Sandro Spini e Annalisa Locati, Senza titolo (Pescatori), seconda metà degli anni Settanta primi anni Ottanta, CSAC, Università di Parma

Lunedì Arte: Parma con Remo Gaibazzi, Mario Schifani e l’Africa di Tito e Sandro Spini

La poetica di uno sguardo nell’arte

di Mariapia Vecchione-

Nell’imbrunire della sera possono accadere rari miracoli che danno vita ad incontri, destinati a restare impressi nell’immaginario collettivo: nasce un dialogo artistico che scrive la pagina della storia pittorica del XX secolo, quando nell’autunno del 1987 si trovano per la prima ed unica volta a Parma Remo Gaibazzi e Mario Schifani, l’exploit è una visione del loro universo catartico.

I due artisti contemporanei scrutano le loro identità creative nella Galleria Mazzocchi. La loro sinergia pittorica genera un articolato binomio tra costruzione e decostruzione, velocità e lentezza, ma anche metodicità e immediatezza; una simbiosi umana che nella celeberrima sera autunnale, fu idolatrata da Giorgio Mazzocchi, presente a quel tempo: «Tenevo molto all’incontro di Remo Gaibazzi con Mario Schifano, artisti di punta della mia galleria. – raccontava Mazzocchi – Ricordo che feci vedere un lavoro di Gaibazzi a Mario, il quale, intento a fumare uno spinello, parve non dedicarvi troppa attenzione. All’arrivo di Gaibazzi e all’incontro tra i due, Mario mi smentì accogliendo Remo con “Maestro, guardando il suo lavoro, mi vergogno del tempo del mio”, dimostrando che con quello sguardo veloce aveva recepito perfettamente il senso dell’opera di Gaibazzi».

Remo Gaibazzi Senza titolo, 1985-1986 Cm 50×70 Pennarelli colorati su cartoncino, recto e verso Collezione privata, Parma

Oggi “Tutto in una sera” è la mostra a cura di Alessandro Castiglioni, fruibile fino al  30 Aprile, a Parma, che celebra l’intersecarsi nel cuore di una notte di due destini confluiti nello spazio dell’Associazione Remo Gaibazzi,  in cui viene narrata una sola storia in unione con l’Archivio Mario Schifano di Roma.

Andrea Piazza, Presidente dell’Associazione Gaibazzi, parla dei due pittori come di autori dalla sensibilità differente: «Non si potrebbero immaginare due artisti più diversi, nell’approccio all’arte come alla vita, eppure negli esiti differenti, nelle polarità gestuali contrarie — laddove uno agita lo spazio l’altro lo cristallizza, se uno dissipa il tempo l’altro lo trattiene — riconosciamo per ossimoro un’affinità tra due geni artistici».

E così che prende forma l’accostamento dei paesaggi anemici di Schifano, a quella lenta riproduttività della forma sempre uguale ritratta da Gaibazzi.

Mario Schifano Senza titolo/fibre ottiche, 1996 Cm 200×150 smalto e acrilico su fotografia stampata con plotter su PVC collezione privata, Roma

L’anemia paesaggistica fa vivere l’immaginazione dell’artista, che sottrae alla realtà il suo schema per donare, attraverso pennellate rapide e folgoranti, una dimensione ridotta ma evocativa. La velocità che nella pittura di Schifano è vitale, per il critico Gérard-Georges Lemaire venne definita un “demone personale” e, la rappresentazione profetizzante delle fibre ottiche, con i suoi lapilli e l’esplosività di colori, accende nell’ideale umano una propensione al futuro. Mario Schifano viene celebrato oggi, come precursore dell’avvento tecnologico del Novecento: la televisione e le avanguardie via cavo saranno personale materia d’indagine visivo-pittorica del maestro. Spazio in cui quella rapidità è nutrita, scandagliata per soddisfare la propria linfa artistica; l’attenzione a ogni forma di linguaggio multimediale: cinema, fotografia e musica rendono la sua vibrazione concettuale concreta, Mario Schifano è un artista che vive il suo tempo, per il critico Achille Bonito Oliva: «Un inviato speciale nella pittura come uomo e un inviato speciale nella realtà come pittore».

Il ripetitivo equilibrio di Remo Gaibazzi confluisce in Mario Schifano. La lenta gestazione della forma, il mantra riproduttivo “lavoro”. Un’unica parola a cui affida l’essenza primordiale della sua arte, Gaibazzi spiegava: «Significante e significato, simultaneamente è atto e risultato dell’atto, è verbo, perciò movimento e simultaneamente è ciò che avviene in questo movimento».

Per pura scelta creativa, il mantra invade le tele producendo un movimento in-finito, attraverso l’interminata e cosmica reiterazione del termine.

