Quando le critiche cadono nel vuoto: il caso di Sal da Vinci
di Claudia Landolfi-
Non avevo mai ascoltato le canzoni di Sal Da Vinci prima del Festival di Sanremo ma, sin dalla prima nota che l’artista ha cantato sul palco più visibile d’Italia, ho capito che il suo “Sarà per sempre sì” avrebbe conquistato il podio. Ho ascoltato tutte le canzoni in gara ma quando mi sono resa conto che, dopo una fragile, ma passeggera, emozione provata con Levante, un impulso a ballare suscitato da Samurai jay, e la percezione di una brezza di incanto con Arisa, l’unica canzone di cui ho subito ricordato le parole e il ritmo è stata quella di Sal Da Vinci. C’è poco da discutere. Quel brano non è più andato via.
Non mi aspettavo le feroci critiche rivolte a un artista di cui avevo molto sentito parlare per via della sua lunga carriera di attore e cantante e che è percepito come una parte integrante della storia italiana, come Al Bano, Orietta Berti, Gianni Morandi, Renato Zero, Umberto Tozzi e tanti altri. Eppure viene fuori che gran parte degli italiani non conoscevano la sua storia, pur avendo partecipato a film, opere teatrali, concerti, programmi televisivi, gettando un’ombra sulla visibilità della cultura meridionale, che si configura come un connubio di espressioni popolari e raffinatezze sublimi, come un connubio di alto e basso come ha raccontato magistralmente Ozpetec.
La vittoria di Sal Da Vinci è stata aspramente criticata al punto che l’artista, con la mitezza che lo contraddistingue, ha sentito di doversi giustificare pubblicamente ricordando a tutti che ha fatto la gavetta. Eppure i ragazzi e le ragazze venuti fuori dai talenti show, o da pochi anni di band, non sono stati messi così con le spalle al muro e non hanno dovuto portare la giustifica della loro partecipazione a Sanremo. Purtroppo ho letto moltissimi commenti contro il cantante che contenevano un odio razzista verso i napoletani. Inutile negarlo.
Questo mi dispiace perché l’odio nasce da una profonda ignoranza. La canzone di Sal Da Vinci è intelligente perché è stata studiata a tavolino per funzionare e funziona, ma funziona perché la canta Da Vinci e Da Vinci può cantare qualunque cosa, anche una sigla di un cartone animato. Vincerebbe lo stesso. Vincerebbe comunque perché è amato e la sua presenza suscita benessere, allegria, positività, misura.
Quanto al testo della canzone, gli attacchi sono forzati: non c’è l’imposizione di un modello ma il racconto di una vita in cui non ci si deve per forza identificare. Non ho mai ascoltato Jack Keruac sul palco di Sanremo, né Allan Ginsbgerg, o Angela Davis. Ho ascoltato Toto Cutugno, Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, Zucchero, Elisa, Giorgia etc. Quale differenza tra il testo di Olly, o di Giorgia con Da Vinci? La cura di Giorgia non esprime l’idea di un amore fusionale necessario all’identità della persona? Perché questo messaggio è accettato in alcuni e in altri è rifiutato con livore? L’aspirazione all’amore eterno non può essere una colpa. In più: quando mai ha contato il testo nella musica? Vasco Rossi con le sue Bollicine ci ha dato una lezione definitiva: ciò che conta non è il verso “io la coca cola me la porto a scuola” ma l’energia con la quale si canta, la presenza e la coerenza di gesti e suoni.
Sal Da Vinci è questo: energia. Ma non sarà che l’intellettualismo è la maschera del disprezzo verso gli altri?







