Vivere la storia: Rosmunda, regina dei Longobardi
di Gaetanina Longobardi-
Gli occhi di Rosmunda sono differenti, ha il fuoco tra le palpebre che non smette di ardere. È vendetta di una donna che ha tenacia. Non si può arrendere. Sorge la luna, davanti la reggia di Pavia. Rosmunda alza il capo e osserva il cielo nella solitudine. È distante da qualunque figura femminile e non crede nello splendore degli arredi intorno a lei.
Nel buio della notte longobarda, mormora l’inasprimento senza freni: «L’urgenza che provo è la vendetta».
Rosmunda è la figlia del re dei Gepidi, Cunimondo. Nel 566, è costretta ad andar sposa ad Alboino, re dei Longobardi, che sconfigge e uccide il re Cunimondo.
Nella Historia Langobardorum, Paolo Diacono scrive: “Morì Turisindo, re dei Gepidi, e gli successe nel regno Cunimondo, il quale, volendo vendicare gli antichi affronti che i Gepidi avevano subito, ruppe il trattato con i Longobardi, e scelse la guerra, ripudiando la pace.
Fu attaccata, dunque, battaglia, e si combatté con tutte le forze. I Longobardi risultarono vincitori, e infierirono con tanta rabbia sui Gepidi da distruggerli fino all’annientamento, sicché di un grande numero di loro ne sopravvisse, si può dire, uno soltanto per raccontare. In quella battaglia Alboino uccise Cunimondo, e toltagli la testa, ne fece una coppa per bere, coppa che nella loro lingua si dice scala, e in lingua latina patera. Poi, insieme ad una grande moltitudine di prigionieri di ogni sesso e di ogni età, catturò anche la figlia di lui, di nome Rosemunda, e, poiché Clotsuinda era morta, la prese come moglie. Ma la sposò per sua rovina, come poi fu chiaro.
La tradizione diffusa da Paolo Diacono racconta della vendetta di Rosmunda costretta dal marito, il re Alboino, a bere in una tazza formata dal cranio del re Cunimondo, il padre ucciso. Il volume di Paolo Diacono descrive l’assassinio di Alboino ordito da Rosmunda, con l’aiuto di Elmechi e Peredeo, intimi del re. Dopo la vendetta, Rosmunda fugge con Elmechi presso Longino, esarca di Ravenna. Secondo la tradizione, anche Rosmunda viene avvelenata nel tentativo di liberarsi del complice.
“Alboino fu ucciso dalle trame di sua moglie, quando regnava già da tre anni e sei mesi. La causa del suo assassinio fu questa. Mentre prendeva parte a un banchetto presso Verona, ebbro più di quanto sarebbe stato opportuno, ordinò di porgere alla regina del vino nella coppa che aveva fatto fare con il cranio del re Cunimondo, suo suocero, e la invitò a brindare lietamente in compagnia di suo padre. Che a nessuno sembri impossibile ciò che dico — è la verità in nome di Cristo —: io stesso vidi questa coppa nelle mani del principe Rachis in un giorno di festa, quando la mostrava ai suoi invitati. Quando Rosemunda si rese conto della coppa, provò un dolore immenso nel suo cuore, e fu travolta da una bruciante e incontenibile bramosia di uccidere il marito per vendicare la morte del padre. Preparò, dunque, subito, con Elmechi, che era schilpor, cioè armigero, e fratello di latte del re, un piano per ucciderlo, e lo scudiero persuase la regina ad associare al piano Peredeo, che era un uomo vaiorosissimo. Ma, dato che Peredeo non voleva dare il suo assenso al delitto così nefando che la regina gli proponeva, una notte ella sostituì nel letto l’ancella che conviveva con Peredeo, e costui, ignaro, giacque con la regina. Quand’ebbe compiuto l’adulterio, la regina gli chiese chi credeva di avere accanto, ed egli rispose pronunciando il nome della sua amante, come credeva che fosse. Al che essa ribattè: «Non è affatto come credi, io sono invece Rosemunda. E certo, Peredeo, quello che hai appena compiuto è atto sì grave che, ormai, o tu devi uccidere Alboino, o lui deve uccidere te con la sua spada». Allora egli capì il male che aveva compiuto, anche se ne era stato inconsapevole, e si trovò, così, forzato a partecipare al complotto. Rosemunda, dunque, quando Alboino si fu dato al riposo meridiano, ordinò che nel palazzo si facesse profondo silenzio, e, sottraendo al re tutte le altre armi, legò strettamente la sua spada alla testiera del letto, in modo che non potesse né staccarla, né sguainarla; poi — più crudele di ogni belva! —, introdusse Peredeo a ucciderlo, seguendo il piano di Elmechi. Alboino, svegliato all’improvviso dal sonno, capendo il pericolo che gli sovrastava, stese subito la mano alla spada, ma non riuscì a estrarla, dato che era legata strettamente. Allora abbrancò uno sgabello da piedi e con quello si difese per qualche tempo. Ma — oh, dolore! —, quell’uomo che pur era bellicosissimo e di somma audacia, non riuscì a prevalere sull’aggressore, e fu ucciso come un inerme, morendo per l’intrigo di una donnetta, lui che era divenuto famosissimo per la strage di tanti nemici sul campo di battaglia. La sua salma, fra il pianto e gli altissimi lamenti dei Longobardi, fu sepolta sotto una gradinata, che era contigua al palazzo.
Una vendetta senza respiro, quella di Rosmunda. La morte di Alboino nella notte longobarda non è la fine del tormento della regina. L’alba non risparmia il regno che scivola nel dolore per la morte del re Alboino.
Intano, l’immagine selvaggia di una donna che fa qualcosa di estremo si estende, racconta una storia che non le appartiene più.
Giambattista Vico nella sua opera principale Principi di una Scienza Nuova, guida l’analisi che occorre per definire la ricerca. Per determinare certi tempi e certi luoghi e da dove essi incominciarono, non ci soccorrono i due occhi, come sin ora sono stati usati, della Storia, che sono la Cronologia e la Geografia.
Di fronte al teschio di suo padre Cunimondo e l’esortazione del re Alboino a bere da quella macabra coppa, l’odio ricama una lunga striscia di tela istoriata, le cui immagini sono visibili nella mente di Rosmunda. Nessun sentimento è risparmiato ed è la prima a correre incontro al conflitto. Lei è principessa dei Gepidi, ovvero di stirpe gotica ed è pronta al sacrificio, all’assalto, alla distruzione, alla sofferenza del popolo longobardo.
Eppure, la luna osserva il volto di Rosmunda e gli occhi castani brillano di una profonda tristezza. Non è facile ignorare i sentimenti nel profondo del proprio cuore e l’amore verso gli uomini e le donne longobarde. E raccontarsi una storia che non le deve appartenere.
Nella tragedia Rosmunda di Vittorio Alfieri scritta nel 1779, la vendetta di Rosmunda diventa gelosia verso Romilda, la figlia di Alboino. Un violento contrasto che porta la regina longobarda ad assassinare Romilda. Una follia che si ripiega su se stessa ed è essenziale leggere l’odio che scorre tra le parole della regina: “A ogni uom, che far le mie vendette ardisse,/ dovuto premio era mia mano. A infauste/nozze col crudo padre tuo mi trasse / necessitá feroce. Orfana, vinta,/ m’ebbe Alboín, tinto del sangue ancora/ dell’infelice mio padre Comundo:/ l’empio Alboín, disperditor de’ miei,/ depredator del mio paterno regno,/ di mie sventure insultatore. Al fine/ dal duro fatal giogo di tanti anni/ io respiro. Il rancor, che in me represso/ sí a lungo stette, or fia che scoppi
Francesco De Sanctis, nel primo volume della Storia della Letteratura Italiana scrive di togliere l’ironia, fare salire alla superficie in modo scoperto e provocante l’ira, il disgusto, il disprezzo, tutti quei sentimenti che Parini con tanto sforzo dissimula sotto il suo riso: e avete Vittorio Alfieri. L’uomo nuovo che si pone in atto di sfida in mezzo ai contemporanei. La sua irrequietezza ispira la rappresentazione dell’odio della regina longobarda dalla potente individualità. Nella tragedia alfieriana si concepisce uno spirito di vita che scolpisce le situazioni, infoca i sentimenti, fonde le idee, empie del suo calore tutto il mondo circostante.
La regina Rosmunda osserva il cielo ancora una volta. La mano sfiora la guancia rigata da una lacrima e uno specchio le mostra una sconosciuta ruga sulla fronte. Il linguaggio corporeo è mutato, ma Rosmunda non teme confronti. Un cratere pieno di liquido rosso sulla cassapanca vicino al camino racchiude fantasmi e attira la sua attenzione.
«La possibilità di tornare indietro è sbarrata» dice all’improvviso.
La luce della luna illumina la stanza, i gioielli al collo della regina splendono quasi ad assorbire il chiarore lunare.
“Il ruolo di regina è difficile” pensa e tocca con le dita l’oro e le gemme prezioso della collana.
«Non dimenticare chi sei» afferma decisa. Deve andare decisa nella direzione stabilita.
Accarezza il cratere sulla cassapanca e sente la gioia della vendetta scorrere dentro di lei.
Scrive Paolo Diacono: “Elmechi, spento Alboino, tentò di prendere il suo regno, ma non potè, perché i Longobardi, troppo addolorati per la morte del re, progettavano di ucciderlo. Allora Rosemunda mandò subito una richiesta al prefetto Longino di Ravenna, che inviasse prestissimo una nave a raccoglierli. Longino, rallegrato da tale notizia, inviò con premura una nave, sulla quale si imbarcarono di notte, in fuga, Elmechi e Rosemunda, ormai sua moglie, arrivando in tutta fretta a Ravenna con Alpsuinda, figlia del re, e portandosi via tutto il tesoro dei Longobardi. Allora Longino cominciò a istigare Rosemunda a uccidere Elmechi per unirsi con lui in matrimonio. La donna, disponibile com’era ad ogni delitto, lusingata dall’ambizione di diventare signora di Ravenna, acconsentì a perpetrare un crimine così grave, e, cogliendo l’occasione in cui Elmechi faceva il bagno, gli offrì un bicchiere di veleno nel momento che usciva dall’acqua, assicurandolo che gli avrebbe fatto bene. Quando egli si accorse d’aver bevuto un bicchiere di morte, sguainata la spada costrinse Rosemunda a trangugiare quello che restava nella tazza. E così, per giudizio di Dio onnipotente, quei feroci assassini perirono in uno stesso momento”.
Pietro della Vecchia – Rosamund costretta a bere dal cranio del padre







