Processi mentali: un violoncello e la burocrazia per l’aldilà
di Giuseppe Moesch*
Il programma della serata prevedeva, oltre alla celeberrima Sinfonia n. 5 di Čajkovskij, anche la presenza di una nota virtuosista come solista nel Concerto per violoncello di Elgar, compositore inglese di fine ottocento, poco noto e meno eseguito rispetto ad altri autori più celebrati. Non conoscevo quest’ultimo brano e mi incuriosiva anche se ero un po’ scettico per talune scelte musicali dell’Accademia di Santa Cecilia.
Un piccolo incidente alla mano ha impedito alla solista di partecipare al concerto che è stata sostituita, mantenendo inalterato il programma, da un giovanissimo ventiduenne, Ettore Pagano, sicura promessa come virtuoso di quello strumento, che ha letteralmente affascinato il pubblico presente.
Due sono i ricordi che il nome dello strumento mi risveglia; il primo è legato ad un mio giovane vicino di casa, simpatico, gioviale, fresco sposo di una graziosa ragazza, sempre sorridente che suonava nell’orchestra della Rai di Roma e che, vinto il concorso all’orchestra di Torino, si trasferì in quella città e l’altro al funerale del padre di un compagno di scuola delle elementari di mia figlia.Quest’ultimo evento mi colpì molto perché si svolse con un rito che all’epoca mi apparve nuovo e assai coinvolgente.
Avevo ovviamente assistito a funerali di parenti o conoscenti di rito cattolico ma fino ad allora non mi era mai capitata una funzione di religione protestante.Il rito si svolse presso il cimitero acattolico di Roma, alle spalle della piramide Cestia.
Da sempre, in occasione dei miei viaggi, da privato viaggiatore o da professionista in giro per il mondo, mi sono ritagliato del tempo per visitare i cimiteri nei nuovi Paesi che visitavo; ritenevo, e ritengo, quei luoghi una testimonianza rilevante dell’essenza della cultura e dell’evoluzione dei costumi dei diversi popoli, e rappresentano uno strumento per comprendere meglio la psicologia di genti diverse.
Antiche sepolture colombiane o riti contemporanei indiani, cimiteri storici come quello di Parigi o di Innsbruck, o quello coloniale di Maputo con le sepolture violate alla ricerca di preziosi, o ancora quelli degli uomini illustri di Napoli, Milano o Roma e quello povero di Ustica, o di altrettanti piccoli borghi dell’Italia interna, sono tutte testimonianza del ruolo che la morte ha da sempre avuto nella vita degli uomini.
Mi è capitato di notare sulle foto più antiche nei piccoli cimiteri, come gli uomini indossassero la stessa giacca, segno dell’assenza di quel capo di vestiario nell’uso comune, sostituito da uno prestato dal fotografo nell’unica foto scattata in qualche occasione particolare.
Ma in tutti quei luoghi di mestizia istituzionale si respirava un’aria di serena accettazione della sorte degli uomini e particolarmente dolce mi era sembrata la scritta “Norge Takk” la Norvegia ringrazia, sulle tombe dei caduti in difesa della patria, all’ombra delle “Stavkirker”, le antiche chiese lignee medievali.
Gli odierni contenitori di salme presenti nei cimiteri delle nostre grandi città hanno fatto perdere dignità anche alla memoria della sepoltura, se si aggiunge anche la limitazione della conservazione a trent’anni, salvo proroga, con la conseguenza della perdita dell’eredità storico culturale dei defunti recenti.
Il cimitero acattolico di Roma è invece una eredità di quel modo di rispettare la vita attraverso la memoria degli uomini che l’hanno vissuta: un giardino perfettamente tenuto in cui le tombe di grandi pensatori ed eroi del passato, stranieri di origini, e vissuti e morti nella città eterna,
Il funerale di quel signore, padre del compagno di scuola di mia figlia, è ancora vivo in me, austero e sentito fortemente dai partecipanti; nella cappella il feretro mentre un violoncellista suonava musiche di grandi compositori classici ed alla fine una commemorazione di parenti e amici che ricordavano il defunto con l’accompagnamento verso la tomba e la cerimonia del versamento della terra a coprire la bara come avveniva nel passato.
Il suono grave dello strumento sottolineava la tragicità dell’evento, ma nello stesso tempo offrivano un senso di pace e di continuità della vita.
Il cimitero era nato all’inizio del settecento, in base alla tolleranza del papato dell’epoca che accettava di evitare l’onta di seppellire i defunti acattolici che fino a quel tempo dovevano essere sepolti nel cimitero fuori Porta Pinciana, dove oggi è il Muro Torto, destinato agli attori che dovevano essere sepolti appunto fuori le mura e non in terra consacrata.
Ancor oggi lo stesso trattamento viene riservato ai non musulmani in alcuni Paesi del Golfo, espellendo i cadaveri verso i Paesi d’origine. A quel tempo gli ebrei venivano sepolti sulla collina dell’Aventino all’altezza del Circo Massimo dove oggi è situato il roseto comunale. Le inumazioni avvenivano di notte per evitare che ci potessero essere reazioni da parte di fanatici e solo nel 1821 una fanciulla inglese fu seppellita di giorno, ma accompagnato da un drappello di guardie.
Il luogo individuato era una porzione di terra destinata ad uso civico per il pascolo del bestiame, successivamente recintato.
E così che oggi, accanto a John Keats, Percy Shelley, al figlio di Goethe e molti altri significativi uomini di cultura internazionali, riposano anche alcuni italiani altrettanto importanti come Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Emilio Lussu, Dario Bellezza, Andrea Camilleri e il Presidente Giorgio Napolitano, alcuni per speciale dispensa da parte del gruppo degli amministratori che sono gli Ambasciatori dei quindici Paesi che gestiscono il luogo.
In effetti per essere ammessi è necessario che il defunto sia cittadino straniero, residente a Roma e acattolico; se qualcuno apparteneva a quel gruppo religioso deve dimostrare di essere sbattezzato, ovvero aver fatto annotare nell’atto di battesimo la rinuncia a quell’appartenenza.
Quest’ultimo elemento porta ad una penosa riflessione.
Le leggi cimiteriali vincolano pesantemente le condizioni per la sepoltura e, quindi, non appare facile la scelta del luogo nel quale si desidera essere sepolti, ed in ogni caso per un periodo di soli trent’anni rinnovabile, a meno di non esser in possesso di una tomba di famiglia.
Una struttura privata può ovviamente disporre diversamente. Ma, come in questo caso, può imporre regole di accettazione subordinate alla presenza di alcuni requisiti, come la residenza o la cittadinanza.
Quello che stupisce è la necessità di dover ricorrere ad un atto formale per disconoscere la propria non appartenenza ad un gruppo di adepti ad una specifica fede religiosa, la cattolica, e non sia sufficiente una autocertificazione per poter essere accettati in un contesto acattolico mentre ancora più difficile sarà accertare la presenza del requisito nel caso di soggetti mai battezzati.
La burocrazia rende difficile anche il passaggio di stato e l’accoglienza tra i morti che saranno ancora soggetti alle iniquità così genialmente sottolineate dal grande Totò nella sua poesia ‘a Livella”.
*già Professore Ordinario presso l’Università degli Studi di Salerno
Cimitero acattolico di Roma. Greymouser .Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0







