La distrazione degli osservatori
di Giuseppe Moesch-
Stanno tutti in trepidante attesa del discorso che “Trump il Magnanimo”, pronuncerà a Davos davanti al mondo e in diretta ai loro rappresentanti, esclusi quelli della Danimarca che hanno preferito non presenziare.
A dire il vero la cosa non mi desta particolari emozioni, ché ormai il non premio Nobel per la Pace ci ha abituati a coup de théâtre continui e non sempre particolarmente riusciti.
La cosa che invece mi spinge a questa mia riflessione è la constatazione dell’assenza di manifestazioni di dissenso interno agli Stati Uniti, e l’assenso a questa mancanza da parte di tutti gli amici della democrazia statunitense.
Da Gaza al Venezuela, dall’Iran alla Groenlandia, abbiamo assistito alla costante politica di aggressione a cui non eravamo più abituati dai tempi dell’invasione dell’Iraq.
Abbiamo pensato per anni, agli USA dal secondo dopoguerra, come ai gendarmi dell’occidente, ed abbiamo accettato nell’interesse generale che comportamenti poco ortodossi fossero il corollario necessario alla tutela che veniva offerta.
Non amo le teocrazie, quale che sia la divinità che le guida compresa quella laico comunista, credo nel diritto dei popoli nell’autodeterminazione e credo anche che, in caso di pericolo, sia indispensabile la salvaguardia dei nostri valori, ed in nome di questi valori tollero scelte interventiste che possano evitare danni assai maggiori.
Tuttavia, appare singolare notare che tutti i paladini dei diritti internazionali violati (ma quando mai sono stati rispettati), non abbiano notato che tutta la massa dei democratici che hanno appoggiato Biden appena un anno fa, non abbiano speso le stesse energie, le stesse risorse per protestare, almeno formalmente contro quei soprusi, e non abbiano incitato le popolazioni studentesche e tutte le minoranze che li avevano sostenuti a scendere in piazza.
Il fatto è che le elezioni servono alla possibile sostituzione dell’élites al potere, mentre le azioni poste in essere da Trump sono apprezzate da tutti gli schieramenti che vedono in quei gesti l’affermazione del super uomo della frontiera americana, che replica le stesse azioni agite negli ultimi cinquecento anni.
Gli acquisti di territori, come il Texas, il Nuovo Mexico, la Florida, o l’Alaska da stati colonialisti quali la Spagna, il Portogallo, la Gran Bretagna, o la Russia, sono l’esempio più eclatante a cui l’homo nordamericanus guarda con convinta partecipazione; ci troviamo di fronte alla prosecuzione di una politica espansionistica che non ha mai smesso di spronare lo spirito di massimizzazione del benessere degli abitanti di quella nazione.
Mentre sembra esserci una pausa sulle mire sul Canada, questa volta tocca alla Groenlandia, che a seguito del progressivo scioglimento dei ghiacci è divenuta di crescente importanza, non solo per le rotte commerciali, ma anche per le possibilità di sfruttamento delle risorse presenti nel sottosuolo, tra le quali terre rare e petrolio.
Certo che quelle risorse fanno gola a tutti i principali attori mondiali, e quindi appare altrettanto chiaro che l’interesse degli USA per il loro controllo sia considerato strategico, e la difesa di quell’interesse appaia vitale, e che questa valutazione sia condivisa da tutti i magnati di qualsivoglia parte politica.
Nella stessa direzione si muovono le attività svolte in Venezuela ed in Iran.
Con buona pace degli estimatori della politica Green come oggi concepita, i carburanti fossili continuano ad essere al centro della crescita economica; le scelte demagogiche stanno vivendo un periodo di forte revisione e per molti anni continueremo ad utilizzare quelle materie prime, con la conseguente necessità di poterne controllare il flusso e l’approvvigionamento.
La famiglia Rodriguez in Venezuela ha compreso il messaggio, agevolando la transizione verso un nuovo periodo di sfruttamento del prezioso oro nero sceso a produzioni marginali pur essendo quel Paese il detentore delle più grandi riserve al mondo di quella risorsa.
La detronizzazione di Maduro non è stata fatta in nome della libertà o della democrazia, ma della sola possibilità di accedere a quei beni che sembravano persi per gli USA, nella più completa soddisfazione bipartisan.
Anche gli interventi in Iran vanno nella stessa direzione: controllo sul nucleare, e riduzione del terrorismo dei vari gruppi, Hamas, Hezbollah, Huthi e tutte le altre fazioni tese a sterminare Israele, gli unici oppositori in medio oriente all’espansione di forme oscurantiste di gestione del potere politico.
I progetti su Gaza per la ricostruzione sono un altro dei business gradito in maniere uguale da tutti gli investitori nord americani.
E mentre l’Europa si gingilla con l’appoggio o la ribellione alla politica di Trump, con conati che vanno dal ridicolo al farsesco, basti pensare ai dazi che verranno pagati dagli stessi americani per prodotti a domanda estremamente rigida, e alla presenza di un gruppo di boy scout di varie nazioni che non farebbero impressione nemmeno agli Inuit residenti, tanto che la Germania ha deciso di ritirarli.
L’Europa non esiste come entità politica.
Avrebbe le carte in regola se bon ci fossero tante galline starnazzanti convinte di essere le destinatarie dell’eredità del Sacro Romano Impero.
Popolazione numerosa, risorse imponenti, economie fortissime, peraltro anche abbastanza integrate, deterrente militare, si pensi alle armi atomiche; se tutte quelle potenzialità fossero integrate e se all’interno di ogni singolo stato non ci fosse una sterile e provinciale politica tesa al raggiungimento del piccolo potere locale, ci sarebbe la possibilità di contrastare un presidente a cui è permesso di esprimere posizioni da guitto che favorisce senza sforzo il proprio paese con l’appoggio di una non opposizione che guarda ai propri interessi e non spera nel fallimento dei propri competitori.
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