Acque non balneabili

di Gaetanina Longobardi-

Il cartello stabilisce il divieto di balneazione e fa male come un’urgenza impossibile da guarire. Non è soltanto un’insegna piantata sulla sabbia o fissata a un palo arrugginito lungo una strada costiera. È una ferita esposta. Una dichiarazione di sconfitta collettiva. È il punto esatto in cui il mare smette di essere promessa di libertà e diventa testimonianza del veleno che abbiamo lasciato crescere.

Nei miei viaggi da subacquea cerco sempre il mare. Lo inseguo ovunque, come se ogni immersione fosse una domanda rivolta al pianeta e ogni onda custodisse una risposta diversa. Eppure, non riesco ancora ad abituarmi all’intensità della sua bellezza. Il mare continua a sorprendermi con una forza quasi dolorosa, perché davanti alla perfezione della natura si resta inevitabilmente piccoli.

Il Mar Rosso si offre colorato e vivo, trasparente come una rivelazione. A Marsa Alam non servono nemmeno le bombole per sentirsi parte di un altro mondo: basta lasciarsi trasportare dall’acqua tiepida e sorridere al dugongo curioso che compare lentamente dal blu, come una creatura antica venuta a ricordarci che la convivenza tra esseri viventi può ancora esistere. In quel mare il silenzio non pesa, accompagna. I coralli respirano, i pesci disegnano geometrie luminose e il tempo perde la sua rigidità terrestre.

L’Atlantico invece convince a tornare. Non seduce subito: mette alla prova. È un oceano che cambia continuamente volto e offre opportunità diverse a chi sa ascoltarlo. Ti insegna che il mare non è soltanto vacanza o contemplazione, ma energia, resistenza, adattamento. Poi arrivano i Caraibi, e tutto rallenta. Lo spazio si divide tra il verde delle foreste e il blu immenso dell’acqua. Il ritmo della vita diventa più umano, quasi essenziale. Si impara che il lusso vero non è possedere, ma respirare senza fretta.

Nell’Oceano Indiano, invece, rimane il cuore. Le Maldive sembrano galleggiare tra cielo e acqua, le Mauritius raccontano la convivenza fragile tra turismo e natura, ma sono soprattutto le Gili Indonesiane a lasciare un segno profondo. Lì il mare diventa volo. Sott’acqua ci si muove leggeri come pensieri, circondati da tartarughe e correnti tiepide che sembrano custodire una forma di pace assoluta. Ogni immersione diventa un ritorno a qualcosa di originario.

Nel Pacifico cambia persino la percezione della paura. Incontrare uno squalo bianco significa guardare negli occhi la potenza autentica della natura. È un’esperienza che sposta i confini interiori. Davanti a quella presenza maestosa e silenziosa diventa difficile persino piangere con la maschera da sub. Ci si sente ospiti, non padroni. E forse è proprio questa la lezione più importante che il mare possa insegnare: l’uomo non è il centro del mondo.

Eppure, nonostante i viaggi, gli oceani attraversati e le meraviglie incontrate, non ero preparata al cartello del mio mare.

Il mio Tirreno.

Quel divieto di balneazione ha il peso di un annuncio funebre. È l’avviso di un omicidio lento, consumato nell’indifferenza quotidiana. Osservo l’acqua che conosco da sempre e mi sento colpevole, perché quel divieto nasce dall’inquinamento di casa nostra. Non arriva da lontano. Non è responsabilità astratta di qualcun altro. È il risultato di scelte economiche, superficialità politiche, consumi irresponsabili, scarichi abusivi, silenzi convenienti. Tra affari pubblici e interessi privati, il mare paga il prezzo più alto.

Il duro presente opprime.

Adesso che la stagione dei bagnanti sta per cominciare, io continuo a pensare a quel cartello abbandonato lungo la strada. Rimane lì, esposto al vento e alla pioggia, quasi dimenticato. Ma certi simboli non smettono di parlare solo perché nessuno li guarda più. Mi avvicino e lo tocco piano. Sento tutta la fragilità di quella superficie corrosa dal sale e dal tempo. È la testimonianza concreta del fallimento della nostra transizione ecologica, promessa ovunque e realizzata troppo poco.

Il veleno non è invisibile. È davanti ai nostri occhi.

Eppure non voglio arrendermi all’aggressività dell’ozio, a quell’abitudine collettiva che normalizza il degrado fino a renderlo inevitabile. Non possiamo convivere con l’inquinamento come se fosse una condizione naturale dell’esistenza moderna. Non possiamo continuare a considerare sacrificabile il mare, perché sacrificare il mare significa sacrificare noi stessi.

L’opportunità di cambiare esiste ancora. Parte dagli stili di vita, dalle scelte quotidiane, dalla capacità di rivedere consumi ormai assurdi. Ridurre la nostra impronta ecologica non è più un gesto simbolico: è una necessità concreta. Ogni imballaggio di plastica evitato, ogni bottiglia riutilizzata, ogni sacchetto sostituito con una sporta durevole rappresenta una forma di resistenza civile.

Anche piccoli gesti possono trasformarsi in cultura.

Il plogging, per esempio, unisce sport e responsabilità ambientale: correre, camminare o allenarsi raccogliendo i rifiuti trovati lungo il percorso significa restituire dignità ai luoghi che attraversiamo. Non è solo pulizia. È partecipazione. È il rifiuto dell’indifferenza.

Perché la verità è semplice, anche se spesso preferiamo ignorarla: il futuro non si salva con gli slogan, ma con comportamenti coerenti e continui. La transizione ecologica non può restare una parola elegante nei convegni o nei programmi politici. Deve entrare nelle case, nelle scuole, nelle aziende, nelle abitudini quotidiane. Deve diventare educazione sentimentale verso il pianeta.

Io non voglio più vedere il divieto di balneazione.

Non voglio più assistere alla trasformazione del mare in una discarica mascherata da normalità. Voglio credere che sia ancora possibile ricostruire un rapporto sano con l’ambiente, che il Tirreno possa tornare a respirare libero dal veleno, che i bambini possano nuotare senza paura in acque pulite, che i cartelli di divieto diventino inutili perché finalmente superati dalla coscienza collettiva.

Diversifichiamo davvero la transizione ecologica. Rendiamola concreta, inclusiva, quotidiana. Diamo forza a una consapevolezza nuova, capace di trasformare il senso di colpa in responsabilità e la rabbia in azione.

Perché salvare il mare significa salvare la parte più profonda di noi stessi.

E forse è proprio questo il punto: imparare ad avere di nuovo il mare dentro.

Gaetanina Longobardi Gaetanina Longobardi

Gaetanina Longobardi

Gaetanina Longobardi è una scrittrice di Angri. Sposata con un figlio. Suoi lavori sono La Certosa Abbandonata, Tuono, Armonia Amalfitana, La Fuga di Ionio, Prima di Eroe, Ali di farfalla. Ama il Medioevo e scrivere racconti brevi per omaggiare il suo grande amore Domenico Rea. Studia con ossessione gli Ostrogoti e qualche volta vede passare per strada Teia, il re ostrogoto che ama immensamente. Ha iniziato il tour letterario della Certosa Abbandonata.

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