Referendum Si o No, il dopo voto
di Michele Bartolo-
Finalmente dopo tante parole si è votato, le votazioni per il referendum si sono svolte regolarmente e l’esito ha visto la vittoria del NO alla conferma della riforma della Giustizia approvata dal Parlamento, tramite la modifica di alcuni articoli della Costituzione.
Cercherò il più possibile di non entrare nel merito del quesito sottoposto al voto, anche perché ormai la campagna referendaria l’abbiamo alle spalle. Si impongono però alcune considerazioni di carattere generale, che possono essere valide per ogni tipo di consultazione referendaria e da qualsiasi parte politica venga il quesito da sottoporre al voto popolare.
D’altronde, nel recente passato, abbiamo un precedente importante: la riforma Renzi-Boschi, in quel caso proveniente da un governo di centro sinistra, che pure mise mano alla modifica di alcuni articoli della Costituzione e venne bocciata in sede di referendum nel 2016. La prima considerazione da fare è che votare NO è sempre più semplice che votare SI e che dietro agli elettori che hanno votato NO vi sono molte e diverse motivazioni che hanno portato alla scelta di diniego.
Ora, come allora, chi ha votato SI ha deciso di schierarsi dalla parte della proposta governativa e di approvare una riforma che, seppure non salvifica per tutti i mali della giustizia, poteva costituire un primo passo per porvi rimedio, comunque un segnale di cambiamento. Chi ha votato NO, invece, non è assimilabile solo al blocco elettorale che fa capo all’opposizione parlamentare. All’interno dell’elettorato del NO, infatti, vi sono astenuti di lunga data che sono andati a votare solo per bocciare il governo in carica, una parte dell’elettorato di centrodestra dissidente rispetto alla riforma, chi semplicemente non ha capito la materia e, nel dubbio, ha scelto di mantenere lo status quo ante. Insomma, tante anime che certamente non fanno un partito politico omogeneo. Sicuramente opporsi a qualcosa può accomunare di più che mettersi insieme per proporre qualcosa di alternativo.
Ciò premesso, io non sono un sondaggista ma, al di là di come è stata impostata la campagna referendaria, il circa 46% del SI corrisponde, più o meno, alla forza elettorale della maggioranza di governo, che certamente non supera il 50% degli italiani. Il resto del mondo, ovviamente, facilmente raggiunge e supera il 50%.
Seconda considerazione: la retorica della difesa della Carta costituzionale e dell’assalto compiuto alla Carta. Per la verità, nel recente passato, forzature dei diritti costituzionali sono state compiute da governi di centro sinistra, mi riferisco all’emergenza sanitaria derivata dalla pandemia ed alla conseguente larga compressione di molte garanzie dei cittadini.
Ma si potrebbe anche ricordare il tradimento della sovranità popolare, quando dopo le votazioni politiche maggioranze di segno opposto sono andate al governo, rispetto a quelle scelte dai cittadini; come pure i tanti referendum abrogativi o di indirizzo rimasti lettera morta, perché superati da leggi contrarie approvate dal Parlamento.
Tuttavia, a prescindere da queste osservazioni, nell’anno del Signore 2026 dobbiamo metterci d’accordo su una cosa: sia che lo faccia la coppia Renzi-Boschi, sia che lo faccia la coppia Meloni-Nordio, non vi è alcuno scandalo a proporre modifiche della Carta Costituzionale, peraltro previste dalla stessa Carta nel momento in cui viene normato l’iter parlamentare da seguire per la relativa approvazione. Quando, come nei due casi citati, non si è raggiunto l’ampio consenso parlamentare sulle riforme, la questione è stata sottoposta al voto popolare e democraticamente, in entrambi i casi, ha vinto il NO.
Mi sembra che tutto si sia svolto secondo le regole democratiche di uno Stato di diritto, con buona pace dei predicatori di turno. Ultima considerazione: l’istituto del referendum. Anche stavolta, come nel passato, una consultazione referendaria ha fatto passare in secondo piano il dibattito tecnico sul quesito per trasformarsi in uno scontro politico tra opposte fazioni. Questo ha determinato un ulteriore inquinamento della genuinità del voto: chi ha votato lo ha fatto più per appartenenza politica che per una scelta consapevole sul tema della riforma. Torniamo al discorso della necessità di ripensare l’istituto del referendum, seppure in questo caso si trattava di un referendum previsto dalla nostra Carta Costituzionale.
Un voto veramente consapevole da parte della popolazione può avvenire su argomenti di grande rilevanza etica, come ad esempio le tematiche dell’aborto e del divorzio. In quei casi, infatti, la questione è immediatamente percepibile e ognuno veramente vota secondo le proprie personali convinzioni. Dubito che in questa tornata referendaria, come in tante altre precedenti, chi ha votato lo abbia fatto per una propria personale convinzione. Forse solo buona parte della magistratura. Ma, come ammoniva Calamandrei, quando dalla porta della magistratura entra la politica, la Giustizia esce dalla finestra.







