La resa dei conti
di Michele Bartolo-
Viviamo nell’era digitale e ormai siamo tutti abituati ad usare i cellulari, i computer, le piattaforme telematiche, i social e chi più ne ha più ne metta. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui si viveva e bene con un solo canale televisivo, con i film che si potevano vedere solo al cinema, con il tempo libero che si passava all’aria aperta oppure tra giochi di società e la lettura di un buon libro. Si imparava a conoscersi, a parlarsi guardandosi negli occhi, a leggere e a scrivere ancor prima di andare a scuola.
Oggi sarebbe impensabile uscire di casa senza telefono cellulare e magari passare una intera giornata senza collegamento internet o localizzazione della posizione via whatsapp. Sicuramente verrebbe denunciata la scomparsa a Chi l’ha visto e allertate le forze dell’ordine per la ricerca dello sfrontato nostalgico del tempo che fu.
Allo stesso modo con gli amici si parla e si gioca dietro ad un computer o allo schermo di un tablet o di un telefonino, relegando anche comunicazioni o messaggi alla sintesi della messaggistica whatsapp. Questo è il quadro della nostra società nell’anno 2026. Ma adesso, da poco, è entrata a far parte delle nostre vite e della nostra era digitale una nuova conquista del progresso tecnologico: l’intelligenza artificiale.
Mi riferisco non solo a quella che ormai viene usata in campo medico per implementare la ricerca e la precisione di interventi specialistici o in campo giuridico per supportare, se non sostituire, la redazione di atti giudiziari e o le motivazioni delle sentenze rese dai magistrati giudicanti. Parlo, nello specifico, del compagno quotidiano che appare su ogni nostra appendice digitale, a partire appunto dal famigerato telefonino. Basta collegarsi ad internet, porre una domanda ed ecco che vi sono specifiche piattaforme di intelligenza artificiale, da Open AI a Gemini, pronte ad arricchire le risposte a quesiti generici o specifici o ad elaborare una vera e propria descrizione ed elencazione di possibili risposte, che sarebbero poi tutte da verificare.
Il problema di fondo, infatti, è che demandare tutto ad un computer e ad una intelligenza artificiale significa snaturare del tutto la natura umana e oltrepassare il limite anche etico di un supporto tecnologico, che verrebbe ad essere investito di una missione salvifica e di un compito di mediazione, comprensione e sintesi che dovrebbe, invece, rimanere di esclusiva competenza dell’uomo. La terribile conseguenza di un approccio errato al tema emerge quando il medico rinuncia ad impegnare le proprie personali capacità per la risoluzione di un intervento o la buona riuscita di una terapia oppure quando il giudice viene tentato di operare il classico copia ed incolla, dimenticando del tutto il caso concreto sottoposto alla sua attenzione.
Già siamo vittime del processo telematico, che ha cancellato il contraddittorio pieno dinanzi al Giudice, dove ogni parte sosteneva le proprie ragioni con le rispettive argomentazioni, sostituendolo con uno scambio di note scritte che spesso non vengono neanche lette in modo attento dal Giudice nel chiuso della propria stanza. Figuriamoci, ora, accarezzare l’idea che al magistrato venga anche risparmiato il fastidio di decidere, sostituendo la sua coscienza con la scelta della giusta piattaforma di intelligenza artificiale che avrà il compito esclusivo di trovare la giusta soluzione.
Particolarmente significativo è un caso di recente balzato agli onori delle cronache: un ragazzo ha svolto i compiti scolastici con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e sin qui, direte, nessuna meraviglia visto che ormai le stesse istituzioni scolastiche hanno sdoganato l’intelligenza artificiale anche per interagire con gli studenti o formulare giudizi sul loro grado di apprendimento. Quel che invece appare preoccupante, nel caso di specie, rispetto all’uso generico dell’aiuto artificiale per fare un tema o un compito a casa, è che lo studente di turno, un quattordicenne, abbia chiesto all’amico digitale non solo di rispondere al suo posto, ma di farlo inserendo nel tema o nel compito i tipici errori di un ragazzo della sua età.
La finzione, quindi, deve arrivare al risultato estremo: l’intelligenza artificiale si deve sostituire integralmente a me, deve apparire che sia io a scrivere e non lei. Quale sarà il risultato immediato? Lo studente riuscirà a mascherare l’aiuto ricevuto e l’insegnante crederà davvero che il ragazzo avrà fatto tutto da solo, ingannato appunto da qualche imperfezione che il suo compito presenterà. Ma quale è il rischio che noi tutti corriamo come società?
Arriverà il momento, il giorno della resa dei conti, in cui saremo da soli con un foglio in classe, o dovremo conferire con un esaminatore all’università o ancora sostenere un colloquio di lavoro o prendere delle decisioni nell’ambito della responsabilità lavorativa che avremo. Proprio in quel momento la resa dei conti si presenterà in modo spietato: avremo rinunciato alla nostra preparazione scolastica, alla nostra cultura, alla nostra crescita e sarà troppo tardi per porvi rimedio. Saremo grandi ma avremo perso per sempre la nostra autonomia, la nostra indipedenza, la nostra libertà, sull’altare di un bel voto ottenuto con l’aiuto di un falso amico che si è sostituito a noi.
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