La musica per festeggiare il 25 aprile
di Giuseppe Moesch*
Mio zio Rodolfo era nato a Gorizia nel 1905, in quella città che fu definita la Nizza austriaca in quanto località di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia austriaca e luogo di ritiro di alti funzionari a riposo.
Dei circa trentamila abitanti di quell’epoca, oltre il 51% era di lingua italiana mentre il 38% circa slovena e gli altri erano austriaci, e furono proprio quelle tra le ragioni delle rivendicazioni territoriali che spinsero l’Italia a dichiarare guerra all’Impero austroungarico.
Quando la città fu annessa al Regno mio zio era adolescente; a differenza dei suoi fratelli che emigrarono il primo in Argentina come avvenne per gran parte degli sloveni, mentre del secondo non ho tracce, forse morì giovane, ma ho notizia che italianizzò il suo cognome, zio Rodolfo mantenne il cognome e divenne poliziotto italiano. Era persona schiva e riservata e della sua gioventù mi raccontò assai poco, se non quello che era stata la sua iniziazione alla musica sinfonica e operistica.
Mi raccontava, a me quindicenne, come già da bambino aveva avuto modo di ascoltare e di innamorarsi dei grandi autori tedeschi che ascoltava nel cortile di non so quale palazzo nobiliare della sua città, dove il patrizio, forse il Conte, faceva eseguire nel cortile del suo palazzo, concerti con piccole orchestre o gruppi da camera, a cui assistevano suoi amici e parenti. Conscio del suo ruolo in città il nobiluomo lasciava libero accesso alla popolazione, contribuendo all’educazione musicale dei suoi concittadini.
Fu questa la base sulla quale fu costruita la sua cultura musicale, che lo faceva considerare, tra gli addetti ai lavori al tempo in cui mi iniziava all’ascolto, come un grande esperto.
Quei racconti mi sono tornati in mente ieri sera nella sala dell’Auditorium di Santa Cecilia a Roma, dove da quasi cinquant’anni da abbonato, seguo i concerti di musica sinfonica, dopo averlo fatto per anni a Napoli con la magnifica Orchestra Scarlatti nell’Auditorium della Rai.
Tutti i frequentatori delle istituzioni musicali romane, conoscono una figura di melomane che frequenta quelle sale, un signore di nome Francesco, che, credo da sempre, si intrufola, talvolta con la complicità della dirigenza che in passato gli regalava un biglietto, o forse con solo quella di qualche addetto compiacente, e seguiva con la massima attenzione, quasi ieratica, il programma che peraltro conosceva assai bene.
Il personaggio presentava qualche problema relazionale, talvolta folcloristico, esprimendo platealmente il proprio consenso, e dispensando a chiunque gli si parasse a tiro tutte le sue amplissime conoscenze biografiche, caratteriali e tecniche degli artisti che si esibivano, trascurando talvolta di provvedere alla cura della sua persona giungendo scarmigliato e in alcuni casi anche un po’ troppo olezzante. Era cosa normale vederlo scendere le scale per giungere con passo ondeggiante sotto il palco ad omaggiare il direttore o il solista, e assai spesso da quelli riconosciuto, ricambiare l’omaggio con un sorriso o talvolta, i meno compassati anche con un leggero cenno diretto.
Ieri sera è entrato con noi in ascensore, indirizzandoci subito un gran sorriso, e rivolto a mia moglie, da sempre suo bersaglio preferito, ha esclamato: “Auguri, è parecchio che non parliamo”. Poi, quasi parlando a sé stesso, “Adesso ho un abbonamento in galleria che mi ha regalato una signora”.
Uscito e avviatosi dopo aver percorso i pochi gradini che ci separavano dalla porta d’ingresso alla platea, è stato bloccato da tre addetti, due maschere e un altro soggetto gerarchicamente più rilevante, ed invitato a dirigersi vero la galleria soprastante.
Nonostante la corrispondenza biunivoca tra il titolare del biglietto ed il settore e la poltrona corrispondente, in altri termini ad ogni posto corrisponde esattamente una predefinita persona con nome e cognome, ed in particolare per gli abbonati, è prassi consolidata che quando si trovi un qualche posto vuoto, si manifestino fenomeni migratori e spesso, in alcuni casi con una certa malizia, titolari di biglietti di galleria tentino la sorte scendendo in platea, per godere di livelli qualitativi migliori risparmiando sulla differenza di prezzo, peraltro significativa in alcuni casi di oltre i due terzi in meno.
Devo dire che la qualità dell’acustica della sala grande è perfetta in ogni parte, ma la realtà è che la poltrone della platea sono leggermente più larghe e che i musici sono meglio visibili.
Da professore ordinario pensionato faccio stranamente parte del poco più del 3% dei maggiori percettori di reddito del nostro Paese (la cosa mi crea qualche problema perché non capisco come le entrate del nostro Stato siano messe così male), ho un’auto di venticinque anni e non penso di cambiarla, preferendo acquistare qualche libro, andare a teatro o a cena con qualche amico o a sentire i concerti in platea.
Sono andato al mio posto ed ho pensato che ci fosse stato un giro di vite, con l’applicazione di norme rigide per l’occupazione dei posti; non ho avuto il tempo di sistemarmi che puntualmente è iniziato il balletto. Alle mie spalle un signore rivendicava il posto occupato da una donna che immediatamente dopo occupava un altro posto sul lato opposto delle fila, ma che era costretta ad abbandonare per l’arrivo del titolare, spostandosi subito dopo in una altra postazione con la certezza che non si trattasse del suo perché di superiore qualità rispetto agli altri due.
Ho compreso allora che il trattamento riservato a Francesco era ad personam, non una resipiscenza da parte dell’amministrazione ma una precisa indicazione.
Ho fermato una maschera, ho esposto quanto fosse accaduto e le ho detto che non era il caso di fare differenze e che controllasse anche la signora del balletto. Con arroganza quel soggetto mi ha risposto che Francesco aveva un abbonamento in galleria e che era lei che decideva se e chi controllare, allontanandosi in fretta.
Una splendida esecuzione del Requiem di Verdi con un coro straordinario non sono bastati per farmi superare l’indignazione del comportamento di quegli addetti, e mentre discutevo con i miei vicini e con un amico avvocato di quanto era avvenuto, quella donna che aveva svolto il ruolo di prima ballerina in precedenza mi si è avvicinata con dito minaccioso dandomi del delatore, e che non dovevo permettermi di agire da vile visto che era in possesso del biglietto. L’ho squadrata e le ho chiesto di mostrarmi il biglietto; si è rifiutata di farlo, andando via indignata.
La cosa paradossale è stata la volontà sia di negare l’evidenza, sia principalmente la pretesa di omertà, dato che se scoperta avrebbe potuto essere messa in difficoltà qualora la maschera avesse fatto il suo dovere.
Ci sono diversi aspetti di questo evento che vale la pena di sottolineare. In primo luogo la tremenda discriminazione razziale nei confronti di Francesco. Non solo è saltata la copertura fino ad oggi data a quell’uomo in nome del diritto alla cultura che peraltro ha dimostrato di apprezzare più di tante miserabili vecchie proterve. Ci si è voluto sbarazzare di una persona che infastidiva per la promiscuità che rappresentava in quello che viene considerato solo come un salotto buono, alla faccia di tutti i proclami dei buoni di destra e di sinistra.
In secondo luogo il comportamento della maschera che ritiene di essere la titolare della sala e di decidere a suo piacimento dell’ordine e della disciplina del lager che sovrintende trascurando che esistono regolamenti e norme chiare in merito.
Ho avuto modo di conoscere il nuovo Soprintendente e tenderei ad escludere che le indicazioni possano essere venute dalla sua persona, ché in caso contrario si tratterebbe di un grosso e pericoloso scivolamento di una istituzione così prestigiosa.
Quello che ne ricaviamo da questa storia è che la faida politica alla quale assistiamo ci fa ascoltare rivendicazioni del diritto naturale di ogni popolo alla libertà come diritto di una parte.
Io sono nato dopo la fine della guerra, prima e durante la quale quel concetto era stato conculcato. L’intervento degli alleati contro i regimi nazi fascisti, ha permesso ad una parte degli italiani di comprendere che bisognava scrollarsi di dosso una presenza intollerabile.
C’è voluta la violenza della guerra, la presenza di truppe anglo americane, francesi, marocchine, australiane, canadesi, la brigata ebraica per avviare quel processo, i cui fermenti già erano attivi all’interno ed all’estero, e che sono esplosi con la ribellione dei lavoratori e dei partigiani, che nella loro epopea sono stati feriti, uccisi, torturati ma mai sulle note di “Bella ciao”.
I partigiani di quell’epoca sono quasi tutti morti, quelli di oggi somigliano più ad aspiranti eredi di un patrimonio indegno della gazzarra che si applica per accaparrarselo.
Il consenso acquisito (o meglio acquistato con i bonus o con le leggi populiste) non risolvono i problemi del paese ma servono solo a garantire la possibilità di prendere il potere.
Festeggiare il 25 aprile vuol dire sapere che sto vivendo come Paese e come individuo in un sistema dove i diritti dei singoli siano veramente uguali per tutti e non emissione di fiato a favore dei media.
Citiamo la Costituzione che non permette differenze di alcun tipo e poi applichiamo le peggiori forme di razzismo proprio nei confronti dei nostri concittadini più fragili.
Forse era meglio l’amministrazione austroungarica che attraverso le possibilità educative offerte a mio zio, mi permette di stare dalla parte di Francesco.
*già professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno







