L’Italia che manda via i nostri figli
Un’ingiustizia senza scampo-
di Luigi D’Aniello-
Il nostro rimorso di genitori diventa peso sul cuore, mentre guardiamo quei giovani che, laureati e pieni di speranze, arrancano in Italia tra promesse vuote e illusioni di un futuro migliore, svanite ancor prima di arrivare. Si trovano a vivere un confronto con un sistema che favorisce le false opportunità, tirocinî sottopagati e stipendi miserabili, anche di cinquecento euro al mese, senza contributi, senza pensione e senza prospettive. È come se il nostro Paese, invece di valorizzarli, si avvelenasse di un silenzioso j’accuse, lasciandoli fuggire all’estero, lontano da casa, per trovare un barlume di dignità.
E pensiamo con profondo dispiacere alla classe politica, spesso imbelle, che con le sue lobby e con le sue resistenze ha contribuito a questa diaspora, spianando il cammino a chi, decide di andare altrove. Perché, in Italia, il merito resta spesso un peso, un’ombra, mentre l’opportunità di crescere scivola tra le dita di chi preferisce mantenere lo status quo.
Ricordo una proposta di Pier Luigi Bersani, allora ministro dello Sviluppo Economico e vice presidente del Consiglio, che forse avrebbe potuto cambiare le regole del settore farmaceutico. La sua idea era di liberalizzare il numero chiuso delle farmacie, superare i limiti imposti dalla legge, favorire l’ingresso di nuovi operatori e abbattere i soggioganti concorsi pubblici. La sua intenzione, abbastanza semplice nel motto, era di aprire il mercato a più concorrenza, migliorando così i servizi e riducendo i costi per i cittadini.
Purtroppo, i potentati e le associazioni di farmacisti, timorosi di perdere privilegi e rendite di posizione, bloccarono il progetto. La politica si arrese, mantenendo un equilibrio che favoriva pochi e penalizzava tutti gli altri. La liberalizzazione venne rallentata, le porte sbarrate, e tutto tornò come prima: un sistema che favorisce le convenienze, e non i cittadini.
Un giovane laureato in farmacia che conosco, è il simbolo di questa crisi di senso e di opportunità. La sua formazione, che avrebbe dovuto spalancar le porte ad un domani di successi, si scontra con un mercato che lo schiaccia: stagisti sfruttati al limite della legalità, stipendi da fame, zero futuro e un sogno di stabilità che si spegne presto. Così, cercando un riconoscimento, un rispetto che qui non trova, è partito per la Germania. Là, le leggi tutelano i lavoratori, i salari sono più dignitosi e la speranza di una vita stabile sembra ancora possibile.
E noi ci chiediamo: che senso ha questa migrazione forzata? È il fallimento di un sistema che non sa premiare il merito portando in auge, invece, gli interessi di pochi e mette in ginocchio le speranze di tanti.
L’Italia, grande culla di menti brillanti e di voglia di fare, sembra preferire il conservatorismo, la burocrazia e la mediocrità. E così, i nostri giovani, invece di restare e contribuire al progresso di questa terra, sono costretti a cercare fortuna altrove, portando via con sé il bene più prezioso: il loro talento, il loro futuro, la speranza in un domani migliore.
E ci chiediamo: quale Italia lasciamo ai nostri figli? Quanta beatitudine nel vedere i talenti che germogliano altrove, mentre qui si bruciano le possibilità di crescita!
Forse la strada da seguire non è semplice, ma bisogna cercare di creare un sistema che valorizzi il merito, che tuteli chi si impegna, che dia una vera prospettiva di futuro. Perché non si può più accettare che il sogno di un’Italia migliore resti un miraggio. La grandezza di una nazione si misura dalla capacità di investire nelle sue future generazioni, non di lasciarle partire, come un ponte rotto tra passato e futuro.
È ora di cambiare rotta. È tempo di voltare pagina, di rimediare ai danni fatti e di restituire ai nostri ragazzi il rispetto e il merito che meritano. Ricordiamoci: il vero patrimonio di un Paese sono i suoi giovani. E chi parte, porta via anche un pezzo di noi.







