Sulle note di “Via del Campo”: Fo e De André rivivono a Palazzo Fruscione
di Maria Gabriella Alfano-
A Palazzo Fruscione, nell’ambito della rassegna “Navighiamo su fragili vascelli” organizzata da Tempi Moderni, si è svolto un incontro dedicato a Dario Fo, nel centenario della nascita e alle sue assonanze con Fabrizio De Andrè. Grazie agli interventi di Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università degli Studi di Salerno, e di Pasquale De Cristofaro, regista e attore, l’appuntamento si è rivelato non solo celebrativo, ma un momento significativo per rileggere e attualizzare la figura di uno dei protagonisti più liberi e popolari del teatro italiano.
L’incontro è iniziato con l’ascolto di in frammento musicale immediatamente riconoscibile: le note di Via del Campo eseguita da Enzo Jannacci che hanno attraversato la sala, evocando un immaginario condiviso. Ma dietro quel brano musicale si cela una storia curiosa, ricordata dal professor Amendola: Dario Fo ed Enzo Jannacci fecero credere a Fabrizio De André di aver recuperato un antico brano cinquecentesco, La mia morosa la va a la fonte. In realtà, era una loro composizione. De André se ne innamorò e la trasformò in una delle sue canzoni più celebri, ambientata nei carruggi di Genova, tra marginalità, poesia e umanità dolente.
È proprio da questo intreccio che prende forma il tema centrale dell’incontro: il legame profondo tra Fo e De André, messo in luce da Amendola. Due percorsi artistici diversi, ma uniti da uno stesso sguardo sugli ultimi e da una comune, sofferta interpretazione del sacro. Le loro opere dialogano a distanza: nel 1969, La buona novella di De André e Mistero buffo riscrivono i Vangeli per raccontare il presente, restituendoli al popolo con un linguaggio diretto, spesso giullaresco.
Entrambi condividono l’attenzione per il Medioevo come momento fondativo dei processi culturali, ma soprattutto una tensione critica verso l’autorità. In De André, Il testamento di Tito smonta i comandamenti con voce umanissima; in Fo, il teatro toglie sacralità e rende accessibile il messaggio evangelico. È una poetica dei margini, che si nutre di coralità, di gallerie di personaggi, di vite ai confini.
Non manca il riferimento al clima del ’68, di cui entrambi raccolgono e sviluppano le istanze: dalla critica all’autoritarismo all’attacco ai sistemi di potere. Fo raggiunge uno dei vertici con Morte accidentale di un anarchico, mentre De André dà voce alla disillusione politica con Storia di un impiegato. Comune è anche lo sguardo internazionale, come dimostrano le prese di posizione contro il regime di Pinochet.
Altro elemento di forte consonanza è l’uso della lingua: il dialetto, in particolare, diventa un atto eversivo, una scelta di disobbedienza culturale. Se Fo lavora su una lingua teatrale reinventata, De André recupera il genovese come cifra identitaria e poetica.
A proseguire la riflessione lo sguardo di De Cristofaro sul mondo teatrale e sulle tensioni che accompagnarono il riconoscimento del Nobel a Fo, tra entusiasmi, invidie e gelosie.
La serata si è conclusa con un dialogo scenico tra Pasquale De Cristofaro e Alfonso Amendola, tratto dal volume “Dialogo provocatorio sul comico, il tragico, la follia e la ragione”, il libro-intervista di Luigi Allegri in cui Dario Fo analizza la satira, la tradizione giullaresca, il rapporto tra attore e regista.
L’incontro, introdotto da Maria Beatrice Russo, cultrice in discipline dello spettacolo dell’Università degli Studi di Salerno, ha così restituito un ritratto vivo e stratificato di Fabrizio de Andrè e Dario Fo, mettendone in luce non solo la grandezza artistica, ma anche la capacità, ancora oggi attualissima, di interrogare il presente.