 

Tito e Sandro Spini, Senza titolo (Bambino e Togu Na) prima metà degli Settanta, CSAC, Università di Parma

L’incontro di due anime è un fil rouge e Parma svela l’unione di altre due figure, destinate a sovvertire la visione fotografica del futuro. A metà fra la ricerca antropologica e artistica è l’esposizione “Sguardi sull’Africa: le fotografie di Tito e Sandro Spini nelle collezioni CSAC” a cura di Alessandra Acocella e Alessandro Ferraro è la narrazione inedita del lavoro etnografico e visivo di Tito Spini e suo figlio Sandro, che negli anni Settanta e Ottanta del Novecento hanno saputo osservare con lucidità le popolazioni Bozo & Dogon.

Lo CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione) dell’Università di Parma è attivo dal 1968 e dal 2007 si articola nello spazio dell’antica Abbazia cistercense di Valserena. Oggi accanto ai 12 milioni di pezzi dell’archivio, in continuo arricchimento artistico, nella Sala delle Colonne dell’Abbazia di Valserena, sono esposte sessantuno opere fotografiche che Sandro Spini ha donato alla sede prima della sua scomparsa e che oggi si legano al materiale documentaristico dei due autori, proveniente dall’Archivio Sandro Spini di Bergamo.

I provini di stampa, le recensioni e gli articoli critici dedicati ai lavori dei fotografi-antropologi sono raccolti in cassettiere scorrevoli che offrono armonia al contesto museale, riportando i visitatori ad una dimensione ravvicinata e umanizzata dello studio autoriale degli Spini sull’Africa Occidentale. Giunti in Mali nelle vicinanze del fiume Niger, il loro sguardo incontra la complessità di questi popoli etnici: «Noi pensiamo che la fotografia sia uno strumento essenziale nella ricerca etnografica. – dichiaravano Sandro Spini e sua moglie, l’antropologa Annalisa Locati nel 1978 – Essa permette di “fissare” l’aspetto di una situazione, di “fermare” un momento, un avvenimento, che non sono però casuali, ma che rappresentano la sintesi della realtà che il ricercatore intende esaminare».

Le istantanee in bianco e nero degli Spini, devote agli studi etnoantropologici di Margaret Mead e Collier Jr, si articolano fra enfasi e immediatezza. Padre e figlio hanno un’unica visione, quella architettonica che è all’origine della loro formazione. Proprio l’architettura e le strutture comunitarie sono la loro chiave di individuazione: il Togu Na, la “casa della parola” o “grande riparo” in cui i Dogon entravano e, seduti con il capo chino, decidevano per il bene del villaggio. Le Costruzioni tipicamente basse per il popolo Dogon del Mali erano l’habitat ideale, perché, gli anziani della comunità entrandoci chinati e in una posizione remissiva, facevano fluire i pensieri per il bene dei membri Dogon.

Sandro Spini e Annalisa Locati, Senza titolo (Pescatori), seconda metà degli anni Settanta primi anni Ottanta, CSAC, Università di Parma

Il Sâhô del popolo Bozo, nelle pellicole degli Spini rappresenta un unicum delle costruzioni presenti lungo il Niger. La casa comunitaria che accoglieva giovani celibi, nella sua primordiale costruzione racchiude la simbologia identitaria e la credenza dei legami relazionali che venivano instaurati nella società Bozo, la struttura architettonica è confacente al valore che la popolazione attribuiva alle unioni umane. Una ricerca che in particolare è coadiuvata da Sandro Spini e sua moglie Annalisa Locati e che guarda ai Bozo nella sua interezza, come di un popolo dedito alla pesca, restituendo un’immagine di questa etnia che ha il pregio della vicinanza culturale, della scoperta e della conoscenza.

Una notte a Parma fra Schifano e Gaibazzi, la scoperta etnico-culturale che lega Tito e Sandro Spini sono un’unica poetica, quella dello sguardo. La mirabile visione umana che si posa sulle cose e le trasforma per sconvolgere la storia e arricchirla di un significato eterno.

 

Tutto in una sera Mario Schifano e Remo Gaibazzi

Associazione Remo Gaibazzi

Borgo Scacchini, 3/A Parma

20 dicembre 2025 – 30 aprile 2026

 

Sguardi sull’Africa: le fotografie di Tito e Sandro Spini nelle collezioni CSAC

CSAC Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma

Abbazia di Valserena

Strada Viazza di Paradigna, 1 Parma

21 febbraio 2026 – 26 aprile 2026

 

Mariapia Vecchione Mariapia Vecchione

Mariapia Vecchione

Mariapia Vecchione su SalernoNews24 accompagna il lettore alla scoperta di una realtà autentica, critica e audace. La sua formazione umanistica permette al suo sguardo di ricercare inestimabili meraviglie. Appassionata di arte contemporanea, fotografia, food&wine e viaggi, ma consapevole che “il viaggio più lungo è il viaggio interiore” (D. Hammarskjöld)

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