Il Racconto della Domanica: “Madame Kiki” (seconda parte)
di Giuseppe Mpoesch*
La strada era in buone condizioni e quindi potemmo godere pienamente della meravigliosa natura che ci circondava; le colline si alternavano a tratti di pianura nei quali la vegetazione sui bordi impediva di vedere cosa ci fosse dietro. Lungo il percorso incrociavamo gruppi di viandanti in qualche caso accompagnati da piccole greggi di capre.
La cosa veramente interessante che con scansione quasi programmata, ovvero più o meno ogni cinquanta chilometri, cambiavano vistosamente i costumi, le acconciature, financo le tipologie fisiche, come anche il colore della pelle che assumeva di volta in volta qualcuna delle sfumature, dall’ambrato intenso a tutte le sfumature del cioccolato scurissimo, a sottolineare quei cambiamenti di etnia che occupavano la zona.
Chiedevo all’autista di rallentare in prossimità di quegli incontri, talvolta di fermarsi a parlare con i membri di quei gruppetti, sebbene la cosa non fosse agevole: assai spesso l’autista non capiva il dialetto specialmente considerando che in quel paese ci sono 83 lingue e circa 200 dialetti, e solo a segni si poteva comprendere qualcosa. Oltre alle vesti coloratissime, le donne portavano vistosi gioielli, raramente d’oro o d’argento, ma nella più parte dei casi i monili erano ricavati dal metallo dei bossoli dei proiettili usati negli scontri della recente guerra. Erano fatti con grande cura e maestria ma non fu possibile acquistarne a causa della impossibilità di giustificare al marito la mancanza di quel pegno di appartenenza. Sorridevano schernendosi e poi confessavano che non avrebbero potuto rientrare a casa senza; sorrisi con denti bianchissimi per le più giovani o con vistose mancanze, le più anziane, ma tutte pronte a coprirsi la bocca inclinando leggermente la testa di lato.
Solo in un paio di occasioni abbiamo riscontrato una forte reticenza, quasi alterigia, da parte di gruppi di donne sole, con capre, che vendevano il latte di quegli animali, che conservavano in contenitori di pelle.
Erano alte e snelle, con abiti meno vistosi delle altre incontrate, e ci proposero di acquistare il latte: chiesi loro di vendervi i contenitori, ma fu cosa impossibile trattandosi per loro di strumenti per il commercio che facevano e non erano facilmente riproducibili in tempi brevi.
Passammo la notte a Debrè e l’indomani, dopo aver visitato la città riprendemmo la strada per Harer, la città dei Santi, per la forte tradizione islamica, ed anche lungo questo percorso ci si riproposero le stesse scene.
Arrivammo nel pomeriggio e fummo sorpresi nello scoprire che ci trovavamo di fatto in una delle città del basso Lazio, poteva essere una Sabaudia o una Littoria o una qualsiasi altra cittadina della riforma agraria fascista della piana pontina, caratterizzata però dalla presenza di minareti o di capanne o di abitazioni di stile arabeggiante.
Fondata tra il VII e l’XI secolo, nel XVI secolo il re locale circondò la città di un muro alto quattro metri e dotato di cinque porte d’accesso. Questo muro, chiamato Jugol, è giunto pressoché intatto fino a noi, e ti fa pensare ad una città medievale toscana mentre appena entri al loro interno cambia l’esperienza e ti ritrovi alla fine degli anni trenta nell’Italia fascista a Latina o a Sabaudia con il razionalismo applicata agli edifici pubblici realizzati durante il periodo della reggenza italiana. Al suo interno si è sviluppato un complesso di oltre ottanta moschee oltre ad un centinaio di luoghi sacri collegati ad eminenti personaggi della vita religiosa, che ancora oggi sono luoghi di venerazione da parte di fedeli provenienti da ogni luogo.
All’interno dell’area centrale un mercato che al nostro arrivo stava chiudendo anche se erano visibili le tracce degli scambi avvenuti; in effetti quando lo visitammo il giorno dopo, era un tripudio di colori, di vita, di animali, di prodotti della terra con i soliti odori inebrianti e talora eccessivi, e prodotti artigianali in cuoio o ceramica ma soprattutto un gran numero di venditori di foglie di qat detto anche chat, un arbusto contenente un eccitante naturale fortemente coltivato e venduto in tutta la regione del Corno d’Africa, e consumato masticandolo continuamente.
Molti degli edifici pubblici rilevanti del centro, come detto, avevano la stessa impronta dello stile italiani del ventennio: le poste, e gli altri edifici pubblici, forse colpivano in modo anche più appariscente di quelli di Asmara o di Massaua.
