Vivere la Storia: Carlo di Borbone e le scoperte archeologiche

di Gaetanina Longobardi-

Carlo III di Borbone, (1716 – Madrid, 1788)  re di Spagna (VII come re di Napoli e di Sicilia, e come duca di Parma).

Figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, gli viene assicurata la successione nei ducati di Parma e Piacenza e nel granducato di Toscana, dato che non si prevedeva la possibilità di una sua successione al trono spagnolo. In seguito alla guerra di successione polacca — alla quale benché molto giovane partecipa personalmente, attaccando gli Austriaci nell’Italia meridionale — rinuncia al ducato di Parma e Piacenza ed ai diritti di successione in Toscana, per salire sul trono di Napoli.

Uno dei due monumenti equestri in bronzo di Carlo III di Borbone, in Piazza Plebiscito a Napoli.-Immagine di Pubblico Dominio

Durante la guerra, si fa già incoronare re di Sicilia (1735) e la pace di Aquisgrana gli conferma anche tale trono. Il suo intervento nella guerra di successione austriaca non è di grande importanza, ma la pace di Aquisgrana (1748) riconosce il suo diritto a succedere al fratellastro Ferdinando VI sul trono di Spagna in cambio della trasmissione del trono di Napoli al di lui fratello Filippo di Borbone. Invece, quando nel 1759 succedette a Ferdinando VI, Carlo lascia l’Italia Meridionale al proprio figlio Ferdinando IV.

​Quale sovrano spagnolo, egli abbandona la neutralità per cercare di riprendere agli Inglesi Gibilterra; si avvicina perciò alla Francia ed all’Austria, ma coinvolto nella loro sconfitta è costretto a cedere agli Inglesi anche la Florida (1763). Interviene ancora in occasione della rivolta delle colonie americane dell’Inghilterra, e questa volta riesce a riavere Minorca e la Florida, ma non Gibilterra (1783). Stringe trattati con i Barbareschi dell’Africa settentrionale, e rinnova l’amicizia con il vicino Portogallo, migliorando notevolmente la sicurezza dei commerci spagnoli. I suoi ultimi anni sono rattristati soltanto dall’inimicizia del figlio Ferdinando IV, che seguendo i consigli della consorte austriaca, Maria Carolina, si è completamente staccato dal padre e dai suoi programmi.

Il nome di Carlo resta legato ai paesi da lui governati, soprattutto per le riforme di cui è stato promotore. Principe illuminato, tenta di trasformare i due regni che tanti anni di sfruttamento e di incuria avevano immiserito; uomo profondamente religioso non poteva divenire un sovrano-filosofo come Giuseppe II, ma in lui le idee nuove combattono l’uomo antico e gli permettono di trovare una giusta via che avvantaggia i suoi stati. A Napoli, si trova a dover affrontare, dopo il 1746, un compito estremamente difficile: ricostruire il regno, mentre ormai era stato speso e dissipato l’intero, patrimonio di speranze, di forze morali, che una generazione aveva posto a disposizione della monarchia e che una felice congiuntura aveva all’inizio esaltato.

Uno dei punti cruciali è il potere clericale che, forte di privilegi e prerogative, si contrappone al sovrano. Carlo si adopera ad eliminare tale prerogativa: controlla i rapporti del clero con Roma, sottopone i vescovi al controllo dello stato ed i beni della Chiesa ad imposte, limita il numero dei religiosi e delle confraternite, abbassa l’Inquisizione, espelle i gesuiti (1767).  Prende analoghi provvedimenti anche contro i baroni che, in stretto regime feudale, detengono ancora la maggior parte del paese e riunisce parte delle loro terre al demanio.

​In tutte queste riforme, che ridestano il Napoletano da un torpore che durava ormai da due secoli, Carlo si affianca uomini di primo piano che ancora oggi restano insigni non solo nel campo politico, ma anche in quello della cultura. Tra essi vanno ricordati lo Squillace ed il Grimaldi, che lo seguono in Spagna, ma soprattutto il Tanucci che, pur restando a capo del governo napoletano sino alla scissione tra Carlo ed il figlio Ferdinando (1775), continua sempre ad essere consultato. Questo sovrano arricchisce i suoi stati di monumenti e di opere d’arte, persegue quella che è la meta comune dell’assolutismo illuminato: creare uno stato accentrato con una organizzazione sistematica, riducendo i poteri delle varie assemblee e delle province, togliendo prerogative al clero ed all’aristocrazia, riorganizzando la polizia e l’amministrazione senza voler attuare tutte le teorie illuministiche, ma attingendo da queste quanto poteva migliorare l’ordinamento statale.

C’è anche di più ed è qualcosa che emoziona ancora adesso. Qualcosa che avrebbe aggiunto la gloria alle pagine del suo regno: la scoperta degli scavi di Ercolano, Stabia e Pompei.

