In morte di Paolo Cendon

di Michele Bartolo*

Amava dire Franco Basaglia, ispiratore della legge 180 del 1978, che introdusse la revisione ordinamentale degli ospedali psichiatrici in Italia, che “visto da vicino nessuno è normale”.

È di qualche giorno fa la notizia della morte ad 85 anni di un grande amico e sodale di Franco Basaglia, protagonista e continuatore delle battaglie civili nate con lui. Mi riferisco al grande giurista Paolo Cendon, veneziano come lui, professore di diritto privato, uno dei massimi civilisti italiani nonché autore di libri scomodi su follia, fine vita e responsabilità.

Con il professore Paolo Cendon il diritto esce dai libri, si anima, viene trasmesso con un metodo empatico e concreto, perde ogni caratteristica di tecnica fredda e distante dai problemi reali.

Il diritto è vita, permea tutti gli ambiti dello scibile umano ed insegna ad ascoltare e ad amare il proprio prossimo. In questa ottica, il professor Cendon non è stato solo un giurista, ma un uomo profondamente attento ai bisogni dei deboli, sul presupposto che il diritto nasce proprio per tutelare i soggetti più fragili. Quel nessuno è normale, di basagliana memoria, lo ha reso concreto nella sua esperienza umana e professionale. Non esistono esclusi od emarginati, tutti siamo esseri umani e chi è più sfortunato di noi non merita di stare tra gli ultimi ma, come noi, appartiene al genere umano e ha una sua grandezza, una sua personale dignità, a prescindere dalla sua condizione personale o sociale. La normalità non può e non deve essere una patente, nel vero spirito dell’articolo 2 della nostra Carta Costituzionale, che stabilisce, tra i principi fondamentali della nostra Repubblica democratica, che:”(..) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.(..)”.

L’impegno del professore Cendon è stato sempre orientato a rendere parola viva questo fondamentale articolo della nostra Costituzione. In questo senso oggi viene da tutti ricordato come il padre del danno esistenziale e dell’amministrazione di sostegno, avendo dedicato ogni sua energia alla “causa” degli esclusi, seguendo l’eredità di Basaglia e portandola nelle aule di giustizia.

Noi oggi sappiamo che il danno esistenziale è considerato risarcibile perché inteso come il danno arrecato all’esistenza, cioè quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute. Lo si è definito anche come “il danno alle attività realizzatrici della persona umana”, “il perturbamento dell’agenda quotidiana”, “la rinuncia forzata ad occasioni felici”; è quindi la lesione alla possibilità di accedere a tutti gli intrattenimenti e a quelle attività tipiche che realizzano la persona umana.

La misura di protezione dell’amministrazione di sostegno, invece, è stata introdotta nel nostro ordinamento dalla legge 9 gennaio 2004 n. 6, che ha attuato una vera e propria rivoluzione giuridica e culturale nella tutela delle persone fragili, affiancando ai più rigidi istituti tradizionali (interdizione e inabilitazione) un nuovo strumento, che si pone lo scopo di fornire ai soggetti deboli un supporto che miri a sostenere la capacità residua del soggetto, valorizzando la centralità della persona e il principio di autodeterminazione.

Tutto questo (la risarcibilità del danno esistenziale e la intuizione della categoria giuridica dell’amministrazione di sostegno) lo dobbiamo al professor Paolo Cendon ed al suo modo di intendere il diritto. Per lui, il diritto non doveva limitarsi a gestire patrimoni, ma doveva proteggere l’essenza stessa della vita. Amava dire: “L’idea è che l’ultimo chilometro appartiene alla vita, non alla morte, e che occorre poterlo utilizzare al meglio. Il diritto dovrebbe aiutarmi a fare la pace, mantenere le promesse, guardare i bambini che giocano… stare sempre dalla parte di chi ha paura, di chi non ce la fa”.

Queste parole risuonano oggi con una forza dirompente, specialmente in un momento in cui la politica internazionale e la cronaca quotidiana ci impongono di rimettere al centro la persona. Ogni volta che difenderemo un diritto calpestato o costruiremo un “progetto di vita” per una persona in difficoltà, Paolo Cendon sarà ancora vivo attraverso di noi. Ci lascia in eredità una missione chiara: non smettere mai di guardare il mondo attraverso gli occhi dei più fragili e credere fermamente nel diritto alla felicità.

 

*Avvocato

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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