Vivere la Storia: Re Roberto d’Angiò, Roberto il Saggio
di Gaetanina Longobardi-
Roberto d’Angiò(1278 – 1343) , re di Sicilia è il terzogenito di Carlo II “lo Zoppo” e da Maria Arpad della dinastia regnante d’Ungheria. Quando scoppia la rivoluzione dei Vespri siciliani nel lunedì di Pasqua del 1282, per motivi di sicurezza viene inviato in Provenza, nel castello di Barjols.
Scrive lo storico Guido Iorio: i ricordi di una prima infanzia felice e spensierata si diradarono abbastanza velocemente, dato il suo essere poco più che un bambino quando suo padre Carlo II, circa due anni dopo l’inizio del conflitto, finì prigioniero dei rivali aragonesi, veri antagonisti nella guerra per il possesso della Sicilia, più degli isolani stessi; una prigionia scaturita a seguito della sciagurata battaglia navale che l’allora principe di Salerno aveva imprudentemente ingaggiato nelle acque del golfo di Napoli antistanti l’isola d’Ischia nel 1284 contro la più numerosa (e decisamente esperta) flotta aragonese. Così, il piccolo Roberto crebbe praticamente deprivato della presenza paterna in un accumularsi di crisi affettive, dovendo affrontare, l’anno successivo, pure il lutto per la perdita del nonno paterno, il grande re Carlo I d’Angiò.
Con il trattato di Canfranc del 1288, in cambio della liberazione del padre Carlo II, Roberto e i fratelli Carlo Martello, Lodovico e Raimondo Berengario vengono consegnati come ostaggi ad Alfonso III d’Aragona a garanzia del rispetto delle clausole dell’accordo.
Nel 1295 è restituito alla libertà, soltanto sette anni dopo. Sette anni in Catalogna tra tirocinio militare, una scorta personale, l’educazione impartita da illustri maestri.
Liberato, sposa Jolanda d’Aragona, sorella di Federico d’Aragona re di Sicilia, ma la guerra fra Aragonesi e Angioini continua fino alla pace di Caltabellotta (1302).
Alla morte di Jolanda, Roberto sposa Sancha di Maiorca nel 1304, donna che si ambienta benissimo alla corte di Napoli. Sancha è una donna pia e devota. Sancha è figlia di re Giacomo II di Maiorca, secondogenito di Giacomo d’Aragona: un regno vassallo aragonese.
Nel 1305, il padre Carlo II concede a Roberto l’ambito titolo di “principe di Salerno”. La dignità più elevata del regno che prelude all’ascesa al trono. Quando nel 1309, muore Carlo II, Roberto d’Angiò all’età di trentuno anni, diviene il nuovo “Re di Gerusalemme e di Sicilia”.
I problemi per il nuovo re sono di varia natura, il primo fra tutti è la montagna di debiti mai onorati con la Santa Sede che eredita dal nonno Carlo I e dal padre Carlo II.
Tuttavia, Roberto ottiene dal papa Clemente V il condono che Carlo d’Angiò aveva con la Chiesa (pare 300.000 zecchini). In compenso, il sovrano angioino appoggia il papa contro l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo, il quale peraltro, in un primo momento, fa ogni sforzo per evitare qualsiasi motivo di attrito con Roberto.
Vari colloqui si tengono a Genova fra i diplomatici di Roberto ed Enrico VII e si ipotizza anche la proposta di un matrimonio fra una figlia di Enrico e un figlio di Roberto. (Carlo e Beatrice). Mentre i diplomatici discutono, un figlio di Roberto, Giovanni, entra per ordine del padre in Roma, al fine di impedire l’ingresso degli imperiali. Nello stesso tempo, gli Angioini attaccano i Colonna e tutti i partigiani di Enrico. Le trattative si fermano, e l’imperatore e Roberto si trovano in istato di guerra, benché non vi fosse stata alcuna dichiarazione in tal senso.
Gli Angioini e i loro alleati occupano metà Roma e, nel 1312, quando Enrico vi giunge per farsi incoronare, deve scegliere S. Giovanni in Laterano, perché S. Pietro è occupata dagli Angioini.
