Monaldi, dietro le quinte di un dramma
di Michele Bartolo-
Un recente fatto di cronaca ha destato grande partecipazione emotiva e coinvolgimento della pubblica opinione, anche a causa della grande risonanza mediatica del caso. Mi riferisco al piccolo Domenico, di due anni e quattro mesi, ricoverato all’Ospedale Monaldi di Napoli e deceduto qualche giorno fa dopo quasi due mesi di agonia.
Domenico, come tutti sanno, sofferente dalla nascita di una grave patologia cardiaca, aveva subito un trapianto di cuore giunto danneggiato al momento dell’espianto, con conseguente fallimento dell’intervento salvavita e impossibilità di porvi rimedio, sia per la impossibilità tecnica di reimpiantare il suo cuore originario sia per la inadeguatezza delle sue condizioni di salute rispetto alla eventualità di sopportare un nuovo trapianto.
Questi sinteticamente i fatti avvenuti. Ma, al di là della storia toccante del bambino e della sua triste fine, ciò che colpisce di questa vicenda è la concatenazione di errori e di superficialità che, di fatto, hanno determinato la morte del bambino. Facciamo un passo indietro.
Domenico è stato ricoverato per subire un trapianto cardiaco in una struttura di rilievo nazionale, come il Monaldi di Napoli, avendo la consapevolezza di essere seguito da professionisti e sanitari qualificati. Ciò che è accaduto, invece, ha dell’incredibile: l’espianto del cuore prima che arrivi quello da sostituire e se ne verifichi la idoneità e funzionalità; il trasporto del cuore nuovo in un box di plastica non omologato e con ghiaccio secco, al posto di quello tradizionale, tale da comportare il mancato controllo della temperatura ed il danneggiamento irreversibile del cuore; la rete di omissioni e coperture per tentare di effettuare un nuovo trapianto, rivelatosi poi improponibile a seguito della riunione congiunta dei massimi esperti nazionali del settore; la probabile carenza di informazioni e documentazione alla famiglia ed al suo legale, come sta emergendo in queste ore.
Ciò posto, dal punto di vista del diritto, nel nostro sistema giuridico esistono due forme di responsabilità sanitaria, quella civile e quella penale e, dal punto di vista soggettivo, una responsabilità individuale dei singoli ed una oggettiva della struttura ospedaliera nella quale o per la quale essi lavorano.
La responsabilità civile dei sanitari, siano essi medici o infermieri, riguarda l’obbligo di risarcire i danni causati da colpa nell’esercizio delle loro funzioni e per colpa deve intendersi qualsiasi forma di negligenza, imprudenza o imperizia posta in essere dagli stessi, fatta eccezione per la colpa lieve o per quella non avente alcun effetto causale rispetto ad un ipotetico danno.
Dal punto di vista della responsabilità penale, la stessa sussiste in caso di dolo o colpa grave, quindi sempre rispetto ad un comportamento omissivo o commissivo che si caratterizzi perché affetto da negligenza o imperizia (colpa grave) ovvero da cosciente e volontaria intenzione di arrecare un danno o un pregiudizio al danneggiato (dolo). Dal punto di vista oggettivo, poi, deve sussistere il nesso causale, cioè quel rapporto tra l’evento commissivo o omissivo e l’evento dannoso e il rapporto deve essere tale che, senza l’evento o il concorso dell’evento, il danno non sarebbe avvenuto.
In buona sostanza, sicuramente quella medica è una obbligazione di mezzi e non di risultato, ovvero, nel caso del piccolo Domenico, non vi era l’obbligo di garantire il successo dell’operazione, ma quello di fare di tutto perché riuscisse, con l’ausilio delle attrezzatture e del personale a disposizione. Al contempo, però, il medico deve agire con una diligenza superiore alla media, proprio perché ha la competenza e l’esperienza adeguata alla complessità della prestazione rispetto ad un cittadino qualunque.
Non conoscendo i dettagli e le carte dell’indagine avviata dalla Procura di Napoli non si può esaminare nello specifico il nostro caso ma, come riportato dalla stampa, il legale della famiglia ha iniziato a ventilare la possibilità di richiedere la imputazione per omicidio volontario quanto meno per alcuni dei sanitari coinvolti. Questo tipo di imputazione costituirebbe un quid pluris, in quanto appunto si passerebbe dalla colpa grave, rappresentata dalla lunga sequela di omissioni ed errori commessi, al dolo vero e proprio, all’intenzione e volontà di commettere un reato omicidiario e coprirne le conseguenze.
Uno degli elementi che fa propendere la bilancia verso questa seconda ipotesi, a dire del legale, potrebbe essere proprio l’espianto frettoloso e la posizione presa dal team del Monaldi nel continuare a ritenere trapiantabile il bimbo, pur nella consapevolezza tecnica che ciò non fosse possibile, come emerso dal parere degli esperti. Senza tacere della riferita circostanza che, in una chat successiva tra i medici, i cui cellulari sono stati sequestrati, si confesserebbe di avere sostenuto il falso in un disperato tentativo di salvare la pelle. La propria.






