È morto Paolo Cirino Pomicino

di Giuseppe Moesch*

Meno di una decina d’anni di differenza che quando si è giovani sono una distanza siderale.
Quando terminavo la scuola media, Paolo era già laureato in Medicina, si avviava ad una brillante carriera, ed iniziava anche la sua militanza politica nel corpo della grande balena che era la DC dell’epoca.

Gli emergenti erano Ciriaco De Mita e Antonio Gava, quest’ultimo, figlio di Silvio, padrone di tessere, giovane professore alla Facoltà di Economia dove lo incontrai come mio professore, visto solo un paio di volte dato che affidava le lezioni ai suoi assistenti, secondo un vezzo consolidato a quel tempo e che mi insegnò come non si dovesse fare il mestiere di professore.

Delle tre vite che si dice siano state quelle di Cirino Pomicino, questa prima non la conosco, mentre mi è più nota la seconda, quella del politico, fedelissimo di Andreotti, per il ruolo che assunse nel panorama di quegli anni, e più interessante, dal mio punto di vista, la terza, ovvero quella dell’uomo, non più parlamentare, ma attento osservatore acuto dei costumi e coll’ambizione di ricompattare gli appartenenti a quell’umanità che si riconosceva in quei valori.

Da presidente della Commissione Bilancio e da Ministro ha saputo dimostrare una profonda conoscenza dei gangli dello Stato ed ha messo in riga potenti avversari interni ed esterni, ed anche se ha dovuto far fronte ad una quarantina di processi dai quali ne è uscito, credo, a testa alta.

L’ho conosciuto personalmente nel terzo periodo della sua vita, dopo l’applicazione di by pass, trapianti di cuore, reni e dopo acciacchi vari che lo hanno visto rinascere dopo che gli avevano diagnosticato tre ore di vita e volle incontrare in quello stato il grande accusatore Di Pietro e stringergli la mano.
L’ho incontrato in uno dei salotti romani che frequentava, in particolare in quello della figlia di un siciliano che era stato un potentissimo esponente della DC del passato.

Era circondato dall’attenzione di tutti gli invitati, di qualsivoglia fede politica, ed intorno a lui seduto, sul divano, si andavano formando e riformando capannelli di uomini e donne affascinati dalla sua verve e dal suo buonumore. Era simpatico, arguto e sempre acuto interprete dei fatti del giorno.

Anche se ci siamo parlati spesso, mi riconosceva ma credo non avesse una idea precisa di chi fossi e la cosa apparve chiara un giorno che l’allora segretario generale del CNEL, Michele Dau, già dirigente del CENSIS, organizzò una serie di incontri riservati ad un ristretto numero di persone esperte di pianificazione. Era stata una dirigente del Ministero dei Trasporti prestata dalle FS ad aiutarlo nella identificazione del tema e delle personalità da invitare, in un momento in cui Tiziano Treu fu nominato presidente di quell’organismo che aveva raggiunto il più basso livello di gradimento a livello nazionale.

“Inutile come il Cnel” era una delle storiche affermazioni del grande leader Ugo La Malfa, che condividevo solo in parte.
In realtà lo strapotere dei partiti, un Parlamento prolifico, ed una serie di strutture varie dai sindacati ai Centri Studi di varia origine, occupavano il campo di quella che doveva essere la funzione del CNEL; in particolare non potevo né potevo condividere quella valutazione del leader repubblicano, in quanto io stesso avevo avuto il privilegio di essere scelto da Raffaele Vanni, già Segretario Generale della UIL e consigliere del CNEL, nominato relatore sul Rapporto sul Mezzogiorno, come coordinatore del gruppo di esperti per quello studio.

Quasi due anni di lavoro, una analisi critica di tutte le leggi a favore del Sud dal passato remoto fino a quei giorni, avevano prodotto migliaia di pagine pronte per la presentazione prevista per la fine di novembre del 1980, due giorni dopo il Terremoto che sconvolse l’Irpinia, la Campania, Napoli e molta parte delle regioni limitrofe. Tutte le indagini praticamente vanificate in pochi minuti.
Tuttavia la proposta di eliminazione dell’organismo Costituzionale, decadde ma non l’incertezza sul suo ruolo, e la nomina della coppia Treu Dau fu un tentativo di proporre una svolta.

Fui invitato a quella tavola rotonda perché avevo partecipato al crepuscolo dell’esperienza del Progetto ’80, attraverso la direzione del Centro Studi e Piani Economici di Franco Archibugi, alla creazione del FIO ovvero il Fondo Investimenti e Occupazione, a varie esperienze di Pianificazione internazionale e come esperto al Piano Generale dei trasporti, e a quello dell’Iraq. Gli altri invitati che ricordo furono Emanuele Macaluso storico parlamentare comunista, che non potette partecipare per motivi di salute, gli ex Ministri Claudio Signorile, Vincenzo Scotti, Paolo Cirino Pomicino, Ercole Incalza ovvero “I Trasporti” per essere stata l’eminenza grigia del settore per oltre cinquant’anni, oltre ovviamente ai due promotori e al Presidente Treu che intervenne solo verso la fine di quell’incontro, se non ricordo male, del 2018.

Dopo alcuni interventi il padrone di casa mi dette la parola citando il mio cognome che scosse Pomicino. “Ma io conoscevo una persona con questo cognome: era un mio compagno di scuola”. Dissi che probabilmente si trattava di mio cugino Eugenio. E Paolo, fissandomi negli occhi, annuì: per la prima volta associava alla mia fisionomia un nome che risvegliava in lui ricordi della sua adolescenza.
Mi hanno raccontato in seguito l’effetto sugli altri presenti alla conversazione che ne seguì e che andò avanti a lungo.

Nella quiete di Villa Borghese, sotto le volte affrescate di Villa Lubin, davanti al caffè che ci avevano portato dal bar, sembrava di essere al Gambrinus della Napoli degli anni ’70 e nel silenzio perplesso degli altri, Paolo prese a chiedermi notizie della mia famiglia.
Compresi subito dopo che il suo maggior desiderio era quello di sapere qualcosa delle mie cugine, Giulia e Lalla, che anch’io colloco nei miei ricordi adolescenziali come due belle ragazze, e che probabilmente dovevano aver avuto un qualche ruolo nel suo immaginario di quell’epoca.
La faccenda durò, mi si dice, almeno una decina di minuti e fu interrotta dall’intervento di Dau che mi invitò a riprendere la parola.
Altre volte ci capitò di rivederci, quelle altre volte con la consapevolezza di quel passato che per lui rappresentava un ritorno indietro di quasi settant’anni; il sorriso era quasi affettuoso, forse familiare per le emozioni che accompagnavano quei ricordi.
Ciao Paolo.

 

*già Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Salerno

 

CC BY-SA 4.0, Paolo Cirino Pomicino (2006).jpg

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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