La città da sempre al centro di traffici dal Mar Rosso all’interno e verso l’Europa, conserva una vecchia casa, oggi trasformata in museo, appartenuta ad un mercante per il quale aveva lavorato il giovane Rimbaud e dove l’uomo aveva vissuto per diversi anni.
Ti muovi con disinvoltura proprio perché ti senti a casa; sai che lungo le vie principali troverai i palazzi dell’amministrazione, e le case degli esponenti del potere mescolate con le vestigia delle antiche case tradizionali, ed è proprio ad una di queste che siamo diretti, ovvero alla casa dove abitò come detto il poeta anticonformista e ribelle.
Ci addentrammo nella parte vecchia alla ricerca dell’edificio e chiedendo in giro riuscimmo a trovare il luogo.
Il poeta maledetto, come lo definì Paul Marie Verlaine, includendolo insieme a sé stesso, a Stéphane Mallarmé e pochi altri nell’elenco di quei poeti eredi di Charles Baudelaire, morto a soli trentasette anni dopo una vita assai movimentata e scabrosa, da omosessuale in una società bigotta,
Arthur Rimbaud aveva girato mezza Europa, in parte a piedi, e trovandosi quasi alla fine dei suoi giorni come rappresentante di una ditta di esportatori, prima ad Aden e poi ad Harer, finì infine per fondarne una propria commerciando anche armi.
In questa città visse intorno al 1875, a varie riprese, con un cameriere, suo compagno, e per pochissimo tempo, con una bella donna che si diceva avrebbe dovuto sposare, ma che allontanò appena arrivato.
Anche se avevamo le indicazioni giuste non fu facile riuscire a ritrovarla perché non vi era alcuna indicazione turistica e quando chiedevamo per strada ricevevamo indicazioni generiche, anche se tutti sapevano dell’esistenza della casa di Rambo, come veniva compreso dagli autoctoni: ignoravano infatti chi fosse quel poeta ma tutti conoscevano l’eroe interpretato da Stallone e ritenevano fosse quello il titolare di quella casa.
L’edificio che era appartenuto ad un mercante era grande arioso e luminoso, con gli arredi d’epoca; poco più avanti un’altra vecchia casa con caratteristiche simili ed appartenuta ad un santone, inserita nella città antica tutta viuzze strette e colorate, a ridosso del mercato tradizionale, dava una idea di come si vivesse anche ai tempi di Hailie Selassie e per quelle caratteristiche la città divenuta Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Una singolarità di questa città attrazione turistica per i pochi viaggiatori che si recavano in quel periodo ad Harer, era rappresentato dallo spettacolo del pasto delle iene.
Partendo da una vecchia tradizione locale, ma diffusa anche in altre località, gli abitanti della città davano cibo ad animali feroci per tentare di rabbonirli ed evitare aggressioni; tale cerimonia avveniva normalmente al più, una volta all’anno.
A partire dagli anni 60 si è deciso di rendere quotidiana questa sorta di rito ed hanno costruito una leggenda ad hoc raccontando che a seguito di una epidemia, per evitare il diffondersi del contagio, i cadaveri venivano lanciati oltre le mura dove le iene scorrazzavano e li mangiavano, liberando così la città dal contagio.
Devo dire che passando n auto intorno alle mura mi è capitato di imbattermi un una iena che non sembrava avere cattive intenzioni né sembrava spaventata dalla presenza dell’auto.
L’amministrazione cittadina ha così organizzato una sorta di spettacolo. All’imbrunire, in uno spiazzo appena fuori una delle porte, circondato da pochi alberi, illuminato dai fari delle auto parcheggiate intorno a semicerchio, si presentava un uomo che portava con sé due grossi bidoni pieni di cascami di carne, contributi dei macellai cittadini.
Seduto su uno sgabellino l’uomo cominciò ad emettere sei fischi, e dei richiami vocali a cui rispondevano suoni similari.
Il semicerchio era animato da una quindicina di persone, i soli stranieri presenti in città in quella giornata, ed erano tutti appartenenti ad organizzazioni internazionali presenti per motivi istituzionali nell’area, perché, a causa dei movimenti di truppa nel nord del Paese, non c’erano le condizioni per forme di turismo di altra natura.
Ad un tratto la scena cominciò ad animarsi; da dietro ad un albero che si trovava di fianco all’uomo si cominciò a notare una sagoma inconfondibile. Una iena si muoveva con circospezione conscia del fatto che l’uomo era lì per nutrirla; quello infatti prelevando con un bastoncino che teneva in mano un brandello di carne da uno dei secchi, e tenendolo sospeso davanti a sé, invitava la fiera ad addentarlo.
