Quando il rock alza la voce

di Carlo Pecoraro-

Con i ragazzi del telegiornale che da quattro anni facciamo all’Istituto comprensivo “Torquato Tasso” di Salerno, intervistando la cantante salernitana Alessandra Del Grosso, meglio conosciuta come Sitra, le abbiamo posto una domanda: La musica può essere considerata una forma di resistenza culturale? La domanda era nata dopo aver letto la notizia che Bruce Springsteen aveva appena licenziato un nuovo brano subito dopo i fatti di Minneapolis.

Così, con la referente del progetto scolastico, la professoressa Carla D’Amato, c’è sembrato interessante far capire ai nostri ragazzi, tutti tra gli undici e i dodici anni di età, quanto la musica, la cultura in generale, sia uno fortissimo strumento di denuncia. Abbiamo ascoltato “Streets of Minneapolis”, abbiamo approfondito la notizia dalla quale quelle note sono partite, e abbiamo fatto una riflessione sul valore della comunicazione oltre i canali tradizionali (la stampa).

Il brano denuncia “i delinquenti federali di Trump”, “le sporche bugie di Miller e Noem” e chiede all’Ice di lasciare immediatamente la città. Un brano nato dal senso di dolore e rabbia. Una canzone, abbiamo letto sul profilo social del Boss, dedicata alla gente di Minneapolis, “ai nostri vicini immigrati innocenti e in memoria di Alex Pretti e Renee Good”. La canzone è stata immediatamente bollata dalla Casa Bianca come un brano contenente “opinioni irrilevanti e informazioni inaccurate”. Vedremo.

Intanto in America, non è una novità che una rock star alzi la voce contro le politiche del governo. Soprattutto contro i soprusi. Contro quella democrazia millantata e mai rispettata. Uno degli esempi è quello di Neil Young e della sua “Ohio” scritta subito dopo i fatti accaduti alla Kent State University il 4 maggio del 1970. Qui, durante una protesta degli studenti contro la guerra in Vietnam, i soldati di Nixon aprirono il fuoco contro i manifestanti, uccidendo quattro ragazzi. Una ferita pazzesca che Young metterà in versi e registrerà con le voci di Crosby, Stills e Nash. In quel grido di dolere si cantava: “Che diresti se tu la conoscessi e la trovassi morta per terra, come reagisci quando lo saprai?”.

Non solo, con i nostri studenti-redattori abbiamo cercato altri musicisti che hanno messo sotto accusa i governi americani. E abbiamo visto come Neil Young e Bruce Springsteen siano in ottima compagnia. Eminem nel 2004 canta “Mosh” uscita pochi giorni prima delle elezioni presidenziali Usa. Un brano apertamente rivolto contro George W. Bush, un’accusa diretta all’uso indiscriminato di quella “volontà superiore” in tutte nelle sue decisioni. Una canzone che trasformò la rabbia politica in mobilitazione civile. Meno diretto ma altrettanto forte, fu anche quell’“American Idiot” dei Green Day, una critica frontale all’America di Bush, in particolare al clima creatosi dopo i fatti dell’11 settembre. E sempre contro Bush anche la bellissima ballata di Pink, “Dear Mr. President”, una delle protest songs più personali e “civili” mai scritte contro un presidente americano. È una lettera aperta, non urlata ma carica di accuse morali. Domande che sono vere e proprie sentenze etiche.

Trump prima di Springsteen era già finito nel mirino degli YG & Nipsey Hussle che nel 2016 scandirono la loro “Fuck Donald Trump” per criticare le politiche del Tycoon contro gli immigrati messicani, le minoranze, l’islam, insomma un brano diventato colonna sonora di molte manifestazioni e proteste. E chiudendo il ciclo, lo scorso anno, a ruggire fu ancora una volta il vecchio leone canadese Neil Young con la sua “Big Crime”, in cui attacca Donald Trump senza però mai citarlo apertamente. Il brano fu registrato durante le prove di uno show a Chicago. E anche in quel caso, la Casa Bianca nicchiò.

E la nostra ospite? Come ha risposto Alessandra Del Grosso alla domanda posta dai giovani giornalisti del Tg Tasso News? Semplice: “Assolutamente sì! La musica è resistenza culturale” e la nostra Sitra ha anche spiegato come, “nel tempo, la musica sia stata capace di raccontare i soprusi aiutando e favorendo le trasformazioni sociali”.

Carlo Pecoraro

Carlo Pecoraro

Giornalista professionista dal 2002. Nel corso della carriera ha collaborato con le principali testate locali del Gruppo L’Espresso ricoprendo per dieci anni, con contratto a tempo indeterminato, l’incarico di redattore per il quotidiano “la Città” di Salerno. Già collaboratore del settimanale “l’Avanti”. Consulente Scabec per il progetto ARCCA. In qualità di critico musicale ha collaborato con alcune riviste italiane specializzate in musica jazz. Ideatore della prima "Guida alla musica jazz in Italia". Nel 1998 ha pubblicato una monografia dedicata al contrabbassista Giovanni Tommaso. Per l’Enciclopedia Treccani, ha curato alcune voci del progetto Enciclopedia della Musica: 1900 - 2025 sotto la direzione scientifica di Ernesto Assante.

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