Mi ero ripromesso
di Giuseppe Moesch*
Mi ero ripromesso di non affrontare il tema del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, riservandomi di farlo, se non negli ultimi giorni prima della consultazione, per confermare la mia adesione convinta al SÌ, coerentemente con mie posizioni di sempre.
È sotto gli occhi di tutti il fatto che il sistema giudiziario italiano soffra da molti anni di una forte crisi, le cui le cause sono molteplici e la cui soluzione è da ricercare in una profonda rivisitazione sociale e politica.
La nostra Costituzione, nata dalla tragedia del fascismo, è frutto di un compromesso (parola che non deve atterrire ma che contiene in sé i valori del rispetto per le differenti posizioni politiche di una società tormentata), tra le diverse anime che componevano il gruppo dei Costituenti.
Riuscire a mediare tra gli estremisti della conservazione del precedente schema fascista e le pulsioni delle ideologie comuniste, o il ritorno alle condizioni predittatura, fu il gravoso impegno di uomini di alto valore etico e morale, che portò a quella che molti hanno definito come la Costituzione più bella del mondo.
Tra i capisaldi di quella Carta, uno dei più importanti, fu l’imposizione della assoluta indipendenza degli ordini legislativo, giudiziario e politico, che ancora oggi sono il riferimento del nostro sentire comune.
La prevaricazione di questo principio fu alla base dell’insediarsi della dittatura ed il rispetto di quei principi hanno permesso al nostro Paese di superare tutte le crisi interne ed internazionali che hanno caratterizzato gli ultimi ottant’anni della nostra storia recente.
Tutto è perfettibile e per tale motivo alcuni aggiustamenti sono stati apportati nel tempo per aggiornare la Carta attraverso leggi Costituzionali, ma tutte, proprio tutte, nel rispetto di quei saldi valori della separazione netta dei poteri.
Molteplici elementi sono intervenuti a far vacillare la struttura del Paese e tra questi l’insorgere e il permanere di fenomeni malavitosi, la corruzione, il desiderio di risolvere endemici fenomeni di squilibrio sociale con la violenza, e sono stati momenti di debolezza politica che hanno data la stura a fenomeni come la mafia, le BR, o tangentopoli.
I tempi di reazione delle forze politiche non sono stati sempre immediati e si deve al coraggio di alcuni, in primo luogo dei magistrati, se fu possibile affrontare quei problemi, magistrati che sono caduti per arginare il fenomeno mafioso, o per motivi legati ai fenomeni del terrorismo, o alla corruzione.
Mi piace ricordare il manifesto che campeggia nella saletta del CSM, che riporta i nomi di una parte di quegli uomini, omaggiati dall’emissione di un francobollo sul quel spiccano i nomi di Emilio Alessandrini, Mario Amato, Paolo Borsellino, Bruno Caccia, Fedele Calvosa, Rocco Chinnici, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Fernando Ciampi, Francesco Coco, Gaetano Costa, Luigi Daga, Giovanni Falcone, Francesco Ferlaino, Guido Galli, Alberto Giacomelli, Nicola Giacumbi, Antonino Giannola, Rosario Angelo Livatino, Girolamo Minervini, Francesca Morvillo, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Agostino Pianta, Antonino Saetta, Pietro Scaglione, Antonino Scopelliti, Girolamo Tartaglione, Cesare Terranova: non sono tutti ma sono un segno del meglio dei nostri valori.
Sergio Zavoli valutò in oltre ottanta il numero dei caduti per mano delle BR in gran parte membri delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri.
Tuttavia è proprio con tangentopoli che avviene un cambiamento, una trasformazione, una sorta di catarsi nei magistrati, un bisogno di purificarsi e purificare la società, che alcuni di quegli uomini iniziano ad accarezzare l’idea di un proprio ruolo salvifico per una società considerata in decadenza.
La trasformazione dell’organo di autogoverno dei giudici in un partito, viene descritto con chiarezza dalla confessione di Palamara, ma nello stesso tempo si assiste ad una massiccia ideologizzazione di una parte degli stessi giudici che interpretano le leggi in alcuni casi lasciando esterrefatti i cittadini che sentono sulla loro pelle le condizioni di insicurezza in cui si vive.
