Il Venerdì Ri…leggiamo Poesia “forse a me il tempo concederà ciò che a te nega”
di Graziella Di Grezia
Questa settimana incontriamo Quinto Orazio Flacco (65–8 a.C.), uno dei massimi poeti latini dell’età augustea.
Figlio di un liberto, educato a Roma e ad Atene, Orazio visse una vita sorprendentemente sobria: niente eccessi, niente ostentazioni, solo la ricerca di una misura interiore che lui chiamava aurea mediocritas, la “giusta via di mezzo”.
Nelle Odi — pubblicate nel 23 a.C. — Orazio riflette spesso sul valore dell’otium, non come ozio passivo, ma come spazio di libertà, di lucidità, di ritorno a sé.
L’ode II, 16 è una meditazione limpida: tutti — il marinaio, il guerriero, il ricco — chiedono la stessa cosa, la quiete. Ma nessuna ricchezza può comprarla.
La preoccupazione, dice Orazio, “sale sulle navi” e “corre più veloce del vento”: non si fugge da se stessi.
Lo stesso Carpe diem, ormai usato e abusato, di fatto nella sua versione originale recita: Cogli il giorno, confidando il meno possibile nel domani (Carpe diem, quam minimum credula postero).
Viviamo in una condizione di grande discrepanza economica sociale e culturale, ma in un tentativo di omogeneizzazione dell’ immagine anche sociale che ci fa perdere di vista il senso del QUI e ORA che forse dovremmo iniziare a rivalutare con consapevolezza per poter cogliere il bello di ogni giorno,
E ora rileggiamo di Orazio, Otium divus rogat
Il marinaio, sorpreso dall’Egeo aperto
quando una nube nera nasconde la luna
e le stelle non guidano più,
prega gli dèi per la calma.
La chiede la Tracia furiosa in guerra,
la chiedono i Medi dall’arco lucente,
la chiede Roma stessa,
stanca delle sue lotte.
Perché che cosa può la libertà,
e che cosa non può, meglio lo vedi
se ti ritiri nel tuo
spazio di quiete.
Perché, in una vita così breve,
ci affanniamo in tante imprese?
Perché cambiamo terre
sotto un altro sole?
Chi fugge dalla patria
fugge da sé stesso.
La preoccupazione sale sulle navi,
corre più veloce dei cavalli,
più rapida del vento.
L’animo lieto del presente
non voglia curarsi del domani
e temperi con un sorriso
l’amaro che viene: nulla è perfetto.
La morte rapida tolse Achille,
la lunga vecchiaia consumò Titone;
forse a me il tempo concederà
ciò che a te nega.
Tu hai cento greggi, vacche sicule,
cavalle pronte al carro,
lane tinte due volte
di porpora africana;
a me la Parca veritiera ha dato
piccoli campi,
il soffio leggero della Musa greca
e il disprezzo del volgo maligno.
E ora rileggiamo la lirica originale, in latino
(Orazio, Carmina II, 16)
Otium divos rogat in patenti
prensus Aegaeo, simul atra nubes
condidit lunam neque certa fulgent
sidera nautis;
otium bello furiosa Thrace,
otium Medi pharetra decori,
grospuitamque remittit
otium Romae.
Namque quid valeat liber, aut quid
non valeat, non potes in tueri
rectius, quam si proprio
condideris otio.
Quid brevi fortes iaculamur aevo
multa? quid terras alio calentis
sole mutamus? patriae fugit
qui sibi fugit.
Scandit aeratas vitiosa navis
cura nec turmas equitum relinquit,
ocior cervis et agente nimbos
ocior Euro.
Laetus in praesens animus quod ultra est
oderit curare et amara lento
temperet risu. nihil est ab omni
parte beatum.
Abstulit clarum cita mors Achillem,
longa Tithonum minuit senectus;
et mihi forsan, tibi quod negarit,
porriget hora.
Te greges centum Siculaeque circum
mugiunt vaccae, tibi tollit hinnitum
apta quadrigis equa, te bis Afro
murice tinctae
vestiunt lanae; mihi parva rura
et spiritum Graiae tenuem Camenae
Parca non mendax dedit et malignum
spernere vulgus.







