Le statue greco-romane: un falso storico.
Nel nostro immaginario collettivo, la più alta esternazione di bellezza dell’arte classica greco-romana è racchiusa nella purezza delle bianche forme marmoree delle tante statue rinvenute nel corso degli scavi archeologici del passato, ma anche del presente di cui esemplari prestigiosi sono tra gli altri l’Ermes con Dionisio (risalente al 330 a.C. in marmo chiaro di pario particolarmente pregiato a grana fine) la Venere di Milo (sempre in marmo di pario risalente al 130 a.C.) la statua romana dell’Augusto Ioricato (in stile neoattico in marmo bianco) o ancora la statua bianca di Marco Aurelio in uniforme militare.



Tuttavia ciò che oggi vediamo non è la reale rappresentazione; al contrario le sculture greco-romane erano, di fatto, policrome! Perché le statue e i vari reperti archeologici rinvenuti sono arrivati a noi senza alcuna traccia cromatica? La risposta è non particolarmente difficile: essi hanno perso la loro pigmentazione a causa dell’esposizione prolungata alle intemperie e all’alternanza delle stagioni, così come le statue a lungo tempo sepolte hanno perso il loro primordiale cromatismo, sebbene su di esse alcune tracce di pigmento ancora presenti sono state successivamente asportate e dunque perdute per sempre a causa di un inadeguato e grossolano intervento di pulizia. Tutto ha inizio quando, in epoca rinascimentale, un rinnovato amore per la cultura classica, quella appunto dell’epoca greca e soprattutto romana, in un Italia ancora divisa in numerosi stati quasi sempre in conflitto tra loro, riaccese negli animi il desiderio di ritrovare, alla fine del medioevo, una sorta di unicità ispirata dal ricordo del grande Impero Romano che comprendeva tutto il bacino del Mediterraneo, culla dell’arte e della cultura classica. Tra il ‘400 e il ‘500 iniziarono così i primi scavi archeologici, dai quali rinvennero numerosi reperti. Tra i primi si ricorda la statua di Apollo del Belvedere, rinvenuta ad Anzio nel 1489 e risalente al periodo post-ellenico (II secolo d.C.) dopo la conquista romana della Grecia antica.

Con le sue forme armoniose, la statua collocata attualmente nel Cortile del Belvedere a nord della Basilica di San Pietro in Vaticano, fu subito riconosciuta come tra le più belle dell’antichità, riflesso del puro concetto di “bello ideale” e di perfezione estetica. A ciò si aggiungono un perfetto gioco di luci ed ombre e soprattutto un pigmento monocromatico chiarissimo, segno di alta qualità artistica. Nel gennaio del 1506, mentre lavorava nei suoi campi su Colle Oppio, un contadino rinveniva uno dei reperti archeologici più prestigiosi dell’arte classica, ovvero il gruppo scultoreo di Laocoonte e i suoi figli (copia marmorea, di scuola rodia, di una originale in bronzo, realizzato nel I secolo a.C.).

Secondo le cronache di quel periodo, di tale ritrovamento furono testimoni anche lo scultore, pittore e architetto Michelangelo Buonarroti e l’architetto Giuliano da Sangallo. Particolarmente colpito da tanta bellezza, Michelangelo identificò in esso l’ideale artistico di perfezione assoluta, la scultura fatta in marmo puro e bianco. Sulla base di tale principio estetico che l’artista perseguiva già prima della eccezionale scoperta romana, Buonarroti realizzava uno dei principali simboli del rinascimento italiano: il David.

Alta ben 5,17 metri, interamente in marmo di carrara, la scultura esprime in maniera percepibile la tensione muscolare presente sul suo corpo prima dello scontro con Golia. La statua, realizzata intorno al 1501, è attualmente custodita nella Galleria dell’Accademia di Firenze. Su tale concezione del bello, molti altri artisti del rinascimento produssero innumerevoli opere monocromatiche.

Ricordiamo sempre di Michelangelo la sua Pietà, collocata nella Basilica di San Pietro a Roma, immagine della perfezione assoluta nell’anatomia che esprime, al contempo, una dolcezza visivamente captabile. Anche un secolo dopo, artisti come il Bernini proseguirono, sulla scia dei loro predecessori, con opere come il Ratto di Proserpina (1622) o l’Apollo e Dafne (1625).


Quando però, nel corso degli scavi archeologici del ‘600 e ‘700, il ritrovamento di numerose opere statuarie d’epoca classica, tra cui quelle di Atene, nell’area dell’Acropoli, ma anche nella stessa Colonna Traiana a Roma, mostrarono al pubblico evidenti elementi policromi, il concetto di alta qualità artistica nell’elemento monocromatico era ormai talmente diffuso che, i piccoli dettagli colorati rinvenuti non ebbero grande eco tra gli studiosi dell’arte e gli archeologi.

Nel 1764, nel suo saggio dal titolo “Geschichte der Kunst des Alterthums” che segna la nascita di una nuova disciplina, la Storia dell’Arte, l’archeologo Johan Winckelmann, oltre ad affermare la superiorità dell’arte greca su quella romana (quest’ultima considerata semplicemente una copia di quella greca e priva di valori nuovi), evidenziava, nel bianco dei marmi artistici, il più alto valore di bellezza. Nell’ambito della scultura l’ideale di perfezione monocromatica scultorea prosegue ancora nell’800;

si può pensare, ad esempio, alla Paolina Borghese del Canova realizzata tra il 1805 e il 1808 ed esposta nella Galleria Borghese di Roma. Tra il 2022 il 2023, il Metropolitan Museum di New York è stato la location di una particolare mostra dal titolo “Chroma: Ancient Sculpture in Color” in cui alcune sculture antiche sono state messe a confronto con le loro repliche colorate. Spiccano alcune opere come l’Arciere inginocchiato del tempio di Aphaia- VI secolo a.C.; la ricostruzione del pinnacolo di marmo che adornava un’alta lapide tombale, la Stele di Megakels del 530 a.C.; le statue in bronzo del Sovrano e del Pugile delle Terme rinvenute sul Colle Quirinale a Roma nel 1885 e risalenti al II secolo a.C. o la ricostruzione dei Bronzi di Riace, risalenti al 430 a.C.




Il candore dei marmi artistici dell’epoca greco-romana è, di fatto, un falso storico, pertanto l’intento dell’esposizione è quello di abituare l’occhio a una visione estetica dell’arte non più monocromatica a cui siamo abituati, ma policromatica come in origine.

Sono ben 14 le sculture ricostruite dallo staff del Dr. Brinkmann (capo del “Dipartimento di Antichità presso la Collezione di sculture di Liebieghaus) e sottoposte al confronto con quelle originali. La Mostra è il frutto e la conseguenza di lunghe ricerche e studi sulla policromia antica effettuati dall’archeologo tedesco Brinkmann e dalla moglie Ulrike Koch-Brinkmann, i quali, a partire dagli anni ’90, col supporto tecnologico di strumentazioni molto avanzate, hanno potuto effettuare analisi di spettroscopia di assorbimento, spettroscopia ultravioletta e di fotomicrografia per la ricerca dei piccoli cromatismi rimasti sulla scultura.



Si è scoperto che i colori dell’epoca provenivano da pigmenti naturali ricavati da piante, minerali e in alcuni casi da animali. Il pigmento inoltre non era solo una semplice decorazione ma parte integrante dell’opera, quindi la fase volumetrica e plastica dell’opera era in stretta simbiosi con quella pittorica. La Mostra di New York non è l’unica del genere.

Lo stesso Brinkmann ha dato corpo, inoltre, a una sorta di mostra itinerante la “Gods in Color” in numerosi musei del mondo compreso i Musei Vaticani, col fine ultimo di far conoscere a più gente possibile i risultati delle sue approfondite ricerche.








