Il Racconto della Domenica: Libri sulle bancarelle
di Gaetanina Longobardi-
È una giornata di primavera e io cammino tra le strade della città. Un tratto di strada che conosco bene conduce alle bancarelle di un vecchietto che conosco. Mi è più facile dire che le bancarelle da cui sono attratta sono ovviamente quel complesso di fogli della stessa misura, stampati o manoscritti, e cuciti insieme così da formare un volume, fornito di copertina o rilegato: libri. I banchetti del vecchietto sono tre e sono davanti a me con le porte spalancate. Io mi avvicino con passo deciso e con gesti che raccontano una storia: la mano è perenne sui grandi classici. È il desiderio di tenere sotto osservazione tutti i titoli esposti in verticale che dà un equilibrio al mio vagare con lo sguardo e inclinare la testa per leggere i titoli: un esercizio di vera e propria ginnastica che dura dieci minuti.
Sfioro un libro dai toni accesi di un politico/giornalista/funzionario pubblico che cerca ammirazione.
Recita la poesia È mai venuta sopra di te un’ora di Walt Whitman nella raccolta Foglie di erba: È mai venuta sopra di te un’ora, / Un improvviso bagliore a precipitarsi, che ha sgonfiato tutte coteste bolle di mode e di ricchezze ? / E coteste pungenti brame — libri, politiche, arte, amori, — Per susurrartene la nullità?
È un libro di un politico locale che non afferra la verità, preferisce la follia o la negazione e non la lascia andare. Un volume che vuole il contrario di quello che descrive: utilizza il passato e sfrutta la storia per fare dimenticare chi legge. Quello che fa un politico: dimentica.
Il 25 aprile del 1997 avevo vent’anni. Mio zio Aniello era sull’altare della Patria e omaggiava i partigiani del 1945 con le lacrime agli occhi. Uno degli amici di mio zio aveva le mani che tremavano e affermava che la sconfitta del fascismo era la vittoria per qualunque colore politico.
La festa della Liberazione venne sospesa. Arrivarono tre macchine blu e una decina di guardie del corpo. Erano scesi in ordine sempre più sinistro: un onorevole che aiutava i clan della droga e andava a trovare due ergastolani che stavano al 41bis, ossia al carcere duro e che quindi non potevano avere contatti con l’esterno. Questo senatore che faceva il saluto militare sull’altare della Patria, ma che non era neanche un militare, sosteneva l’importanza dei crostacei nella dieta delle carceri ed era solo questo era il motivo della sua presenza quotidiana in galera; una famosa prostituta della zona che era stata l’amante di un sottosegretario e poi l’aveva sostituito; un sindaco indagato per migliaia di tangenti e impegnato con vari processi, ma che aveva appena presentato la sua candidatura alla regione.
Mio zio e gli altri partigiani osservavano i loschi figuri che si avvicinavano all’altare. Avevo dieci anni e quel ricco corteo non mi faceva pensare alla Liberazione.
Il fascismo non era morto: era rappresentato da un politico che va a trovare un camorrista in galera, da una donna che diventa una politica non per le competenze, ma per altri motivi e che non rappresenta le donne, ma soltanto se stessa e da un sindaco che evita la galera nella tradizione dell’ancien régime e della giurisdizione separata. “Nell’ancien régime la giustizia era divisa in base al ceto a cui appartenevi. La Rivoluzione Francese ha spazzato via la giurisdizione separata”.
L’autore del libro che ho tra le mani è uno dei tre zombie apparsi il 25 aprile del 1997. Molti dei partigiani di quel giorno sono morti, compresi mio zio Aniello. Al suo funerale non c’erano spazi vuoti. Il paese si era stretto intorno a lui, che rideva di chi chiedeva giornali di destra, che salutava quel cambiamento di cui si parlava e non arrivava, che mi insegnava la responsabilità delle proprie scelte. Senza imbarazzo, avevo fatto un giro di telefonate e i comunisti avevano risposto. Tra i banchi della chiesa c’erano partigiani senza segreti. Tanti combattenti veri che erano stati a Roma, a Mosca, persino in Siberia. Uomini che avevano visti le conseguenze della sinistra e l’avevano amata proprio per questo, i suoi compagni che non avevano mai cambiato bandiera, che avrebbero visto come un insulto fare quello che si fa nel presente: allearsi con gente di camorra, che fino alla morte non sarebbero mai diventati voltagabbana. Si erano alzati per salutare con il pugno alzato un ribelle dalle idee precise, un vero uomo mai fattosi comprare, un uomo di sinistra, un compagno, un amico.
Torno al presente a fatica, uscendo dal pozzo dei ricordi. Il vecchietto delle bancarelle mi guarda speranzoso e io compro il libro del politico, asciugandomi qualche lacrima. Gli sorrido e vado a casa. Il libro del politico è nella mia borsa, io entro in casa di corsa e comincio a cercare in mezzo a centinaia di libri del mio studio, buttandoli sul pavimento con un rumore secco. Finalmente appare la copertina che conosco bene, è il libro preferito di zio Aniello: Il resto di niente di Enzo Striano. Mentre lo stringo al petto, mi sento meglio. Il libro del politico scivola dalla mia borsa sulla sedia in terrazza. Rimarrà lì, fino al 25 aprile 2036.
Tra i libri delle bancarelle si trovano i grandi classici, i libri da colorare per bambini e soprattutto i libri che nessuno vuole più. Il libro del politico non raggiungerà mai un posto nella mia libreria, piuttosto sarà utile per sorreggere un tavolo che traballa oppure per un falò estivo, guardando le stelle. E lasciarlo all’aperto sul terrazzo può fargli solo bene.







