Il mondo di Fabrizio De Andrè incontra la poetica di Sylvia Plath.
Cosa significa essere fragili.
di Mariolina Marcelli-
“Amici fragili e campane di vetro” è questo il titolo dell’evento organizzato dall’Associazione Tempi Moderni, presso Palazzo Fruscione a Salerno, dedicato all’incontro tra il cantautore De Andrè e la scrittrice e poeta Sylvia Plath. Un ipotetico confronto e dialogo tra i due, impersonificato dal docente di sociologia Giap Parini, dell’Università della Calabria e la dottoranda all’Università di Salerno Federica Mollica.
Il rapporto che i sociologi hanno con la letteratura spesso può rivelarsi particolarmente proficuo, afferma il professor Ettore Giap Parini, Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria, sull’aprirsi del suo discorso. Lo studio delle categorie umane è profondamente legato all’approfondimento di scene appartenenti alla letteratura, che talvolta offrono spunti per comprendere al meglio ciò che accade nel nostro sociale. Sempre Parini” La letteratura, altro non è che l’espressione compiuta del lungo viaggio umano che è l’immaginazione”, proprio per questo, possiamo e dobbiamo affiancarla alla quotidianità, la quale stimola profondamente la ricerca.
L’epoca fragile, per De Andrè, è il 1975. Anno della morte di Pierpaolo Pasolini, della strage del Circeo, della riforma del diritto di famiglia con la parità dei coniugi e del diritto di voto ai 18 anni.
Nel 1975 il cantautore pubblica la sua canzone “Amico fragile”, in cui dipinge perfettamente una realtà complessa e piena di incrinature, avvicinandosi sempre di più a Pasolini, nella forte critica alla classe borghese dell’epoca. La sera in cui Fabrizio De Andrè comporrà quella canzone, ad una festa in un locale, circondato da “amici borghesi”, i quali lo pregavano insistentemente, perché gli intonasse qualche sua canzone, per egli altro non era che la perfetta rappresentazione della società vuota, ipocrita, una società in cui semplicemente non riesce a integrarsi. Egli decide di non scendere mai a patti, né come artista, né come persona, con un mondo strabordante di futilità.
Scegliendo di rimanere al di fuori, cerca di difendersi, contro l’alienazione imposta da una società che corre troppo veloce, De Andrè protegge la propria essenza, costringendosi ad attraversare la solitudine.
L’anno fragile per Sylvia Plath è il 1963, anno in cui Martin Luther King pronuncerà il suo famoso “I have a dream”, in cui Kennedy verrà assassinato ed anno in cui morirà Papa Giovanni XXIII, detto il Papa buono.
È nel 1963 che la scrittrice pubblicherà il suo primo e unico romanzo “La campana di vetro”, in un primo momento, sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.
La campana di vetro rappresenta il mondo alienato in cui vive la protagonista Esther Greenwood, campana che sarà una costante, in tutto il romanzo, sempre latente, pronta a sparire e ricomparire, così come i momenti di fragilità. La campana di vetro fa trasparire una realtà offuscata, che ci appare vicina, ma che in realtà è lontana, ingannata da una visibilità viziata.
Anche in questo caso, ancora una volta, come per De Andrè, è la società troppo veloce a lasciare isolata Esther. Ma è proprio nel progresso, che si insinua la fragilità, attraversandolo.
Sylvia ed Esther, come ci sottolinea la dottoressa Federica Mollica, sono “Un fragmentum” della stessa realtà ed è con questo romanzo, che la scrittrice darà finalmente forma alla propria fragilità, poco prima di morire suicida, come anche Esther, aveva tante volte tentato ma fallendo.
Fabrizio De Andrè e Sylvia Plath, fragili, in epoche diverse, entrambi chiusi nella campana di vetro per proteggere la propria anima, mentre nel frattempo i corpi fuori si dissolvono.







