Addio Gino Paoli, “ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”

di Carlo Pecoraro-

Quel “cielo in una stanza” Gino Paoli ce l’aveva fatto sfiorare con le dita. E quei versi sono diventati il desiderio di ogni uomo; ascoltarli invece, il sogno di ogni donna innamorata. E ancora una volta fu la grande Mina a intuire la stoffa di quel ragazzo friulano e a cantarlo e a renderlo immortale. Così come fece con quella “Canzone di Marinella” scritta da Fabrizio De André.

Da quella grande scuola di cantautori genovesi si stacca un nuovo pezzo. Uno di quelli che ha saputo cantare la semplicità dei sentimenti con una grande profondità d’animo. Un musicista che ha contributo, non poco, all’evoluzione della forma canzone. L’uomo dal carattere ruvido ma dal grande cuore. Lo stesso cuore che custodiva da 63 anni quel colpo di pistola sparato per amore, come una freccia, dritto al cuore, ma senza ucciderlo. Lasciandolo sanguinare per poter scrivere nuovi versi e nuovi versi ancora.

Aveva 91 anni Gino Paoli, era nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 ma fin da bambino ha vissuto a Genova, la sua vera città. Il viaggio che lo ha portato al successo è quello toccato in sorte a tutti i musicisti della sua generazione. Uno studente svogliato, appassionato di pittura e di jazz, ai libri preferiva una boheme fatta di pochi soldi, notti infinite e amici come Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Giorgio Calabrese, i fratelli Reverberi, insomma i nomi dei fondatori di quella scuola genovese che, nutrendosi delle canzoni di Brassens e Jacques Brel, ha di fatto fondato la canzone d’autore italiana.

Bastano pochi titoli, “Senza fine”, “Sapore di sale”, “Che cosa c’è”, “La gatta”, “Una lunga storia d’amore”, a renderlo immortale. E dopo la morte di Ornella Vanoni, con l’addio a Gino Paolo, si chiude un mondo lontano mille miglia da quello di oggi. Altre note, altre passioni, altri sentimenti, altre curiosità, altra bellezza. “Il cielo in una stanza” fu rifiutato da interpreti come Jula de Palma e Miranda Martino – nomi che oggi non vi dicono nulla, ma ai tempi erano l’equivalente di gente come Sfera Ebbasta, Shiva, Guè, come seguito s’intende – e fu proposto a Mina dal Mogol, che firmava il brano perché Paoli non era iscritto alla Siae (poi si iscrisse e ne divenne anche presidente anche se dovette dimettersi per via di alcune inchieste). Anche Mina era poco convinta e all’inizio, ma decise di registrarla solo dopo averla sentita eseguita al pianoforte dallo stesso Paoli. E bene fece, perché nel 1960, con questo brano, era prima in classifica.

In pochi, nel Sessanta, riconobbero che quel “soffitto viola” era in realtà il soffitto di un bordello nei caruggi di Genova e la donna, una prostituta della quale Paoli si era innamorato. Ma poco importa chi fosse la donna, in quella “Citta vecchia”, in quelle stanze, tanti cantautori genovesi trovarono l’amore vero perché a fare quel mestiere, le donne, ci mettevano “anche un po’ di vocazione”.

E si “resta abbandonati” anche tra le braccia di quella “Senza fine” un 3/4 quasi jazzistico, interpretata da Ornella Vanoni, che all’epoca era ancora “la cantante della mala” milanese e che vivrà con lui una lunga relazione. Il brano ha fatto il giro del mondo ma soprattutto ha segnato l’inizio di un sodalizio durata tutta la vita celebrato qualche decennio più tardi quando, dopo un lungo periodo di crisi, Paoli e la Vanoni fecero una tournée insieme ottenendo un successo strepitoso.

L’amore per il jazz, ritrovato poi con Danilo Rea, che Paoli ficcherà dentro un bellissimo disco, “Milestones – Un Incontro in Jazz” con le trombe di Enrico Rava e Flavio Boltro, la batteria di Roberto Gatto e il contrabbasso di Rosario Bonaccorso. Ma ancora prima con Gato Barbieri che suona il sax in “Quel sapore di mare” arrangiato da Ennio Morricone. I livelli sono altissimi per una “canzoncina” che accompagnerà tutte le estati dal ’63 fino a oggi. Sono anni di grande successo, vissuti pericolosamente. Una storia d’amore con una Stefani Sandrelli giovanissima. Che fa scandalo e da quella relazione nasce, Amanda. Poi il colpo di pistola, maturato in circostanze ancora oscure. Segnano l’uomo ma anche la sua carriera.

Il grande successo non dura molto: nella seconda metà dei Sessanta comincia un lungo periodo di crisi professionale e umana, segnato anche da alcol e droga, che culmina in un pauroso incidente stradale. Per il suo ritorno da protagonista bisogna attendere gli anni Ottanta quando prima incide un bell’album-tributo al suo amico Piero Ciampi, “Ha tutte le carte in regola” e poi, nel 1985, riconquista le classifiche con “Una lunga storia d’amore”. L’anno dopo è la volta di “Ti lascio una canzone”, poi negli anni Novanta c’è “Quattro amici al bar” e nella sua lunga carriera è stato anche deputato del Partito comunista italiano, era il 1987.

Eccole le storie di musica che meritano, da ogni punto di vista le si guardino, rispetto profondo. Quasi devozione. Amore. Gino Paoli, anche con quel suo carattere burbero, dietro quei Ray-Ban a goccia aveva due occhi che sapevano guardare in faccia l’amore e la vita. E non si è fatto mancare né l’uno né l’altra. Facendocele vivere sulla pelle con il “gusto un po’ amaro di cose perdute” e “ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”.

 

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Carlo Pecoraro

Carlo Pecoraro

Giornalista professionista dal 2002. Nel corso della carriera ha collaborato con le principali testate locali del Gruppo L’Espresso ricoprendo per dieci anni, con contratto a tempo indeterminato, l’incarico di redattore per il quotidiano “la Città” di Salerno. Già collaboratore del settimanale “l’Avanti”. Consulente Scabec per il progetto ARCCA. In qualità di critico musicale ha collaborato con alcune riviste italiane specializzate in musica jazz. Ideatore della prima "Guida alla musica jazz in Italia". Nel 1998 ha pubblicato una monografia dedicata al contrabbassista Giovanni Tommaso. Per l’Enciclopedia Treccani, ha curato alcune voci del progetto Enciclopedia della Musica: 1900 - 2025 sotto la direzione scientifica di Ernesto Assante.

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