Vivere la Storia: il Duca Arechi di Benevento
di Gaetanina Longobardi-
Il Duca Arechi ha una chiara visione: l’unificazione territoriale dell’Italia entro il Regno Longobardo. Nel 591 è stato inviato dal re dei Longobardi, Agilulfo, nel più lontano ducato del Sud. Il viaggio da Pavia a Benevento permette al duca di scoprire il territorio frammentato e conteso con i Bizantini. Arechi vuole sconfiggere i Bizantini. La ducea di Arechi confina al nord con il ducato di Spoleto, subordinato ai Longobardi. Confina con il ducato di Roma che, invece, è territorio bizantino. E sotto l’egemonia dell’Impero Romano d’Oriente è la parte più meridionale dell’Apulia, cioè i territori della città di Taranto, Brindisi, Gallipoli, Otranto e Oria. Anche la Calabria è bizantina.
Il problema del duca rimane, però, la Campania completamente spaccata tra beneventani e bizantini. Gli importantissimi scali di Napoli e di Gaeta coi loro distretti e la fascia costiera da Nord e Sud di Napoli da Cuma ad Amalfi sono bizantine.
Napoli e le altre città bizantine della costa sono chiuse nel loro entroterra e Arechi vuole conquistare l’intera Campania.
Nel 596, Arechi vuole varcare le frontiere e assalire Napoli. È a Nola e osserva il Vesuvio dal fumo che decora il cielo. La lava prende la forma di strane bolle rosse, perle sanguigne in attesa dell’immersione nel conflitto.
Arechi è concentrato sulle armi e non si lascia distrarre dal fiume Clanio che scorre vicino. Vuole muovere verso Napoli dai confini settentrionali e far cadere, finalmente, la mezzaluna bizantina. È il condottiero più forte e ogni tanto sorride. Pregusta la conquista senza tregua. Le spedizioni militari sono rivolte a fare capitolare Napoli e l’intera provincia bizantina, ma sa bene che l’imperatore romano d’Oriente Maurizio non abbandonerà mai questi luoghi.
Il duca spinge via l’ansia ingombrante e supera la deriva delle previsioni. L’animo bollente si calma con i ricordi nitidi delle battaglie vinte, come la conquista dell’intero Samnium in pochi mesi.
Eppure avverte un nervosismo, lo sguardo si orienta rasoterra dalla torre di vedetta al di là della palizzata di legno e il profondo fossato. Distaccamenti di ufficiali pronti in posizione presidiano sparpagliati e qualche gruppo siede a terra. Il terrapieno completa il sistema, ma non sono poche le guardie a rinviare l’entrata, gli scudi poggiano sull’incertezza come incastrati nella soluzione dell’attesa. Si percepisce l’accostarsi del pericolo come lo scatto della montatura che si chiude e dopo le schiere di strali lungo il corso del canale sale l’enorme esercito.
Tante figure in movimento, cavalieri tesi a reagire attenti alla sua volontà sono pronti. Interi reparti equestri continuano ad arrivare, mai un dubbio nel sostenere le scelte del duca beneventano. Il fiume colma il confine liquido saldato dall’acqua, ogni cavità è farcita di trappole efficaci che tranciano i cerchi delle vite con spietata precisione, ma le milizie non vengono danneggiate e lo spessore uniforme cresce.
Arechi è al comando e ha lo sguardo incandescente. Vuole il gioco agguerrito della guerra contro i Bizantini. Napoli deve diventare longobarda e non sa ancora che non accadrà, nonostante il talento selvaggio del duca.
La ducea di Arechi durerà per circa cinquant’anni. Il vero conquistatore del Sud muore nel 640, dopo aver tentato più volte di conquistare Napoli e senza mai riuscirci.
Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum scrive della parte finale della vita del duca di Benevento, con un dettagliato racconto del destino del figlio Aione che non permette di trovare pace: “Il duca di Benevento Arichi inviò a questo re suo figlio Aione, ma, quando egli giunse a Ravenna nel suo viaggio verso Pavia, la malvagità dei Romani gli propinò una pozione che lo fece uscire di senno, e da quel momento non fu più del tutto sano di mente. Quando il duca Arichi, suo padre, ormai carico d’anni, si fu avvicinato al suo ultimo giorno, sapendo che Aione non era pienamente in senno, raccomandò ai Longobardi presenti i giovani Radoaldo e Grimoaldo, che avevano già raggiunto il fiore dell’età, come fossero figli suoi, e disse che erano in grado di governarli meglio di quanto potesse suo figlio Aione.
Defunto, dunque, Arichi, che aveva tenuto per cinquant’anni il ducato, diventò duca dei Sanniti suo figlio Aione, e a lui Radoaldo e Grimoaldo obbedirono in tutto, come a fratello maggiore e loro signore. Quando egli reggeva il ducato di Benevento da un anno e cinque mesi, vennero gli Slavi con un gran numero di navi, e, posto il campo ad una certa distanza dalia città di Siponto, vi scavarono attorno delle fosse mimetizzate. Aione si mosse contro di loro, da solo perché Radoaldo e Grimoaldo erano assenti, e volle attaccarli, ma il suo cavallo cadde in una di queste fosse, e gli Slavi gli piombarono addosso e lo uccisero assieme a numerosi uomini. Quando ne ricevette notizia, Radoaldo accorse celermente, e parlò a quegli Slavi nella loro lingua. Ciò creò in loro una certa indecisione, ed egli ne approfittò per precipitarsi su di loro e sconfiggerli con grande strage. Vendicò in tal modo la morte di Aione, e costrinse gli invasori rimasti a fuggire da quei territori.”
Una tragedia nella vita di Arechi I, duca di Benevento, che non lo ferma dal procedere alla conquista del Sud e continuare a tentare di prendere Napoli. La vita di un combattente longobardo che non si arrende, nonostante il dolore.
Heinrich Böll in Opinioni di un clown, scrive “il ritmo è diventato ancora più meccanico, senza perdere in scioltezza. […] Allora andai avanti”. Non c’è rimorso, non c’è memoria, non c’è limite. C’è da combattere e far cadere Napoli bizantina e nient’altro.