Enrico si affretta a uscire dalla città, perché le sue truppe sono scarse mentre l’esercito angioino è superiore e accampato vicino ai suoi territori, e si ritira a Tivoli.
Nel maggio del 1313, re Roberto viene fatto condannare da Enrico, attraverso giudici fiorentini, come colpevole di lesa maestà e dichiarato decaduto dal trono. Ma è una condanna di cui Roberto può beffarsi, tanto scarse sono le forze del Sacro Romano Impero. Enrico stringe, però, alleanza con Federico d’Aragona, che arma alcune galere e occupa Reggio e altre città della Calabria. Arrivatigli intanto i rinforzi dalla Germania, l’imperatore Enrico muove contro Roberto, ma muore improvvisamente a Buonconvento il 24 agosto 1313.
Roberto è ormai il sovrano più potente d’Italia: e i Fiorentini cominciano a riconoscere la nuova situazione, proclamandolo senz’altro rettore, governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a patto che ne garantisse la difesa e il mantenimento degli ordinamenti repubblicani.
Con bolla del 14 marzo 1314 il papa Giovanni XXII nomina Roberto vicario imperiale di tutta l’Italia. Inoltre, Roberto è signore, oltre che del Regno e della contea di Provenza, anche delle città che hanno chiesto la sua protezione (Firenze, Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria, Bergamo). Possiede non pochi feudi nel Piemonte. Anche i Pisani chiedono la pace. Nel 1318 viene eletto dal popolo anche signore di Genova. Molte di queste conquiste, tuttavia, sono precarie. A Genova deve rinunciare e, in genere, nell’Italia del nord, non riesce a contrastare, come avrebbe voluto, i Visconti.
Dal 1319 al 1324 stabilisce la sua corte ad Avignone. La discesa in Italia del nuovo imperatore, Lodovico il Bavaro (che nel 1327 riunisce i Ghibellini a parlamento, a Trento) mette in crisi la fortuna di Roberto, nonché quella del suo alleato, il papa Giovanni XXII con il quale tuttavia Roberto per via della protezione accordata agli «spirituali francescani» ha contrasti. E infatti perduto l’appoggio del papa, per la morte di papa Giovanni XXII, pensa di dedicarsi alla riconquista della Sicilia, rinunciando a battersi per i possedimenti nel nord.
Nel 1332 firma un incredibile accordo con i Ghibellini lombardi e i Fiorentini contro Giovanni di Boemia (l’alleanza è veramente straordinaria, perché riunisce stati prima nemicissimi fra di loro: ma prevale l’interesse comune contro le mire di Giovanni di Boemia). Giovanni, nel 1333 è costretto ad abbandonare l’Italia.
Roberto non riesce a riconquistare la Sicilia: cerca invano di approfittare della debolezza del nuovo re di Sicilia, Pietro, ma i Napoletani vengono sconfitti nel 1338.
Roberto è anche abbandonato dalla città di Asti, che passa al Monferrato, e lo stesso regno si trova in preda ai disordini.
Muore nel 1343, dopo aver attuato il matrimonio fra sua nipote Giovanna, nominata erede al trono, e Andrea d’Ungheria.
Vari e contrastanti sono i giudizi su Roberto. Fu detto da Dante “re da sermone, cioè più di chiacchiere che di fatti”.
In realtà, ama più le lettere e le arti e con gioia nel 1341 accoglie la domanda di Francesco Petrarca, che gli chiede di esaminarlo ed al quale offre la corona di lauro. Anche il Boccaccio è ospite della sua corte e la frequentazione della corte di Roberto, provoca a Giovanni il suo grande amore umano. Si dice che proprio alla corte di angioina, Giovanni Boccaccio incontri la sua Fiammetta, misteriosa musa ispiratrice della sua produzione.
Roberto il Saggio è sepolto nella chiesa annessa al monastero di Santa Chiara a Napoli e l’epigrafe per la sua tomba è dettata dal Petrarca: CERNITE ROBERTUM REGEM VIRTUTEM REFERTUM: guardate il re Roberto pieno di virtù.






