St. Patrick’s Day: celebrare senza ricordare non serve a niente
di Benedetta Cioffoletti-
Ogni 17 marzo il mondo intero si tinge di verde in un’esplosione di folklore e tradizione per festeggiare il patrono d’Irlanda, San Patrizio.
Ma dietro la commerciale celebrazione di St. Paddy si nasconde una plurisecolare storia di oppressione e resistenza che rivendica la sua identità attraverso il St. Patrick’s Day. Indossare oggi il verde è per gli irlandesi un vero e proprio tentativo di riappropriazione culturale, un modo per riaffermare un’identità che Londra per secoli ha cercato di soffocare.
La dominazione inglese dell’Éire affonda le sue origini nell’invasione cambro-normanna dell’isola nel 1169, spedizione legittimata de iure dalla bolla papale Laudabiliter di Papa Adriano IV, che riconobbe Enrico II Dominus Hiberniae.
Iniziò così una sistematica repressione culturale attraverso la proibizione dell’uso della lingua, cultura e tradizioni irlandesi: fu proprio in questo contesto che la religione divenne anch’essa strumento di etnocidio.
Nel 1534, attraverso la proclamazione del Supremacy Act, Enrico VIII assunse il titolo di “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, sancendo così la rottura definitiva con l’autorità papale. Ciò determinò automaticamente la delegittimazione della sovranità inglese in Irlanda, rendendo priva di ogni validità la bolla pontificia di Adriano IV.
Sette anni più tardi, nel 1541, venne promulgato il Crown of Ireland Act, con il quale Enrico VIII assunse nuovamente la corona d’Irlanda, legittimando così l’imposizione della Riforma Anglicana nell’isola. Pur presentandosi come una disposizione legislativa, il provvedimento era di fatto uno strumento di controllo, finalizzato a ridurre l’autonomia dei clan locali. La religione cattolica divenne così una vera e propria resistenza culturale e politica nei confronti del protestantesimo, che si presentava, invece, come una “forza estranea, parte integrante del processo di conquista e imperialismo”.
In questo clima di oppressione, San Patrizio, in quanto “fondatore” della Chiesa cattolica irlandese, divenne il simbolo dell’identità e resistenza gaelica, sebbene fosse tecnicamente un cittadino romano-britannico. Tuttavia il Santo, secondo la tradizione, scelse di parlare e predicare nella lingua locale: questo aspetto fu successivamente enfatizzato per contrastare l’imposizione dell’inglese e resistere all’egemonia culturale di Westminster.
Ugualmente il trifoglio, simbolo religioso, si è trasformato nei secoli in uno strumento di lotta identitaria. Secondo la tradizione, San Patrizio lo utilizzò per spiegare agli irlandesi pagani il concetto della Santissima Trinità attraverso le sue tre foglie su un unico stelo. In seguito alla rivolta del 1798, il trifoglio si trasformò in un segno di riconoscimento tra patrioti, ben presto criminalizzato dalle autorità britanniche che ne vietarono l’esposizione in quanto considerato un atto di sedizione.
Tale politica di censura e repressione culturale è evocata nella ballata “The Wearing of the Green”, dove il verso “They’re hanging men and women for the wearing of the green” riporta la spietatezza del colonialismo inglese.
Celebrare San Patrizio, dunque, non significa solo onorare un patrono, ma riconoscere e sostenere la resistenza di un popolo che per oltre ottocento anni è riuscito a sopportare il giogo della corona inglese, conservando e tramandando la propria identità.
Che possa il 17 marzo essere la celebrazione del popolo irlandese e di tutti quei popoli in lotta che, ancora oggi, combattono per esistere.







