Ungheria, la visione biologica e binaria della persona

La recente revisione costituzionale in Ungheria che definisce il genere giuridico esclusivamente come maschile o femminile non è un episodio isolato di politica interna, ma un passaggio che tocca il cuore del costituzionalismo europeo: il rapporto tra identità personale, potere statale e tutela dei diritti fondamentali.

La scelta ungherese si colloca in una linea che tende a “costituzionalizzare” una visione biologica e binaria della persona. Inserire una simile definizione direttamente nel testo costituzionale significa sottrarre il tema alla normale dialettica legislativa e renderlo una clausola identitaria dello Stato. Non si tratta solo di anagrafe o documenti: il messaggio simbolico è che l’ordinamento riconosce come giuridicamente rilevanti solo due forme di identità di genere, escludendo ogni spazio per il riconoscimento delle persone transgender o non binarie. Il diritto costituzionale, da limite al potere, diventa qui strumento di delimitazione dell’identità.

Il confronto con la Costituzione della Italia è netto. Il testo del 1948 non contiene definizioni antropologiche rigide. Al contrario, l’art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell’uomo (non come genere definito al maschile, ma inteso ovviamente come genere umano nella più lata accezione) nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, mentre l’art. 3 vieta discriminazioni e impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza. La persona, nel costituzionalismo italiano, non è una categoria chiusa, ma una realtà storica e relazionale in evoluzione. La giurisprudenza costituzionale e di legittimità ha progressivamente ricondotto l’identità di genere all’ambito della dignità e dell’identità personale, considerate dimensioni essenziali della libertà individuale. Non è lo Stato a definire una volta per tutte chi è la persona: è l’ordinamento che deve adattarsi al riconoscimento della sua complessità.

Il secondo parametro di confronto è la CEDU, come interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Strasburgo ha più volte affermato che l’identità di genere rientra nella sfera della vita privata tutelata dall’art. 8 Convenzione. Senza imporre un modello unico agli Stati, la Corte ha però chiarito che il mancato riconoscimento giuridico dell’identità di genere può costituire una violazione dei diritti convenzionali quando incide in modo grave e sproporzionato sulla vita della persona. Il margine di apprezzamento statale esiste, ma non è illimitato: non può tradursi nella negazione della dimensione esistenziale dell’identità.

In questo quadro, la scelta ungherese solleva una tensione evidente. Mentre il costituzionalismo post-bellico europeo – italiano in primis – ha progressivamente spostato l’asse dal potere che classifica alla persona che chiede riconoscimento, la riforma ungherese sembra invertire il movimento: fissa in Costituzione una definizione che riduce la pluralità delle esperienze umane a uno schema normativo chiuso.

La differenza non è solo tecnica, ma culturale. Da un lato, una Costituzione che vede nei diritti un limite al potere e un’apertura alla storia; dall’altro, un uso identitario della Costituzione come strumento di definizione preventiva della persona. È qui che si gioca la partita europea: non sul terreno ideologico, ma su quello, molto concreto, di che cosa significhi oggi dire dignità, eguaglianza e libertà personale in uno Stato costituzionale.

 

 

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Cecchino Cacciatore

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Cecchino Cacciatore è nato a Salerno il 10 aprile 1968. E’ avvocato penalista del Foro di Salerno. Impegnato sui temi del garantismo, dei diritti inalienabili delle persone e della solidarietà, ha ricoperto i ruoli di segretario della Camera Penale Salernitana e di Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, oltre che di Direttore della Scuola di Specializzazione della professione forense, istituita su sua proposta dallo stesso Consiglio dell’Ordine. E’ autore di numerose pubblicazioni sulla giustizia e le condizioni sociali e politiche degli ultimi, tra cui circa 300 articoli e 5 libri. Si ricordano in particolare: La penna e la toga. Scritti e interventi giornalistici su politica e giustizia- D’Amato Editore, 2020. Il diritto tra le righe. Viaggio alla ricerca della giustizia nella letteratura- D’Amato Editore, 2022; Riforma Cartabia- Penale. Schemi e tavole sinottiche, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno, Camera Penale Salernitana; La giustizia è anche domani- D’Amato Editore, 20232024; La storia compagna della giustizia (nei dintorni della libertà)- D’Amato Editore, 2025.

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