Statua di Carlo III di Borbone in una delle otto nicchie del Palazzo Reale di Napoli, in Piazza Plebiscito

Scrive Giuseppe Cosenza: Nel 1738 gli venne riferito come, sotto le fondamenta della casa di delizie che si stava per suo ordine eseguendo in Portici, erano dei pozzi e delle caverne ripiene di marmi, indizii di antica città sepolta . Tale annunzio bastó ad accendere l’animo del re, che ordino procedersi senza indugio ai lavori di disotterramento , difficilissimi, per non danneggiare la soprastante città di Resina . Ció non ostante venne fuori parte dell’antica Ercolano , la cui scoverta entusiasmo i dotti , mentre altri rideva come di cosa vana e di nessuna importanza. Onde si rivolse il pensiero a Pompei e Stabia , che si sapevano sepolte insieme nella catastrofe del 79 ; ed il re provvide che contemporaneamente si organassero altri scavi nei siti ove giacevano le due città, — scavi che ebbero per risultato, nel 1747 , la scoperta di Pompei, e poco dopo quella di Stabia.

La scoperta di Ercolano, Pompei e Stabia avviene per caso. Nessuno sa che quelle terre nascondano immense ricchezze. La prima città a venire alla luce è la città di Ercolano, a cui, a breve intervallo, segue la scoperta di Pompei e di Stabia. Avviene per opera del conte d’Elbeuf di Lorena che vuole ampliare una villa che ha acquistato al Granatello. Nel 1706, il conte viene a conoscenza dai muratori del luogo che, scavando in quei siti a piccola profondità, si trovano bellissimi marmi, i quali finalamente lavorati, potevano servire per ornare la villa stessa. Fa praticar ricerche in un pozzo nel tenimento di Resina, donde vennero fuori colonne e marmi appartenenti ad un tempio, e mirabili statue.

Mentre i tombaroli sono già in azione, i dotti di allora non credono all’esistenza di tre città sepolte. I vicerè si disinteressano. È Carlo a comprendere.

Gli scavi e gli studi cominciano sotto il regno di Carlo III,  nel 1738 , ed ancora si proseguono ai nostri giorni. Per opera di quel re risorse il culto dell’antichità , ed a sua iniziativa fu istituito un museo che raccogliesse gli oggetti antichi; furono chiamati dotti ed artisti ad illustrare ed a restaurare quei monumenti; e finalmente, nel 1755, veniva costituita quell’Accademia Ercolanense,-presieduta dal dottissimo Alessio Simmaco Mazzocchi , – fonte di erudizione e di dottrina, dalla quale sono scaturiti i più dotti libri di antichità e di scienza archeologica , che possiamo vantare nella seconda metà dello scorso secolo .

Gli oggetti vengono inviati al Museo, come fa fede un rapporto del Paderni intorno a molti inconvenienti. I reperti archeologici sono riposti in alcune ceste, dopo essere stati una prima volta ispezionati dal soprastante ai lavori; segue l’ ispezione dell’ ingegnere, e poi quella del Paderni. Rimesse le ceste in una barca, sono trasportate al Museo, dove sono nuovamente ispezionate, rimosse, studiate; ed infine se ne collocano a posto gli oggetti. Carlo ordina che, al termine di ogni settimana, gli venga consegnato un minuto rapporto intorno alle novità occorse, gli edifizii e oggetti rinvenuti. Ciò evidentemente causa nei lavoratori e nel soprastante una smania di devastare, perché considerano vergognoso riferire scarsezza o assenza assoluta di oggetti e di notizie. In questi rapporti  viene misurata la lunghezza, larghezza e diametro di ciascun’oggetto.

Il legame con Napoli di Carlo vuol dire ammirare le opere che fa costruire e restaurare: il restauro della Reggia di Napoli e la costruzione della splendida Reggia di Caserta (da buon pronipote di Luigi XIV), secondo palazzo reale al mondo per grandezza e bellezza; il Palazzo di Portici, il magnifico obelisco di S. Domenico a Napoli, il Teatro San Carlo, realizzato in 270 giorni, la Casina di Persano, il Palazzo Reale e il bosco di Capodimonte, la strada della Marinella e del Chiatamone, il molo e il porto, la Piazza del Mercatello, il quartiere di Pizzofalcone, l’obelisco della Concezione al Gesù Nuovo, il quartiere di Cavalleria della Maddalena, il restauro dei porti di Salerno, Taranto e Molfetta, il porto di Girgenti.

Ma è anche la leggenda dell’anello. Prima di imbarcarsi, Carlo si sfila dal dito un anello con una gemma proveniente dagli scavi di Pompei. È un gioiello con un cammeo rappresentante una maschera comica barbuta. La domenica del 7 ottobre del 1759, tra la commozione dei napoletani, Carlo di Borbone, alle 13 in punto, salpa dal porto di Napoli per navigare verso Barcellona, da dove avrebbe raggiunto Madrid per diventare Carlo III di Spagna.

L’anello rimane a Napoli mentre Carlo guarda per l’ultima volta le coste napoletane con la passione di un uomo che ha il merito della scoperta di Ercolano, Stabia e Pompei e un regno amato dai suoi sudditi. Una memoria storica che rende fieri ognuno di noi.

 

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Gaetanina Longobardi

Gaetanina Longobardi è una scrittrice di Angri. Sposata con un figlio. Suoi lavori sono La Certosa Abbandonata, Tuono, Armonia Amalfitana, La Fuga di Ionio, Prima di Eroe, Ali di farfalla. Ama il Medioevo e scrivere racconti brevi per omaggiare il suo grande amore Domenico Rea. Studia con ossessione gli Ostrogoti e qualche volta vede passare per strada Teia, il re ostrogoto che ama immensamente. Ha iniziato il tour letterario della Certosa Abbandonata.

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