di Mariapia Vecchione-
Cosa resta in questa società mediocre? Il troppo deforma, distorce e svilisce ogni sentimento. Poi arriva La Grazia,perché Paolo Sorrentino non abitua a nulla e di una pellicola come Parthenope, che aveva il sapore della giovinezza eterna amalgamata alla riflessione, scompare ogni riflesso. Il cinema Sorrentiniano fa spazio all’inesauribile sentimento dell’essere: l’amore, ma anche il turbamento.
Il cinema italiano ha ricevuto in dono dal cineasta napoletano – un nome, una garanzia – un’epopea narrativa, La Grazia, che ha come protagonista Mariano De Santis: interpretato da Toni Servillo, il quale votivamente veste i panni del Presidente della Repubblica Italiana, incarnando lo spirito di uomo saggio e il suo rigore per la legge. Lui, il Presidente De Santis ha scritto manuali giuridici soprannominati dagli studenti di legge “Himalaya K3”, perché quella perfezione legislativa fa i conti con l’impossibile scalata umana di una vetta immaginaria.
Accanto al Presidente, sempre composta e docile, sua figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che bada alla sua salute e ha scelto inconsciamente di mettere da parte i suoi desideri, per accompagnare suo padre, fino a dimenticarsi anche di se stessa. I riferimenti al passato e al presente sono insiti nella costruzione Sorrentiniana: il Presidente immaginifico e salvifico racconta tanto di Mattarella e dice molto di una figura passata come quella di Napolitano, ma mette in luce anche il bisogno di trasfigurare la prima carica della Repubblica che arriverà in un’Italia del domani, a confronto con il futuro Papa di colore (Rufin Doh Zeyenouin), che Sorrentino ha ritratto in questa pellicola, come l’uomo di fede che rassicura e che con i suoi capelli rasta sale a bordo di un motorino e attraversa i vialetti fioriti come se fossero vicoli, scrutando i bassi napoletani.
De Santis, fra silenzi e intime riflessioni, deve compiere scelte, secondo le sue facoltà, che potrebbero cambiare la vita del prossimo: far passare la legge sull’eutanasia nei suoi ultimi mesi di mandato come Presidente e, decidere se concedere la grazia a due condannati sciogliendo il nocciolo dei loro gravi reati. Le decisioni sono aghi pungenti per Mariano De Santis, soprannominato “cemento armato” fuori dalle stanze del Quirinale, oltre quelle porte però, la sua natura è complessa (ascolta le rime rap di Guè) e si mescola all’etica: oggi solo retaggio della classe politica.
Mentre gli equilibri del mondo cedono, sono sconvolti da dialoghi politici di leader imbarazzanti, La Grazia è un film che parla di ragionevolezza e di misura, dell’importanza dello Stato e della sua appartenenza.
E dunque, così sia: “La Grazia è la bellezza del dubbio.”