Sanremo 2026
di Giuseppe Moesch*
Qualcuno ha scritto sui social che tra i cantanti c’era un dubbio tra “Ma chi è e Ma come è ancora vivo”
Due anni orsono, di questi tempi, ebbi modo di commentare alcuni aspetti dell’evento che si sviluppa nel nostro Paese con scansione annuale, da ben settantasei edizioni: il Festival di Sanremo.
Evidenziai in quella sede come ritenessi quell’evento uno dei più chiari indicatori, una sorta di messa a fuoco sulla società italiana in evoluzione, tanto che da professore proponevo ai miei studenti di laurea magistrale, di seguirlo per poi discuterne insieme in aula.
Il Festival dell’anno passato mi aveva portato a non avere più la certezza che ci fosse la necessità di quella visione: la manifestazione che aveva raggiunto livelli di ascolto astronomici, non ea più interprete di altro se non della omologazione al dettato permeante la società, ovvero incassare il massimo di proventi pubblicitari, assicurati dal massimo livello di ascolti.
Lo spettacolo e le canzoni erano solo la scusa ufficiale per giustificare lo show di nani e ballerine, che rimandavano a slogan di anni passati, mentre l’obiettivo era solo quello di mantenere inchiodati gli spettatori al video che avrebbe trasmesso, in barba a tutte le regole, continui spot pubblicitari, palesi o occulti, allo scopo di drenare quante più risorse da sottrarre alle emittenti cosiddette commerciali.
Lo share, i valori assoluti, la raccolta di danari erano la risposta univocamente sbandierata a supporto della bontà della organizzazione dell’evento, anche se la qualità del prodotto tendeva a deprimere i contenuti e la qualità delle canzoni presentate che non erano più al centro del programma che si era trasformato in uno show, uno spettacolo tout court.
Non intendo entrare nel merito della correttezza delle scelte della dirigenza RAI, pur ricordando a me stesso il ruolo che quella struttura ha svolto e dovrebbe ancor oggi svolgere come servizio pubblico, quello che è interessante evidenziare è che il ruolo che il festival aveva svolto negli anni sembrava essere esaurito con l’ultima edizione e la conferma si è avuta con il dato degli ascolti che sono scesi di oltre tre milioni rispetto all’ultima edizione, con la proposizione della stessa conduzione e della medesima formula dell’anno precedente.
Ho seguito il festival annoiato da rumori ritmici ripetitivi e quasi tutti simili se non uguali, interpretati da sconosciuti o da cantanti che taluno aveva considerato già morti, presenze tese a soddisfare la fame di rumore per le future passate in discoteca o l’affezione dei più vecchi nostalgici di un tempo che fu, ma che nulla offrivano di nuovo in un panorama musicale, che ancorché impoverito, è ancora in grado di proporre qualche spunto interessante.
Devo confessare che ieri sera, a differenza di quanto fatto per quasi tutti gli anni di ascolto e di visione dei festival, ho preferito dedicarmi ad altro. Lo farò anche stasera, forse con un pochino di rimpianto, come succede ogni qual volta si cambiano abitudini inveterate, ma anche con la consapevolezza che nulla essendo eterno, siamo soggetti ai mutamenti che il tempo e gli uomini generano.
Il festival di oggi si è trascinato a rimorchio dei tempi e dei costumi mutati; sono questi che non mi piacciono: il modello dell’America rampante legata a miti di potenza da uomini della frontiera che rinnovano il loro colonialismo non più con i nativi, ma con Groenlandesi o Canadesi, di politici che rivendicano leadership rinunciando ai valori per il potere che si ottiene con l’occupazione dei posti chiave e nella possibilità di gestire i danari pubblici o privati che siano, della faziosità espressa da chi dovrebbe raccontare fatti e li piega a favore della parte in cui spera di potersi affermare.
Feste, farina e forca sono ancora i fari che sembrano sempre doverci guidare per i prossimi anni: preferisco rompere un’abitudine e contribuire all’abbassamento di quegli indici di ascolto, nella speranza che possano far cambiare rotta; se non riesco con le mie parole a risvegliare qualche coscienza, spero che almeno la mia rivolta personale possa essere un modestissimo contributo ad una rivoluzione che dovrebbe animare l’intera società.







