La patria di cui ci si vergogna
di Cecchino Cacciatore-
Carlo Ginzburg, Primo Levi e l’euforia dell’ignoranza, l’ultimo libro di Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, pubblicato da Adelphi nel 2026, è un’opera difficile da rinchiudere in una definizione ordinaria: non è soltanto una raccolta di saggi, non è soltanto un’autobiografia intellettuale indiretta, non è soltanto un libro di metodo storico. È, più radicalmente, una meditazione sulla responsabilità. Adelphi lo presenta come un volume attraversato da “letture oblique”, nelle quali un autore, un libro, un’immagine, una frase o persino una parola diventano il punto d’accesso a questioni generali: l’individuo, l’appartenenza, la colpa, la storia, la conoscenza.
Il titolo indica già il centro morale del libro: Il vincolo della vergogna. Non la vergogna come sentimento privato, psicologico, paralizzante; ma la vergogna come legame. Un legame tanto più forte quanto meno scelto, quanto più radicato in una prossimità: la prossimità con un popolo, con una nazione, con una storia, con l’umanità stessa.
Ginzburg riprende una traccia decisiva di Primo Levi. Nei Sommersi e i salvati, Levi aveva dato voce a una vergogna estrema: quella che nasce dinanzi al male commesso da altri, ma avvertito come qualcosa che riguarda anche chi non lo ha materialmente compiuto. Non perché tutti siano colpevoli allo stesso modo, non perché le responsabilità storiche possano essere confuse in una generica colpa universale, ma perché esiste una dimensione dell’umano nella quale il male altrui ci riguarda. Ci riguarda perché è stato possibile. Ci riguarda perché è accaduto dentro la storia degli uomini. Ci riguarda perché nessuno può dirsi del tutto estraneo a un mondo in cui Auschwitz è stato pensabile, organizzabile, realizzabile.
La vergogna diventa ciò che Ginzburg chiama, in senso largo, un vincolo. Non una condanna, ma una forma di appartenenza. In una intervista, lo storico ha spiegato l’ipotesi centrale del libro: la vergogna implica un vincolo di appartenenza; ci si vergogna davvero del Paese in cui ci si riconosce, mentre dinanzi alle atrocità di altri Paesi si può provare orrore, furore, indignazione, ma non necessariamente vergogna nello stesso senso.
Si tratta di una distinzione sottile e potentissima. L’orrore guarda il male da fuori. La vergogna lo sente da dentro.
Per questo la patria che si ama veramente non è quella che si assolve sempre. Non è quella che si celebra retoricamente. Non è quella trasformata in idolo, bandiera, immunità morale. La patria amata davvero è quella di cui si può provare vergogna. Anzi: quella di cui si deve poter provare vergogna. Perché solo chi appartiene può vergognarsi. Solo chi sente un legame può avvertire una ferita. Solo chi non ha trasformato l’identità in propaganda può riconoscere che l’appartenenza non cancella la responsabilità, ma la rende più esigente.
Questa idea è oggi bruciante. Viviamo in un tempo in cui ogni critica viene spesso scambiata per tradimento, ogni dissenso per ostilità, ogni vergogna per disfattismo. Ginzburg rovescia la logica. Vergognarsi della propria nazione non significa odiarla. Significa prenderla sul serio. Significa sottrarla alla menzogna dell’innocenza permanente. Significa rifiutare l’idea infantile secondo cui l’amore consista nel non vedere, nel non dire, nel non giudicare.
La vergogna, in questa prospettiva, non è antipatriottica. È forse la forma più alta, più adulta e più severa del legame civile.
Accanto al vincolo della vergogna, Ginzburg pone un altro tema decisivo: l’ignoranza. Anche qui il termine va liberato dal suo significato più povero. L’ignoranza non è l’inerzia di chi non sa e non vuole sapere. È, al contrario, il punto di partenza della ricerca. È la consapevolezza di non sapere. È lo spazio vuoto che costringe a muoversi.
Ginzburg parla di “euforia dell’ignoranza”: una formula felicissima, perché dice insieme umiltà e slancio. Non sapere non è una diminuzione, se diventa inquietudine conoscitiva. Non sapere è ciò che impedisce al ricercatore di chiudersi nella competenza già posseduta, nel metodo già rassicurante, nella disciplina già ordinata.
L’ignoranza, allora, non è il contrario della conoscenza. È la sua condizione iniziale. Chi crede di sapere già non cerca più. Chi invece sa di non sapere è costretto a guardare meglio. E guardare meglio significa accettare il rischio dell’obliquità: attraversare discipline, accostare testi lontani, inseguire connessioni impreviste, rinunciare alla comodità delle frontiere accademiche.
In questo senso, Il vincolo della vergogna è anche un libro contro la superbia del sapere chiuso. Contro l’esperto che sa prima ancora di incontrare l’oggetto. Contro la specializzazione quando diventa recinto. Contro l’erudizione quando smette di essere avventura e diventa possesso.
La grande lezione di Ginzburg sta proprio nell’unire questi due movimenti: la vergogna e l’ignoranza. La prima riguarda l’etica dell’appartenenza; la seconda riguarda l’etica della conoscenza. Ma entrambe hanno un nucleo comune: impediscono all’io di bastare a sé stesso.
La vergogna dice: tu non sei separato dalla storia che ti ha generato.
L’ignoranza dice: tu non possiedi già la verità che cerchi.
Da un lato, dunque, il soggetto è legato agli altri, anche alle loro colpe, anche alle catastrofi che vorrebbe respingere lontano da sé. Dall’altro, il ricercatore è legato a ciò che ancora non sa, a ciò che lo eccede, a ciò che lo costringe a uscire dal già noto.
In entrambi i casi, Ginzburg propone una forma di umiltà. Non l’umiltà dimessa della rinuncia, ma quella forte della responsabilità. Vergognarsi significa non dichiararsi innocenti troppo presto. Ignorare, nel senso alto del termine, significa non dichiararsi sapienti troppo presto.
È per questo che il libro parla a una società che sembra avere smarrito insieme il senso della vergogna e il senso dell’ignoranza. Da una parte, l’appartenenza viene spesso usata come assoluzione preventiva: la mia parte, il mio popolo, il mio Stato, la mia comunità non possono essere giudicati con la stessa severità degli altri. Dall’altra, l’opinione immediata pretende di sostituire la ricerca: tutto è già noto, tutto è già deciso, tutto è già classificato dentro categorie polemiche.
In fondo, il vincolo della vergogna e l’euforia dell’ignoranza dicono la stessa cosa con due linguaggi diversi: nessuno è innocente per decreto; nessuno sa per decreto. La storia comincia quando accettiamo questo disagio. La coscienza comincia quando non fuggiamo da esso.