Mi ero ripromesso di non intervenire perché nonostante le incongruenze lampanti, capisco che talvolta non si possa arginare con provvedimenti restrittivi in assenza di luoghi idonei; il sovraffollamento delle carceri è cosa arcinota ed in questo caso c’è una colpevole assenza della politica di qualsivoglia colore. Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi trenta quaranta anni hanno denunciato il problema ma solo poche strutture sono state realizzate. I suicidi tra i detenuti come quelli tra le guardie carcerarie, sono un tragico corollario della mancata soluzione al problema, e lo stress derivante da quelle condizioni unitamente ad organici insufficienti, portano inevitabilmente a situazioni drammatiche. E non si venga a dire che sia un problema di risorse che potrebbero essere facilmente dirottate da utilizzi alternativi come finanziamenti a film che nessuno ha mai visto o bonus offerti per ottenere consenso.
Mi ero ripromesso di non intervenire sul referendum perché anche se certe scelte di alcuni magistrati sembrano tese a contrastare scelte di politica estera con motivazioni pervase di ideologia filo emigranti e filo ONG finanziate da mestatori, perché ritenevo che questo non dovesse inficiare il senso di un referendum teso a bilanciare i poteri in campo mettendo accusa e difesa alla pari sotto il giudizio di un giudice super partes.
Mi ero ripromesso di non intervenire perché avvertivo che il sentimento prevalente della società fosse quello di mantenere vivo il concetto di separazione dei ruoli e delle funzioni dei vari poteri dello Stato e di confermare la volontà dei Costituenti a non volere che alcuno potesse prevaricare gli altri; questa convinzione mi derivava dall’analisi degli scritti di eminenti giuristi di ogni fede politica e dalle enunciazioni di politici di ogni estrazione tecnico culturale che nel tempo hanno espresso lo stesso avviso. Quindi mi chiedevo che motivo c’era di andare a mettere in discussione concetti condivisi e facenti parte di un comune sentire della quasi totalità dei cittadini.
Mi ero ripromesso di non intervenire sul referendum perché non lo ritenevo argomento di parte o rappresentativo di sentimenti etici o morali controvertibili, che a mio modesto avviso dovrebbero essere i soli ad essere oggetto di referendum in quanto entrano nella sfera dei sentimenti più profondi dell’animo umano. Ho sempre creduto inaccettabile porre alla valutazione di ignoranti, quale io sono, temi tecnici o con risvolti implicanti valutazioni scientifiche sofisticate, come in parte lo sono quelli della giustizia.
Mi ero ripromesso di non intervenire ancor più quando ho compreso che il motivo dello scontro è apparso in tutta la sua chiarezza quando i perdenti delle ultime elezioni si sono coalizzati per ostacolare l’avanzamento di una riforma che avrebbe potuto ridurre il ruolo dei fiancheggiatori annidatisi nella ANM, in correnti politiche, perché ritenevo gli elettori italiani sufficientemente maturi per comprendere che l’unanime consenso di gruppi eterogenei non fosse altro che un tentativo di riprendere un potere che avevano perso per mancanza di idee e per l’assenza di risposte politiche ai veri problemi sociali.
Avevo preso una cantonata per atavica visione ottimista della società, per la sovrastima di un popolo che non ritenevo così ottuso da non comprendere che stava obbedendo a pifferai che per anni hanno deluso le aspettative dei cittadini.
Molte volte negli anni passati è stato sollevato il problema della giustizia che non riesce a soddisfare le aspettative del popolo; appare spesso incomprensibile all’uomo della strada il senso di alcune sentenze o le decisioni relative ai delinquenti che appaiono più tutelati delle vittime.
I cittadini desiderano pace, tranquillità e giustizia per tutti in tempi contenuti e con la sicurezza che il rispetto delle leggi sia la base di un normale vivere civile. Il diritto di non essere aggredito e di rientrare a casa incolume, e di essere tutelati nei propri beni, sia la normalità, il diritto alla tutela per i minori valga per tutti i minori, che vivano nei boschi, in campi nomadi, in stabili contesti familiari o in situazioni di disagio economico sociale, in una società dove a tutti sia garantito il diritto alla sanità e non alla percezione di sussidi, al ripristino dell’ascensore sociale e non dell’occupazione del potere per genealogie come appare dai nomi dei maggiorenti che oggi governano il Paese e che hanno strette assonanze con quelli che l’hanno governato in passato.
Ricordo che i libri di testo che studiavo all’Università in materia di diritto pubblico, mi indicavano come fondamento dell’autonomia dei magistrati, fosse la non appartenenza ad organizzazioni politiche o sindacali; ne è passata di acqua sotto i ponti constatando come oggi l’Associazione Nazionale dei Magistrati si comporti essa stessa da partito, promuovendo una raccolta di firme per spingere l’elettorato a votare NO al referendum sulla separazione delle carriere tra magistrati indaganti e giudicanti.
Io credo che l’appello del Presidente della Repubblica fosse rivolto specialmente a quei signori della ANM presenti nella riunione ordinaria a cui non aveva mai in undici anni preso parte.
Le esternazioni del Procuratore Capo di Napoli, già agit-prop della separazione delle carriere mi ha costretto ad autodenunciarmi; confermo quanto detto in quella sede ed aggiungo che la situazione sta sfuggendo di mano a quelli che l’hanno avviata.
È una guerra di vita e di morte: ma non per ottenere che l’una o l’altra delle due opzioni ovvero separazione sì o separazione no possa prevalere, ma per tentare di sovvertire l’esito del voto popolare, che ha visto tre anni orsono la sconfitta della sinistra.
Il referendum è stato così trasformato in un quesito di altro significato cioè Meloni sì o Meloni no, riesumando il peggio della “rettorica” di un passato che avremmo dovuto considerare morto e sepolto.
Da tempo, da molti anni ormai rivendico il diritto a non riconoscermi come appartenente ad una fazione, destra o sinistra, priva di significati attuali ma riferiti a tempi fortunatamente ormai lontani. I giovani “pro-la-qualsiasi” che distruggono le città ed aggrediscono le forze dell’ordine mi ricordano più la notte dei cristalli e le squadracce fasciste che i partigiani di vario colore che hanno combattuto per il riscatto del proprio Paese, e le nostalgiche adunate più o meno ridicole che vengono stigmatizzate come fasciste, sono sempre più simili ai cortei gay, in termini di ridicoli e surreali passatempi per disadattati psichici.
Rivendico il mio diritto di perseguire dei risultati a prescindere da chi li propone, purché siano nell’interesse del popolo tutto, e per questo voto SÌ con convinzione, e non proporrò alla gogna i nomi di tutti quelli che hanno ritenuto di poter tranquillamente cambiare casacca, tanto più che sono noti.
Il Paese inoltre è afflitto da ben più gravi problemi non tanto legati a condizioni economiche che, anche a detta di autorevoli osservatori internazionali, ci vedono sempre più competitivi, quanto per il permanere di forti divari tra diverse aree e gruppi.
Quello che veramente dovrebbe preoccuparci è lo stato dei giovani, assediati da un mondo tecnologico che tende ad asservirli a logiche estranee alla nostra civiltà e alla nostra cultura.
Piuttosto che istigarli ad associarsi ad una delle fazioni in lotta, si cerchino e si applichino soluzioni per quei problemi a cominciare dalla scuola e prima ancora dalla famiglia.
Quei magistrati, quegli uomini in divisa, quei cittadini, operai o avvocati, semplici passanti o giornalisti, uccisi dal malaffare, che hanno versato il loro sangue per tutelare la nostra possibilità di vivere in un Paese libero sono oggi oltraggiati dai loro discendenti diretti che per salvaguardare una misera posizione di potere smentiscono sé stessi e le lacrime di quelli che li hanno pianto.
*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno







