22 Maggio 1885, nasceva Giacomo Matteotti, il libro sulla magistratura di allora

La magistratura al tempo di Giacomo Matteotti e la tentazione dell’obbedienza.

di Cecchino Cacciatore-

 C’è un modo riduttivo di leggere il libro di Giuliano Scarselli, La magistratura al tempo di Giacomo Matteotti: considerarlo soltanto una ricostruzione storica, un omaggio a figure esemplari o una riflessione su una stagione tragica della storia italiana. Il volume è certamente anche questo, ma il suo nucleo più profondo è un altro: è un libro sul diritto quando smette di essere limite al potere e diventa, progressivamente, una sua articolazione.

 Il riferimento a Matteotti non è solo cronologico, ma simbolico e giuridico. Scarselli restituisce Matteotti non soltanto come martire politico, ma come giurista: un uomo che concepisce il diritto come criterio esterno di giudizio rispetto alla forza. La sua denuncia delle violenze e dell’illegittimità delle elezioni non è soltanto un atto politico, ma l’affermazione che il potere deve restare sottoposto alla regola. Proprio per questo diventa intollerabile.

 L’assassinio di Matteotti segna così il passaggio da un sistema nel quale il diritto è ancora percepito come limite, a un sistema in cui esso viene svuotato, piegato, reso compatibile con la volontà del potere. La domanda centrale del libro diventa allora: che cosa fa la magistratura quando il diritto viene colpito nel suo nucleo?

 La risposta è complessa. Mauro Del Giudice incarna il primo tentativo di resistenza: il magistrato che assume l’indagine sul delitto Matteotti come responsabilità morale e istituzionale. Ma la sua vicenda mostra anche il limite dell’eroismo individuale: l’indipendenza non può dipendere solo dalla virtù del singolo, perché il singolo può essere isolato, delegittimato, rimosso.

 Lodovico Mortara rappresenta invece la riflessione più alta sulla magistratura come custode dei diritti contro l’espansione del potere esecutivo. Le sue pagine sui decreti-legge e sull’indebolimento del controllo parlamentare indicano una trasformazione sistemica: se un potere abdica alla funzione di limite, la giurisdizione deve farsi carico del controllo. Ma anche qui il libro mostra lo scarto tragico tra teoria del diritto e pratica storica: la magistratura, nel suo complesso, non riesce ad assumere quel ruolo.

 Con Vincenzo Chieppa e il giornale La Giustizia Italiana, la resistenza passa attraverso la parola e la costruzione di una cultura della giurisdizione. Una magistratura che si fa milizia di un partito perde il senso stesso della giustizia. Proprio per questo quella voce viene soppressa e Chieppa “dispensato” dal servizio come antistatale.

 Ma il libro evita ogni lettura consolatoria. Nel capitolo dedicato ad A S.E. Mussolini, I Pretori d’Italia, Scarselli mostra l’altra faccia: l’adesione, la devozione, l’obbedienza. Non si tratta solo di magistrati corrotti o marginali, ma spesso di uomini ordinari, convinti di servire lo Stato. Qui emerge la dimensione antropologica del volume: la disponibilità all’obbedienza può nascere anche senza coercizione, per adattamento, cultura, desiderio di ordine, fascinazione per il capo.

 Le vicende processuali ricostruite confermano questa trasformazione: le dittature non eliminano il diritto, lo piegano. I processi continuano, le sentenze vengono pronunciate, le forme restano; ma la funzione muta. Il diritto non limita più il potere, lo accompagna.

 Da qui la conclusione più forte: la democrazia di uno Stato e la libertà di un popolo dipendono dal grado di indipendenza della magistratura. Ma indipendenza non significa solo separazione dal governo; significa anche assenza di capi, rifiuto della gerarchia, capacità della giurisdizione di restare funzione diffusa, non appropriabile, non verticalizzata.

 Il pregio del libro è proprio il rifiuto della semplificazione. Scarselli non divide i magistrati in buoni e cattivi: mostra coraggio, opportunismo, adattamento, senso del dovere. Per questo il problema non resta confinato agli anni Venti. Cambiano le forme storiche, ma resta la tensione tra potere e limite, autorità e libertà, obbedienza e indipendenza.

 La magistratura al tempo di Giacomo Matteotti è dunque un libro di storia, diritto e antropologia. Ma soprattutto è un libro che interroga il presente: non solo che cosa fu la magistratura davanti al fascismo, ma che cosa essa è ogni volta che il potere tende a non riconoscere limiti e la giurisdizione deve scegliere se restare diritto o diventare potere.

Cecchino Cacciatore Cecchino Cacciatore

Cecchino Cacciatore

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Cecchino Cacciatore è nato a Salerno il 10 aprile 1968. E’ avvocato penalista del Foro di Salerno. Impegnato sui temi del garantismo, dei diritti inalienabili delle persone e della solidarietà, ha ricoperto i ruoli di segretario della Camera Penale Salernitana e di Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, oltre che di Direttore della Scuola di Specializzazione della professione forense, istituita su sua proposta dallo stesso Consiglio dell’Ordine. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla giustizia e le condizioni sociali e politiche degli ultimi, tra cui circa 300 articoli e 5 libri. Si ricordano in particolare: La penna e la toga. Scritti e interventi giornalistici su politica e giustizia- D’Amato Editore, 2020. Il diritto tra le righe. Viaggio alla ricerca della giustizia nella letteratura- D’Amato Editore, 2022; Riforma Cartabia- Penale. Schemi e tavole sinottiche, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, Camera Penale Salernitana; La giustizia è anche domani- D’Amato Editore, 20232024; La storia compagna della giustizia (nei dintorni della libertà)- D’Amato Editore, 2025.

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