danni della rete che lo rende furioso. Per quanti azioni tenti di fare, il fantasma non sembra indebolirsi. Il coltello gli cade quando anche la mano viene imprigionata. Vincenzo rimane calmo perché nel momento in cui il fantasma lo stringe nella sua rete, sceglie di vivere. Leva l’erogatore per cacciare un urlo che diventa tante bolle verso l’alto, il suo respiro lancia le indicazioni per farsi raggiungere.
Antonio e gli altri sub lo circondano e con cura svestono il fantasma delle reti. L’istruttore libera Vincenzo e lascia agli altri l’impegno di piegare tutte le reti con zelo. Vincenzo riconosce gli uomini della Guardia Costiera di Amalfi. Recupera il coltello caduto e accetta il consiglio di risalire di Antonio. Nell’ultima occhiata durante la risalita, guarda in basso. Rimane ancora tanto da fare, ma la prossima volta non si farà cogliere di sorpresa. In lui cresce il desiderio di distruggere ogni fantasma.
Quando emergono, Vincenzo leva la maschera e riempie i polmoni di ossigeno. Il viso porta i segni della maschera intorno gli occhi. Trova con cura le parole per ringraziare l’istruttore che gli ha salvato la vita, ma riesce soltanto a mormorare: «Grazie, Antonio».
L’istruttore nuota per avvicinarsi e sembra sollevato che siano gli unici a essere risaliti. Il giubbotto permette di galleggiare. Antonio spinge la testa in alto e apre le braccia. Chiude gli occhi. L’incoscienza del giovane biologo conferma la limpidezza dei sentimenti, ma è una strada pericolosa questa sua inesperienza. Gli parla con lentezza: «Sono accanto a te, Vincenzo. Provo la tua stessa rabbia verso i fantasmi. Questa è anche la mia decisione». Antonio rimette la maschera. Lo guarda dritto negli occhi perché vuole che comprenda bene ciò che vuole dire: «Nella battaglia contro le reti fantasma, però, serve la mente lucida perché gli errori laggiù si pagano cari. Se vuoi aiutarmi, non potrai gettarti da solo nel mezzo della battaglia. Occorre restare uniti come un branco di pesci e combattere insieme!»
Anche Vincenzo indossa la maschera, ha ancora ossigeno nella bombola e ha ormai perso la furia precedente. Nella comprensione dell’errore, ha percepito che il sostegno di Antonio va oltre le parole. La battaglia si vince superando la barriera delle divisioni.
Antonio ha già ricominciato a scendere. Prima di sgonfiare il gav per immergersi nuovamente, Vincenzo fa un cenno affermativo con la testa e parla con convinzione: «Non abbandoneremo il mare ai fantasmi».
L’istruttore scompare nella perfetta corrispondenza di un’onda. Vincenzo vorrebbe avere altro tempo per stare insieme, avverte una straordinaria somiglianza con Antonio.
E scopre anche che deve lasciare andare la malinconia.
Sente scorrere nel corpo la forza per combattere questi fantasmi. I fantasmi non sono altro che reti da distruggere e trascinare fuori dal mare. Lui sarà pronto.
Il giovane biologo si immerge mentre le onde si muovono nel gioco che amano. La luce riflessa non ha bisogno di risalire in cielo: lo splendore è sommerso, dentro l’anima del mare.