La iena fece qualche piccolo giro su sé stessa e poi fulmineamente afferrò il pezzo di carne e ritornò velocemente nell’ombra, mentre altre due o tre sagome si materializzavano nella luce dei fari. Stessa scena con due bastoncini e due si quelle iene strapparono i bocconi offerti mentre le altre due giravano intorno e la prima era riapparsa.
La scena si ripropose molte altre volte tra lo stupore ed il timore degli astanti che assistevano alla scena. Il fetore di quegli animali era fortissimo, penetrante e si associava a quello della carne e del sangue certamente non freschissimi, contribuendo a mantenere un clima di tensione assai alto. Crepitio di macchine fotografiche, gridolini di qualche signora quando due o tre iene si contendevano brani di carne con movimenti imprevedibili scartando di lato o balzando l’una sull’altra, qualche emozione in più quando si sentiva il rumore di ossa spezzate dalle possenti mascelle delle iene.
Ad un tratto, quando già buona parte della carne era stata distribuita, l’uomo si rivolse agli astanti chiedendo se qualcuno volesse provare ad offrire la carne alle belve. Nessuno sembrava disposto a farlo ed io che mi ero incuriosito dalla scena e volevo guardare più da vicino gli animali, risposi all’invito. Percorsi la metà del semicerchio che mi separava dallo “Jena man” che mi porse la bacchetta sulla quale c’era un pezzo di carne.
Ero sulla sinistra dell’uomo davanti al quale c’erano i due bidoni ed alla cui destra c’erano due iene. Restarono qualche istante ferme; ero consapevole che la scena si svolgeva ogni sera con gruppi di spettatori diversi e che non esistesse un reale pericolo essendo gli animali interessati esclusivamente al cibo ed a meno di qualche mia stupida reazione non mi avrebbero aggredito.
Penso che anche loro valutassero se potessi rappresentare un problema per loro; ad un tratto una delle due iniziò a spostarsi con circospezione per venire verso di me e d’improvviso scattò, afferro il boccone e tornò nell’ombra degli alberi. Scoppio un piccolo applauso da parte degli spettatori per quella che fu considerata come una prova di coraggio.
Ritornando verso l’auto una signora spagnola mi disse ma come avessi fatto a non aver timore, ed io le risposi immediatamente: “Sono un professore universitario, ed almeno una volta al mese partecipo ad un consiglio di Facoltà dove saluto i miei colleghi stringendo loro la mano”.
Poco distante c’era anche la casa dove si diceva avesse vissuto da bambino Hallé Selassiè che in ogni caso rappresentava con ricchezza di particolari originari la vita della fine del secolo diciannovesimo.
Verso il tramonto ci recammo a visitare il camminamento fuori le mure ed anche in quell’area trovammo due o tre luoghi di culto intitolati a qualche santone, e in una delle zone più appartate ci imbattemmo in una iena, indifferente alla nostra presenza.
Anche in occasione della nostra presenza, sebbene in assenza di turisti per la recente guerra, l’iena men, (veniva pronunciato all’inglese come auena men) così veniva chiamato quell’uomo, organizzava il suo show.
Eravamo arrivati sulle tracce della ferrovia che collega Addis Abeba a Gibuti, anche se il treno non arriva fino alla città che si trova a 1885 metri sul livello del mare; si preferì far correre in basso la ferrovia e creare una fermata in prossimità della stessa, a pochi chilometri di distanza, a Dire Dawa, che fu fondata nel 1904 proprio quando vi giunse la ferrovia. La scelta permise lo sviluppo di una città che oggi è la seconda d’Etiopia sviluppatasi industrialmente beneficiando dei traffici tra la capitale e Gibuti.
Consapevole dell’importanza che la ferrovia avrebbe avuto anche per il proprio territorio, il governatore Ras Makonnen padre di Tafarì Maconnèn, futuro imperatore d’Etiopia con il nome di Hallé Selassié, fece realizzare la strada per Harare.
Lasciammo Harare e visitammo Dire Dawa per ritornare sulla strada percorsa nei giorni precedenti per poi ritornare ad Awash.
La tavola era apparecchiata per tre, ed erano pronti gli antipasti.
Madame Kiki ci accolse con un gran sorriso, lieta del nostro arrivo, ci offri da bere, ci chiese se volessimo rinfrescarci per poi farci accomodare.
