Quando il Potere processa un cadavere
Il Giorno in cui la Giustizia Perse il Volto
di Cecchino Cacciatore-*
Ci sono processi che giudicano i vivi. E poi ce n’è uno che, più di ogni altro, mostra la vertigine del potere quando smarrisce il limite: il processo a un morto. È il celebre Sinodo del cadavere, celebrato nell’897 contro papa Formoso, riesumato e trascinato in aula come imputato. Una scena che sembra grottesca, e invece è terribilmente seria. Perché lì il diritto cessa di essere regola e diventa strumento di vendetta politica.
Formoso era stato prima vescovo, poi papa, dentro un tempo lacerato da lotte feroci tra fazioni aristocratiche e poteri imperiali. Aveva preso posizione contro il duca di Spoleto, chiamando in aiuto Arnolfo di Carinzia: una scelta politica, prima ancora che ecclesiastica. Morto Formoso, i suoi avversari non si accontentarono di averlo sconfitto nella storia: vollero processarlo nella memoria.
Il nuovo papa Stefano VI fece riesumare il cadavere, lo fece rivestire delle insegne pontificie e lo sottopose a giudizio per sacrilegio e usurpazione del soglio. Al posto dell’imputato, un corpo in decomposizione; al posto della difesa, un diacono costretto a rispondere per lui.
Non è solo un episodio macabro. È la rappresentazione plastica di ciò che accade quando la giurisdizione viene piegata all’imperium, quando il processo smette di cercare un fatto e diventa teatro simbolico del potere. Come è stato osservato, l’ordigno penale non è mai neutro: si veste di forme, riti, solenni scenografie. Ma qui la forma è svuotata, resta solo il gesto politico. Il verdetto era scritto prima dell’udienza: condanna, annullamento degli atti compiuti da Formoso, mutilazione del cadavere, gettato poi nel Tevere. Non si giudica una responsabilità; si cancella un avversario, perfino retroattivamente.
L’“interrogatorio del morto” diventa così una metafora potente. Il processo, che dovrebbe essere limite al potere, diventa prolungamento del conflitto con altri mezzi. Non c’è contraddittorio, non c’è prova, non c’è difesa possibile. C’è solo la volontà di riscrivere la realtà attraverso una sentenza. È la negazione stessa della funzione cognitiva del processo, che dovrebbe servire a verificare una responsabilità nel rispetto della persona, non a produrre verità ufficiali utili a chi governa.
Eppure, proprio l’eccesso genera reazione. L’orrore suscitato dal Sinodo contribuì a delegittimare i suoi artefici: il corpo di Formoso fu recuperato, la sentenza annullata, Stefano VI travolto a sua volta. La storia, in qualche modo, corregge il processo quando il processo tradisce la storia.
Resta la lezione. Ogni volta che il giudizio penale viene usato per colpire un nemico, per dare un segnale, per consolidare un potere, si riapre – in forme diverse – quel tribunale del cadavere. E ogni volta occorre ricordare che il processo nasce per proteggere l’uomo dall’arbitrio, non per dare una maschera giuridica alla forza. Anche quando l’imputato non può più parlare.
*Avvocato penalista
Immagine di copertina: Formoso, disegno tratto da Bartolomeo Sacchi detto il Platina, Vite De’ Pontefici, a cura di Onofrio Panvinio, per i tipografi Turrini e Brigonci, Venezia, 1663.
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