Che cos’è la violenza
di Giuseppe Moesch*
Non amo la violenza, non la accetto, la rifiuto concettualmente non perché non sappia come affrontarla, ma perché distante dalla mia educazione.
Ho scoperto quella fisica all’età di quindici anni in classe a scuola, quando un mio compagno, durante una discussione di gruppo, contrappose alle mie argomentazioni, una presa alla gola, improvvisa, inaspettata e proditoria che mi lasciò impotente ed incapace di reazione.
Fui salvato dall’intervento degli altri ed in particolare da un ripetente che bloccò l’aggressore.
La scuola nella quale mi trovavo, accreditata come una delle migliori per la qualità degli insegnanti, era in un quartiere difficile nel quale confluivano soggetti provenienti da quasi tutte le zone di una città, Napoli, caleidoscopio di contraddizioni.
Il ragazzo che mi aveva aggredito, ubbioso leader di un gruppetto di svogliati studenti assolutamente disinteressati allo studio, occupava con quelli gli ultimi banchi, come a nascondersi dagli insegnanti, molestatori abituali delle lezioni, talvolta sorpresi a giocare a carte, o ad organizzare scherzi dozzinali; proveniva dal quartiere di Pianura, e qualcuno sosteneva che facesse parte di una banda.
Mario, il mio difensore, era della zona dei Tribunali ed aveva una caratura tutt’affatto differente, un capo nato, potenziale guappo di una famiglia che controllava il territorio, e si atteggiava, esponendo i segni del suo potere, vistosi ma non aggressivi, non avendone bisogno.
Sempre in giacca e cravatta, con abiti vistosi e cravatte con nodo importante, di preferenza con gessati e capelli impomatati con scriminatura evidente.
Mi ero ritrovato in quel contesto proveniente dalla Scuola Svizzera, scuola elitaria, dove si studiava con metodi moderni, parlavo già tre lingue oltre all’italiano, e la mia preparazione era assai più elevata di tutti gli altri, tanto che vivevo di rendita in un contesto che non amavo e che dovevo subire per la convinzione, in particolare di mia madre, che non credeva che avessi grandi capacità da studioso.
Mario non era mio amico in senso classico, non ci frequentavamo fuori dall’orario scolastico vivendo tra l’altro in quartieri diversi; semplicemente riconosceva in me un ruolo pari al suo, ovvero quello di un leader, diverso da lui, ma un leader.
Rispettava la cultura, lo stile, la capacità di comprendere le personalità dei vari soggetti che componevano il microcosmo nel quale vivevamo, e il modo di interagire con i professori ed i miei compagni, non era il suo stile ma comprendeva che come lui, apparivo autorevole.
Capì in un attimo che ero assolutamente inadeguato per lo scontro brutale che mi si era parato davanti ed intervenne con gli strumenti adeguati a fermare quel primitivo energumeno, che mi aveva aggredito conscio della mia inferiorità, non tanto fisica, ma mentale non avendo avuto la possibilità di crescere nella violenza come era invece accaduto a molti dei miei compagni.
La cosa interessante non fu tanto la decisione e la forza di Mario, ma la sua autorevolezza; il mio aggressore capì in un solo istante che ero passato sotto la protezione di un futuro guappo, e la conseguenza fu la mia sicurezza futura sapendo che nessuno avrebbe mai più osato mettermi le mani addosso.
Il nostro rapporto continuò sullo stesso binario per gli anni a venire, chiacchieravamo talvolta fuori scuola del più o del meno, principalmente di valori essenziali, ed in particolare di donne o di sport, non essendovi molti altri elementi comuni.
Un paio di anni dopo fu bocciato nuovamente e credo che avesse ben altri interessi da coltivare; l’ultimo ricordo che ho di quell’uomo risale al giugno di quell’ultimo anno insieme. Eravamo all’uscita di scuola appoggiati al muretto che cingeva l’edificio quando una ragazza bellissima, una di quelle dipinte dai pittori dell’ottocento napoletano, florida, poco vestita, prosperosa, occhi grandi neri e capelli lunghi biondi che tradivano le origini normanne, proveniente dal vicolo di fronte, incedeva verso di noi.
Nella sua divisa gessata, con la sigaretta stretta tra le dita, Mario espresse la sua ammirazione con piglio da padrone: “Bionda, beato chi ti monta”. Rimasi interdetto. Non avevo la minima idea di cosa sarebbe potuto accadere. Ancora di più mi lasciò di stucco la ragazza, abituata da sempre ad essere soggetta ad apprezzamenti così pesanti che rispose tranquilla: “e tu te magne o c…” per poi proseguire per la sua strada.
Quell’uomo che mi aveva difeso dalla violenza fisica del mio compagno di scuola, non aveva esitato a compiere un atto di violenza psichica e sociale su una ragazza, che tuttavia era stata capace di reagire in coerenza con le leggi del suo sistema di riferimento.
Sono passati oltre sessant’anni da quegli episodi, sono cambiati gli assetti geopolitici, la tecnologia ha modificato gli strumenti culturali, la scuola non ha saputo adeguarsi anzi abbassando il livello sta preparando nuove generazioni di ignoranti, generazioni di pseudo intellettuali vendono sui social brandelli di sottocultura, la politica non è più agone di idee ma ricerca dello slogan più efficace per acquisire consensi, ed intanto la violenza tende a crescere.
L’aggressione del mio compagno di scuola è oggi un fenomeno da psicanalisti e si chiama bullismo, e l’aggressione verbale di Mario nei confronti della bionda si chiama patriarcato ed evoca la questione femminista; in questi casi il problema non è legato alla sua soluzione, ma si ferma all’interpretazione giustificatoria degli eventi senza alcuna soluzione neanche del vecchio fai da te.
Abbiamo eliminato i manicomi che erano dei veri lager ma abbiamo scaricato sulle famiglie e sulla società la responsabilità della gestione di tanti problemi, lasciamo interi pezzi di società alla deriva e poi restiamo sconcertati rispetto alla crescente violenza minorile, ci si accanisce sui bambini della casa del bosco ed ignoriamo ciò che avviene nelle famiglie disagiate dove risulta impossibile seguire i piccoli lasciandoli in balia della TV o dei social.







