Il Racconto della Domenica: Madame Kiki – prima parte

di Giuseppe Moesh*

Nel momento in cui il governo italiano riaccende i riflettori sull’Africa, mi piace ricordare che intorno ai venticinque anni orsono furono avviate attività di ricognizione delle possibilità di investimento infrastrutturale in quel continente. Personalmente mi sono recato in diversi Paesi, tra cui l’Etiopia di cui parlo in questo mio ricordo, ma anche per la strada tra Kombolcha e Gundowein e il nuovo ponte sul Nilo, o il corridoio di Lobito in Angola, o la strada costiera in Libia, ed altri non meno significativi, ed anche i progetti in Iraq frenati da ottusi dirigenti di aziende pubbliche tesi alla propria sopravvivenza personale e non all’interesse del nostro sistema economico.

Una politica impaurita e un sistema industriale timoroso hanno impedito che si procedesse con quella strategia e si consentisse ad altri di approfittare della via spianata.

Madame Kiki

L’auto stava per superare un piccolo ponte gettato obliquamente sul canale che costeggiava la stazione della vecchia ferrovia che da Addis Ababa, come viene chiamata in aramaico la capitale etiope, porta a Gibuti; intorno, sotto qualche tettoia di lamiera, alcune donne in attesa non si capiva di cosa, parlottavano tra di loro accosciate nella postura tradizionale con una gamba ripiegata a terra e l’altra flessa, circondate da grossi fagotti di stoffe colorate, con alcuni bambini che ruzzavano insieme a caprette di piccola taglia in alcune pozze di acqua giallastra, del colore ambrato di quella terra.

Avevamo deciso di muoverci verso Gibuti, per comprendere quale fosse lo stato della ferrovia che legava quella città ad Addis Abeba, in vista della possibilità di riaprire quella importante via di comunicazione. Il progetto italiano però non ebbe seguito e recentemente è stato realizzato a doppio binario con scartamento standard ed elettrificato, dal Governo cinese, completato nel 2017, esattamente un secolo dopo quello francese che era a scartamento metrico?

La prima tappa del nostro viaggio dopo aver seguita la linea dalla capitale, fu la cittadina di Awash situata sul fiume omonimo attraversato da un ponte di ferro che presto si era ammalorato, costruito da un ingegnere svizzero. Il ponte nacque male. In effetti, rispetto al progetto originario, le spallette furono realizzate con una sensibilmente minore quantità di cemento, creando subito cedimenti e problemi strutturali. Del cemento necessario previsto in origine infatti, ne fu utilizzato solo una minima parte, mentre la quantità più cospicua fu destinata ad altri scopi dall’imperatore Menelik (si capisce facilmente che tutto il mondo è Paese).

La stazione fu aperta nel 1917, quando il treno vi arrivava si fermava per un paio d’ore e si provvedeva al rifornimento d’acqua e di carbone per la locomotiva. La località era diventata successivamente un luogo importante anche per i passeggeri che cominciarono ad usare il nuovo mezzo di trasporto per raggiungere il porto di Gibuti.

Il nostro autista ci aveva consigliato di fermarci per pranzo alla stazione dove potevano mangiare in quello stesso ristorante gestito dalla stessa donna che lo aveva attivato più di cinquanta anni prima.

Madame Kiki, questo era il suo nome, era una donna greca, che all’epoca della nostra visita aveva superato i settanta, capitata chissà come in quella zona con il marito, cacciatore e forse contrabbandiere, che guidava i rari turisti dell’epoca in safari nella zona.

Erano arrivati nel ’49 quando lei fresca sposa, aveva appena vent’anni, fuggendo dalla miseria della Grecia, si fermarono in quella zona.

Il marito capì che fosse possibile aprire un punto di ristoro consono ai viaggiatori di prima classe ad integrazione delle povere rivendite spontanee di cibo proposte da alcune donne locali.

La sosta consentiva quindi di offrire ai viaggiatori la possibilità di pranzare nel ristorante che era stato aperto su concessione nel sedime della stazione e la gestione fu affidata alla moglie.

Madame Kiki era oggetto dell’attenzione dei maggiorenti della zona e non solo; era considerata molto bella ed infatti anche se segnata dal tempo recava i segni di una antica avvenenza, anche se essere una donna bianca in quel mondo era certamente una rarità e quindi particolarmente desiderabile. La tradizione di quella mitica figura, come avviene per tutte le donne mitizzate, non poteva che essere di donna bellissima, e Kiki divenne ben presto un mito.

La donna aveva escogitato un interessante sistema organizzativo per offrire ai viaggiatori un servizio all’epoca assolutamente all’avanguardia. Utilizzando il telegrafo inviava alle stazioni di testa della ferrovia la lista delle vivande disponibili nella giornata, dalla quale i viaggiatori sceglievano il loro menu. Con lo stesso mezzo riceveva le prenotazioni e quando il treno arrivava la tavola era pronta ed imbandita con grande soddisfazione degli avventurosi clienti.

La struttura aveva anche a disposizione una stanza per eventuali ospiti, alloggio che era rimasto immutato nel tempo e che ci fece visitare: una stanza molto grande ed un letto, molto piccolo e da un lato una vasca da bagno sporca con un residuo di acqua stagnante, segno che da tempo non veniva usata.

