Una grazia senza valore
di Michele Bartolo-
Quando, pochi giorni fa, commentavamo la grazia concessa dal Presidente della Repubblica a Nicole Minetti, avevamo intitolato l’articolo: “Il valore di una grazia”. Profeticamente, possiamo dire oggi, avevamo sollevato dubbi e perplessità per un provvedimento di clemenza indirizzato ad un personaggio noto e verosimilmente privilegiato rispetto ai tanti, troppi detenuti o condannati senza visibilità, che avrebbero potuto avere le carte in regola per aspirare alla concessione della clemenza.
Dicevamo, ancora, che l’esempio non era dei migliori, perché si poteva creare un pericoloso precedente rispetto ad una normativa eccezionale, che focalizza l’attenzione sulla posizione del condannato più che sul contesto esterno ad esso. Nel caso in esame, infatti, Nicole Minetti aveva ottenuto la grazia non per una sua situazione strettamente personale, ma per una situazione familiare delicata, collegata ad un minore del quale costituiva il punto di riferimento.
Si scopre, oggi, a seguito di una inchiesta del “Fatto quotidiano”, che questa stessa situazione familiare delicata potrebbe non sussistere o comunque potrebbe non essere rispondente a quanto era stato rappresentato. Andiamo per ordine. Il minore in questione sarebbe il figlio adottivo della Minetti ed avrebbe una malattia grave, che lo avrebbe portato a consultare vari ospedali sino a raggiungere strutture di eccellenza sanitarie all’estero.
Qui il primo intoppo: gli ospedali che sarebbero stati contattati in Italia, ovvero il San Raffaele di Milano e quello di Padova, hanno negato di avere avuto mai in cura il minore. Risulterebbe, ancora, che potrebbero esserci controversie in atto con i genitori biologici all’estero o possibili reati commessi dalla Minetti e dal suo compagno in Uruguay o in Spagna. Questo ovviamente ha imposto al Presidente della Repubblica di chiedere immediati chiarimenti al Ministro della Giustizia e ha determinato la Procura Generale di Milano ad attivare l’Interpol per gli approfondimenti sulla vicenda, definiti di urgenza. Questi i fatti, che nell’immediato hanno riproposto i dubbi e le perplessità iniziali.
Ma di chi è la responsabilità di quanto è successo o potrebbe accadere?
L’articolo 87 della Costituzione prevede che il presidente della Repubblica possa, con un proprio decreto, concedere grazia e commutare le pene. La grazia estingue in tutto o in parte la pena inflitta o la trasforma in un’altra pena (esempio, una multa al posto del carcere). Il successivo articolo 89 precisa “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità”. Ciò significa che il decreto con cui il Capo dello Stato concede la grazia deve essere controfirmato dal Ministro di Grazia e Giustizia.
Sulla grazia, come successo nel caso in esame, esprime il proprio parere il Procuratore generale presso la Corte di Appello (a meno che si tratti di condannato detenuto) dopo una istruttoria che comprende la valutazione di diversi elementi come la posizione giuridica del condannato, il perdono delle persone danneggiate dal reato, i dati della Polizia, le valutazioni dei penitenziari.
Il parere del procuratore della Corte di appello viene acquisito dal ministro della Giustizia, che quindi trasmette la domanda (o la proposta) di grazia al capo dello Stato aggiungendo il suo “avviso”, cioè specificando se è favorevole o contrario alla concessione del beneficio. In conclusione, dal punto di vista giuridico, il titolare del potere di concedere la grazia è solo il Presidente della Repubblica, ma sulla base di una istruttoria che viene compiuta dalla Procura Generale, la quale rimane responsabile della corretta raccolta degli elementi giustificativi del provvedimento di clemenza.
Se la Procura Generale, quindi, ha la responsabilità giuridica di un parere favorevole o contrario, la responsabilità politica, per espressa previsione dell’articolo 89 della Costituzione, fa capo al Ministro della Giustizia che controfirma il decreto, assumendosi appunto la responsabilità politica ed istruttoria dell’atto. Ci auguriamo che gli approfondimenti richiesti nel caso di Nicole Minetti non facciano emergere una mala gestio della domanda di clemenza. Infatti, se così fosse, al cattivo esempio si aggiungerebbe una grazia senza valore. In questo caso, tutti ne dovrebbero trarre le conseguenze, Ministro della Giustizia incluso.







