Perché si parla così poco della Serbia?

di Benedetta Cioffoletti-

Il 25 Marzo non è una data qualunque per chi crede nel progetto liberale europeo.

Nel 1957, tra le mura del Campidoglio, la firma dei Trattati di Roma segnava un momento fondamentale nel processo di integrazione europea, attraverso l’istituzione della Comunità Economica Europea (CEE) e della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM). I paesi firmatari, quali Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda e Belgio divenivano così un’unione doganale, che mirava a garantire la libera circolazione dei lavoratori, l’integrazione dei mercati dei capitali e la libera prestazione dei servizi, sostenute da un solido quadro di politiche comuni tra i “Sei”.

La CEE si traduce così nella concretizzazione della Dichiarazione Schuman del 1950, secondo cui l’integrazione economica delle potenze europee avrebbe inevitabilmente trascinato con sé la necessità di una coesione politica e sociale.

A quasi settant’anni dall’istituzione della CEE, le celebrazioni dell’anniversario offrono uno spunto di riflessione per analizzare e comprendere una delle questioni più complesse, ma allo stesso tempo meno discusse, del vecchio continente: la questione serba.

E proprio questo è stato il fulcro del convegno “Foreign Interference in Europe’s Democracy: the Case of the Balkans” che si è svolto ieri presso la Fondazione Luigi Einaudi e moderato da Sara Gilardi, attivista politica e divulgatrice.

L’incontro ha acceso i riflettori su un angolo cieco del dibattito politico europeo. Nonostante la stabilità dei Balcani sia una tessera imprescindibile del mosaico della sicurezza continentale, la questione delle interferenze esterne in quest’area fatica a trovare spazio nelle prime pagine dei giornali.

Secondo la Senatrice e membro dell’assemblea parlamentare NATO Simona Malpezzi, noi italiani siamo ormai abituati a una condizione di privilegio in cui diamo quasi per scontato i principi democratici su cui si fondano e agiscono le nostre istituzioni. In Serbia, invece, l’ordinamento liberale viene sempre più messo a rischio dalla disinformazione mediatica e dall’influenza di Mosca e Pechino nell’area. Risulterebbe così necessario un approccio deterrente compatto dell’UE che, attraverso un’unica voce, riuscirebbe a impedire ogni tentativo di destabilizzazione dei Balcani da parte di attori esterni.

Dello stesso pensiero è Ettore Rosato, deputato e vice segretario di Azione, che afferma che “la deterrenza è l’unica via che porta alla pace”. In quanto Europei, infatti, abbiamo una responsabilità verso i popoli balcanici: garantire loro la difesa dei valori democratici e liberali attraverso una riforma delle istituizione UE.

Tatiana Rojc, senatrice del PD, citando testualmente Ursula von der Leyen, ritiene che “la Serbia debba decidere da che parte stare”: con la democrazia, cioè l’UE, o con altri. Allo stesso tempo le istituzioni europee devono essere in grado di elaborare un modello di interazione più incisivo e meno burocratico, altrimenti la Russia, attraverso il soft power culturale e la dipendenza energetica, e la Cina, con massicci investimenti infrastrutturali, saranno pronte a offrire un’alternativa al modello europeo.

Per tale ragione, la fondazione Einaudi in collaborazione con il Mib Trieste ha dato vita all’Osservatorio Sud Est Europa, organismo che punta a valorizzare e diffondere i principi democratici europei nei Balcani. Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio SEE, ha definito necessaria un’azione di influenza liberale nell’area balcanica per impedire che possa nuovamente divenire la “polveriera d’Europa”.

L’allargamento dell’UE ai paesi Balcani deve essere quindi ripensato sulla base del contesto geopolitico attuale, che non è un più un clima pacifico, ma di guerra ibrida combattuta alle porte dell’Unione. Secondo il senatore di Azione Marco Lombardo deve essere ripensato il principio di condizionalità, secondo cui attualmente l’UE concede benefici solo se il Paese ricevente rispetta determinati standard quali democrazia, riforme economiche e lotta alla corruzione.

Ma le tempistiche della burocrazia comunitaria sono troppo lunghe rispetto alla complessa situazione in cui versa la Serbia. A parlarne è stata Nadja Solaja, studentessa e giornalista serba che ha preso parte alle proteste studentesche contro il governo di Vučić negli ultimi due anni. Per i giovani serbi che scendono in piazza, ogni mese di ritardo dell’Unione Europea si traduce in uno spazio di manovra aggiuntivo per il governo per consolidare il proprio controllo, soprattutto attraverso la manipolazione dei canali di informazione. I media serbi, infatti, risultano essere particolarmente polarizzati, dicendosi in pro-regime e contro-regime.

La maggior parte dei media a copertura nazionale, ma anche locale, presentano regolarmente il presidente Vučić in modo estremamente positivo, diffondendo di fatto la propaganda del Partito Progressista Serbo. Al contrario, i media contro-regime, come N1 e NOVA S, sono costituiti da giornalisti e attivisti indipendenti che, per tale ragione, sono costantemente a rischio.

Più l’Europea è lenta e procedurale, più il governo serbo ha il tempo per “normalizzare” pratiche illiberali che allontanano il Paese dai criteri di Copenaghen.

“Dopo oltre 10 anni di anni di corruzione, censura e repressione del dissenso, all’Unione Europea dovrebbe essere chiaro che la Serbia non è una democrazia” ha affermato Natan Albahari, Segretario internazionale del “Movimento dei Cittadini Liberi”. Ha spiegato come il processo di integrazione europea vada sempre più a rilento a causa del continuo e costante dialogo tra Serbia e UE che però di fatto non ne difende i principi democratici: ciò che manca ai liberali serbi sono gli stessi liberali europei, una cui pressione democratica compatta potrebbe effettivamente contrastare il processo di “illiberismo” che da anni segna profondamente il Paese.

Questo evento ha dunque colmato un vuoto comunicativo, ribadendo che la difesa della democrazia a Bruxelles o Roma passa inevitabilmente per la difesa della democrazia a Belgrado, Sarajevo e Pristina.

 

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