In quell’ambiente aveva dormito più volte, tra i tanti che erano passati per quella città, il Negus Neghesti Hailé Selassié, ultimo imperatore d’Etiopia.

Ci raccontò che anche il generale Charle De Gaulle era stato accolto in quello stesso letto e la cosa fantastica era che il letto era minuscolo e, ricordando la figura del generale francese, ci si chiedeva come aveva potuto prendere sonno in quelle condizioni.

Quando arrivammo c’erano un paio di tavoli occupati in quella ampia veranda e l’autista, che sempre, quando accompagnava altri viaggiatori, suggeriva di fermarsi in quel luogo e che quindi ben conosceva la proprietaria, ebbe cura di presentarci come importanti rappresentanti italiani in viaggio di studio e di lavoro.

Kiki era avvezza a tali situazioni e con la cura imprenditoriale e l’esperienza e il disincanto di mezzo secolo di trasformazioni socio politiche, ci accolse con molta attenzione e pronta ad aprirsi alle confidenze di antiche memorie che peraltro credo offrisse a tutti i suoi ospiti.

Tuttavia è noto che in Grecia si usa dire “Italiani e Greci una faccia una razza”, e quindi dopo poco ci accorgemmo che i dialoghi diventavano meno formali, e sembrava lieta di poter parlare con chi poteva condividere le sue esperienze.

Il servizio ferroviario era ripreso da pochissimo con un servizio merci realizzato con una locomotiva che era un residuato bellico e due vagoni piani sui quali venivano caricate pochissime merci ingombranti e qualche raro viaggiatore con le sue masserizie, che viaggiava con orari casuali e senza lacuna certezza della data e dell’ora di partenza e con ancora maggiore approssimazione del se e quando sarebbe arrivato a destinazione.

La conseguenza per il ristorante era stata che il traffico passeggeri era ormai terminato da anni e solo i viaggiatori che si spostavano con i fuoristrada verso l’est del paese, o che giungevano per qualche safari culturale, o principalmente di caccia di frodo ai rari grandi felini o ai grandi erbivori che ancora vivevano nell’area, si fermavano a mangiare. La guerra aveva reso quei viaggi pericolosi e, fino a poco prima del nostro arrivo,  si aggiravano in zona bande di guerriglieri sbandati.

Madame Kiki ci indicò cosa poteva offrirci da mangiare e ci propose del vino greco retzina che chissà come era arrivato in quella remota località.

I traffici nelle zone più difficili del pianeta sono sempre una delle cose più affascinanti da scoprire, dimostrando la vitalità dei commerci in risposta alle voglie dei consumatori; una volta in Mozambico, all’inizio degli anni novanta, quando gli uomini di Sant’Egidio cominciava a lavorare per cercare di porre fine alla guerra civile, mi ritrovai con la necessità di dover sostituire la cartuccia di una stampante portatile che anche in Italia era di difficile reperimento. Mi recai nella zona della Baixa dove, in una traversa, si trovava un negozio di ferramenta dove avevo trovato degli oggetti rari e preziosi in quel momento di guerra e nelle cui vicinanze perfino alcune bustine di semi venduti da un ragazzino per strada, mi dissero avrei potuto cercare quel ricambio. Mostrai ad un solerte venditore la cartuccia di cui avevo bisogno. Mi disse di tornare il giorno successivo ed infatti, ad un prezzo pressoché normale, ritirai il pezzo che era arrivato dal Sudafrica.

Il clima era caldo ma gradevole, il vino resinoso scendeva giù per la gola fresco e pungente, le chiacchiere erano rilassanti, e le storie del passato evocative di tempi da fiaba.

Ci parlò del marito che era morto qualche anno prima, del figlio che aveva seguito le orme paterne ed aveva aperto un lounge nella savana, e di come sperava di riprendere l’antico lavoro ove la pace ritrovata potesse ripristinare le condizioni pregresse.

Parlammo dei suoi piatti preferiti e ci disse che la sua specialità era il capretto neonato con il riso alla greca e si impegnò, memore dei trascorsi fasti, a farcelo trovare quando saremmo ripassati al ritorno del nostro giro.

Ripartimmo leggermente dispiaciuti di aver interrotto quella piacevole situazione di quiete e di memorie, tra vasi improvvisati fatti di latte vuote o di barattoli di vernice o graste lesionate o sbeccate, ma cariche di piante fiorite o orbe profumate che avrebbero arricchito i cibi che la provetta cuoca aveva continuato a preparare per i pochi avventori che ancora passavano. La sola cosa negativa era rappresentata dalla fastidiosa presenza di nugoli di mosche che facevano comprendere perché quasi tutti i presenti, specialmente i più anziani, continuassero ad agitare i loro scacciamosche.

Giuseppe Moesch Giuseppe Moesch

Giuseppe Moesch

Napoletano, già professore ordinario di Economia Applicata, prestato alla politica ed alle istituzioni nazionali ed internazionali, per le quali ha svolto incarichi e missioni viaggiando in quasi cinquanta Paesi attraversando l’umanità che li popola. Oggi propone le sue riflessioni scrivendo quando non riesce a capire quelle degli altri.

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