La vendita degli alimenti nell’antica Roma
I principali siti archeologici dell’antica Roma come Ostia, Ercolano e soprattutto Pompei, oltre ad offrire una completa visione delle architetture dell’epoca e dell’assetto urbanistico di oltre 2000 anni fa, insieme alle opere d’arte realizzate e la tecnologia adottata, forniscono importanti dettagli alla comprensione delle abitudini legate alla vita quotidiana, in particolare al commercio e alla vendita di prodotti alimentari e altri beni. Nell’opera “Ab urbe condita libri” sulla storia della civiltà romana (tradotto “142 libri della fondazione della città”) in un episodio particolare in cui si descrive Marco Furio Camillo in visita nella cittadina laziale di Tusculum, posta a sud di Roma, lo storico latino Tito Livio così scrive: “Montato il campo nei pressi delle porte della città, Camillo desiderando sapere se la stessa apparenza di pace che si avvertiva in campagna, regnasse anche nei pressi di quelle mura, entrò in città, dove ammirò le porte aperte e la moltitudine di mercanzia in vendita nei negozi e gli artigiani ognuno impegnato nel proprio mestiere, le scuole che risuonavano le voci degli scolari, le strade piene di gente con donne e bambini mescolati tra la folla e diretti là dove i loro impegni li chiamavano…”. E’ la descrizione di una realtà cittadina particolarmente movimentata dove l’aspetto commerciale, con le numerose botteghe presenti in città, animava le strade e le piazze con un continuo viavai di persone. Inizialmente le attività commerciali si concentravano attorno alla piazza del Foro. Tuttavia, con il trascorrere dei secoli, tale ambiente rivestì sempre più funzione prettamente religiosa amministrativa e politica, spingendo le attività commerciali al di là del Foro le quali si concentrarono in grandi edifici come il “Macellum” caratterizzato da un ampio cortile interno con portici e botteghe sui quattro lati.

Il cibo veniva consumato per lo più in locali che si affacciavano sulle strade più importanti della città, frequentati in maggioranza da persone poco agiate, quelle abbienti, al contrario, erano solite consumare i pasti all’interno delle loro case. Numerose testimonianze archeologiche attestano l’esistenza di varie tipologie di locali come le “tabernae”, i “thermopolii” o le “popinae”, le “cauponae” o ancora i “pistrina”. Erano, in linea generale, luoghi dove si vendeva e, a volte, si consumava, di tutto, dalla carne arrosto, al pesce in salamoia, uccelli allo spiedo, vino caldo, formaggi e frutta sia fresca che secca; si forniva ristoro sia ai viandanti di passaggio che alle persone più povere le quali, non disponendo di luoghi dove cucinare nelle proprie case, qui si facevano servire cibo caldo. C’erano, inoltre, i “lixae”, ovvero i venditori ambulanti che vendevano cibo su bancarelle smontabili.


All’interno dei migliori locali, le pietanze venivano raffigurate su pitture murarie: pesci, cacciagione, uova, verdure, focacce, dolci, frutta secca o di stagione, legumi e olive.

L’arredamento essenziale, soprattutto a causa della ristrettezza degli ambienti, comprendeva alcune sedie, sgabelli e delle panche in legno. Le “tabenae”, nate inizialmente come botteghe degli artigiani aperte verso la strada, erano costituite da un unico ambiente spesso coperte da una volta a botte. Di frequente il gestore viveva in ambiente attiguo all’esercizio commerciale su un mezzanino accessibile attraverso una scala; tale ambiente era, inoltre, utilizzato anche come magazzino per le merci.

Nel tempo questi luoghi si specializzarono nella vendita di prodotti alimentari, compreso il vino, ed anche nella consumazione in loco. In base alle esigenze delle attività commerciali, le tabernae erano fornite di vasche o banconi.


Il “thermopolium” era un ambiente in cui venivano serviti cibi caldi e bevande. Gli alimenti erano conservati all’interno di grandi giare incassate in un bancone in muratura.

A Pompei, per esempio, nell’insula 11 al civico 2 (Regio IX), lungo Via dell’Abbondanza, durante gli scavi archeologici del 1911, fu rinvenuto un thermopolium a cui venne dato il nome dalla donna che serviva i tavoli, “Asellina” assieme ad altri nomi come Maria, Zmira e Aegle; Detti nomi, presenti lungo le iscrizioni dipinte sulla facciata del locale, erano in realtà legati a pubblicità elettorale poichè le donne sostenevano alcuni candidati per le cariche pubbliche di Pompei. Furono ritrovati anche bicchieri, brocche, piatti e numerose coppe in vetro e terracotta.

Il bancone era di color rosso, mentre il piano, tutto in marmo, presenta ben 4 giare incassate. Al di là del bancone un forno in muratura monta al suo interno una caldaia in bronzo. In fondo all’ambiente furono ritrovate anche 22 anfore che dovevano contenere del vino. La “popina”, invece, era un locale frequentato principalmente dai plebei di livello più basso come gli schiavi o i liberti, indicato come luogo destinato alla ristorazione ma, in linea generale, di pessima fama.

Vi si mangiava per lo più stufati, olive, pane e vino. La “Caupona” era un luogo di vendita del vino da asporto che poteva essere anche consumato al banco, accompagnato da alcuni alimenti. Collocata, in genere, lungo le vie di passaggio, attirava moltissimi viandanti frettolosi. Numerose cauponae sono state ritrovate nei vari scavi archeologici in Italia. La caupona di Fortunato ad Ostia, ad esempio, è collocata in prossimità delle Terme di Nettuno.

Il nome proviene dal bellissimo mosaico pavimentale del III secolo d.C. che riporta un cratere affiancato da una iscrizione che dice: “Fortunato dice: poiché hai sete, bevi il vino dal cratere”. Si tratta di una sorta di ostello di rango, però, meno lussuoso. In alcune cauponae non solo si poteva consumare del cibo a buon mercato ma anche riposare per qualche ora.

Molto interessante è la caupona presente negli scavi di Ercolano, detta bottega “ad Cucumas”. Al suo ingresso una insegna molto particolare vede raffigurate quattro brocche con del vino in cui, da sinistra a destra, si indicano i prezzi in base alla qualità del vino, ovvero da due assi a quattro assi e mezzo, dunque da quello meno caro a quello più pregiato e costoso.

Ritroviamo, poi, le “pistrina” che erano panifici pubblici, molto numerosi nelle città dell’impero. I panifici rivestivano, all’epoca, un ruolo fondamentale nella società romana. Di norma il pane veniva prodotto in casa all’interno delle nobili abitazioni che disponevano di forni domestici; ma in generale esso veniva prodotto anche nei pistrina pubblici dove gli artigiani, i pistores, macinavano il grano e poi cuocevano il pane destinato alla vendita.

Alcune indagini archeologiche attestano la produzione non solo di pane ma anche di svariati dolci da forno arricchiti con miele frutta, secca e spezie.


La città di Pompei contava oltre 35 pistrina. Situato nel Regio VII, lungo il Vicolo Storto, è famosissimo il pistrinum di Popidio Prisco (scavato tra il 1835 e il 1865). Mulino e panificio erano locali attigui, di fatto la macinazione della farina e la sua lavorazione fanno parte dello stesso processo produttivo. Nel cortine sono presenti cinque macine in pietra lavica: fatte girare a mano o da muli. Il forno in mattoni è molto simile a quello di tanti panifici e pizzerie moderni. L’edificio non presenta banconi e forse il pane era venduto da venditori ambulanti, i libani.