Non avevamo ancora finito la enorme quantità di piccoli assaggi che aveva preparato quando preceduta da una cameriera che era anche la tuttofare e che portava il vassoio con il magnificato capretto alla greca.
Su un letto di riso troneggiava un minuscolo capretto, grande quanto un piccolo coniglio che esalava un profumo delizioso; attaccammo la pietanza con decisione e l’aspettativa fu ampiamente superata dall’esperienza. La carne era tenerissima e le spezie esaltavano il sapore. Non c’era alcuna esagerazione nella fama: era semplicemente sublime.
Quando la nostra opera di demolizione era giunta verso la fine ritornò e si mise a sedere con noi, dando la stura ai suoi ricordi.
In quel momento passò di fianco un uomo di una trentina d’anni, vestito con un paio di pantaloni corti che forse erano stati blu, una t shirt di un colore tra il giallastro e il terra, infradito ai piedi e un minuscolo zaino sulle spalle.
Era un bianco, certamente europeo, come ci confermò la stessa Kiki, ed era arrivato con il treno da Gibuti, appollaiato come le altre poche donne locali, sul pianale del carro merci.
Ci disse che si era presentato un paio d’ore prima, e continuava a gironzolare intorno al ristorante sperando ancora di poter soddisfare la richiesta che le aveva fatto arrivando.
Senza mezzi termini le aveva chiesto una donna.
Madame Kiki era donna di mondo, donna di frontiera, avvezza alle richieste dei rari viandanti e non si scompose ma chiese in giro, ed in particolare alla sua collaboratrice se volesse accettare la proposta di quel giovane.
Mentre raccontava ci indicava la giovane ragazza che ci aveva portato il capretto che intanto si dava da fare intorno ad un piccolo braciere posto davanti a lei che sedeva su uno sgabellino, in vista della preparazione del caffè.
Non è mai facile attribuire l’età ad una donna etiope ed africana in generale; la ragazza sembrava molto giovane ma rispose con la consapevolezza di una donna matura, e sorridendomi ci disse con un certo disgusto: “è sporco e puzza”.
Non c’era imbarazzo o vergogna nella sua risposta, si capiva che non era una professionista, ma si comprendeva altresì che la vita difficile che conduceva comprendeva anche la possibilità di una fugace integrazione del suo reddito compatibile con una visione meno puritana della vita.
Sulla nuda terra dello spazio intorno alla veranda dove eravamo seduti aveva ammucchiato della sabbia a formare una cupoletta che schiaccio nel centro, appoggiandovi al centro dei pezzi di carbone a cui dette fuoco. Una volta arroventati, vi pose in cima un pentolino con dell’acqua, mentre nel frattempo mise sui carboni un’altra pentola da arroventare, gettò nel fuoco alcuni grani di incenso che subito sprigionarono il loro forte aroma pungente tutt’intorno.
Poggiò alcuni semi sul piano del tegamino e li fece abbrustolire per qualche minuto poi trasferirli poi in un mortaio dove, con un continuo battere, li trasformò in polvere.
La cerimonia era giunta quasi alla fine: ci chiese se lo volessimo dolce o meno e sulla base delle richieste divise in due recipienti d’acqua e vi versò la polvere dal mortaio, continuando a mescolare la mistura.
Il profumo del caffè si mescolò con quello dell’incenso e ci avvolse in una nuvola, mentre intorno l’aria calda ci accarezzava con un leggero venticello.
In quel luogo fuori del tempo, tra i racconti di vita, in quello scorcio finale di quello che appariva come Il crepuscolo del secolo breve, tutto ci sembrò surreale.
Surreale raccontandole della tecnica che un ristoratore cubano a Maputo in Mozambico aveva adottato per allontanare le mosche. Riempiva d’acqua delle buste di plastica trasparente, le chiudeva e le sospendeva intorno al ristorante. Sosteneva che le mosche, quando si posavano erano spaventate dalla loro immagine deformata ed ingrandita e si allontanavano.
Ascoltò con un sorriso e ci salutò abbracciandoci e baciandoci.
Sono tornato in Etiopia ma non sono più stato ad Awash. Rividi l’autista che ci aveva accompagnato nel primo viaggio e ci portò in giro anche questa volta per tutto il resto del Paese.
Aveva accompagnato altri viaggiatori italiani a pranzo da madame Kiki, ed erano rimasti sorpresi nel vedere che la veranda era circondata da buste trasparenti piene d’acqua.
La risposta di quella donna carica d’anni e di esperienze fu: “Me lo insegnato un amico professore italiano”.
*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno







