La funzione della pena: il modello olandese
di Michele Bartolo-
Qualche giorno fa abbiamo parlato di decadimento culturale e di come spesso la risposta dello Stato ai reati si riveli orientata ad un sistema punitivo severo, quasi medievale. L’esempio del disegno di legge approvato dallo Stato di Israele che introduce la pena di morte per impiccagione dimostra come siamo in uno stato di guerra permanente, che fomenta invece di ridurre la criminalità e lo spirito di vendetta, oltre a costituire un continuo sperpero di risorse pubbliche.
Ebbene in Europa vi è un Paese che va controcorrente, ma già da alcuni anni. Mi riferisco all’Olanda ed al suo programma progressivo di svuotamento delle carceri. Le carceri in Olanda, infatti, hanno visto una drastica riduzione della popolazione carceraria, portando alla chiusura di molte strutture, grazie all’emergere di un modello che punta sulla riabilitazione, prevenzione e reintegrazione sociale, anziché sulla punizione, con notevoli benefici per la sicurezza pubblica.
Al centro del modello olandese c’è una visione chiara: il sistema penale deve prevenire, reinserire e, solo quando necessario, infliggere la punizione. Sempre più spesso, pene alternative al carcere hanno sostituito la privazione della libertà per i reati minori: lavori socialmente utili, sanzioni pecuniarie, braccialetti elettronici.
Il risultato è stato duplice: il flusso di ingressi nelle prigioni si è ridotto, e la giustizia ha potuto concentrare le risorse sui reati più gravi. Parallelamente le statistiche dicono che la criminalità è diminuita, in particolare quella violenta e contro il patrimonio, grazie a investimenti mirati nelle politiche sociali, nell’istruzione e nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione. Un sistema giudiziario efficiente ha poi contribuito a contenere la recidiva, creando un circolo virtuoso tra prevenzione e sicurezza reale. La chiusura delle carceri ha prodotto effetti concreti anche sul territorio.
Alcuni edifici sono stati accorpati, altri dismessi e trasformati in centri culturali, spazi abitativi o strutture temporanee per rifugiati. Così, le celle vuote non sono soltanto un simbolo di risparmio economico, ma testimoniano un utilizzo mirato delle risorse pubbliche. La sfida culturale olandese, che può essere non esente da critiche, potrebbe essere adottata anche in Italia? In effetti, il problema del sovraffollamento della popolazione carceraria è molto presente anche in Italia, dove peraltro la polizia penitenziaria ha notevole difficoltà a gestire la situazione in alcuni centri di detenzione.
Anche da noi, inoltre, un sistema penale basato sulla pena carceraria non si è tramutato in un efficace deterrente nei confronti della criminalità, se consideriamo che anche dopo venti o trenta anni di carcere spesso il reo torna a delinquere. Allora dobbiamo aprire anche in Italia un dibattito sulla duplice efficacia della pena che, secondo la nostra stessa Carta costituzionale, deve avere un duplice fine: da un lato costituire un deterrente perché il reato non venga commesso di nuovo, dall’altro orientarsi alla rieducazione del condannato ed al suo reinserimento sociale, cosi come prevede nello specifico il famoso articolo 27 della nostra Costituzione, lo stesso che ha fatto aprire il dibattito sulla costituzionalità dell’ergastolo nel nostro ordinamento.
Ebbene possiamo concludere che la situazione attuale dimostra come entrambi gli scopi siano inattuati: la pena come deterrente sembra non avere contribuito a ridurre la criminalità, che anzi aumenta soprattutto tra le fasce giovanili, come dimostrano i recenti casi di cronaca giudiziaria, mentre, d’altro canto, la pena come rieducazione non ha contribuito a reinserire nel contesto sociale i condannati che spesso, dopo avere espiato la pena, sono tornati a delinquere.
Quale allora la soluzione? Adottare anche noi il sistema olandese? Sicuramente la strada da seguire è quella delle pene alternative, anche e soprattutto per concentrare le risorse sulla punizione dei reati più gravi e non affidarsi solo alla privazione della libertà per combattere i reati e le devianze in genere. Ciò che manca e che invece è necessario è la crescita di un sistema parallelo che investa nell’istruzione, nei centri di recupero, nei programmi di reinserimento sociale, nell’aiuto alle fasce più deboli, nel potenziamento del sistema giudiziario e del personale carcerario. Investire i soldi pubblici nella maniera giusta costituisce il presupposto imprescindibile per poter ridurre il sovraffollamento carcerario e, allo stesso tempo, garantire la funzione preventiva e rieducativa della pena.






