Il caso Minneapolis: se questa è democrazia
Minneapolis è una città degli Stati Uniti d’America, città principale del Minnesota. Potrebbe confondersi con tante altre città dell’immensa America del Nord, se non fossebalzata agli onori della cronaca per un nuovo fatto che ha avuto risonanza globale. Non a caso uso la parola nuovo, perché non è il primo.
Ricordiamo, tutti, infatti, come il 25 maggio del 2020 l’afroamericano George Floyd venne soffocato dopo che l’agente di polizia Derek Chauvin aveva premuto il ginocchio sul suo collo per oltre nove minuti. Da quel fatto di cronaca ha avuto origine il movimento globale
Black Lives Matter (letteralmente Le vite dei neri contano) e lo stesso agente è stato condannato nel 2021 a 22 anni e sei mesi di carcere per omicidio.
Nel 2022 ha ricevuto un’ulteriore condanna federale a 21 anni per violazione dei diritti civili. In genere si dice che la storia è maestra di vita e
che studiare la storia aiuta a non commettere gli errori del passato. Invece eccoci al nuovo fatto di cronaca: sempre a Minneapolis l’8 gennaio 2026 è stata uccisa la trentasettenne statunitense Renee Nicole Good da un agente dell’ICE (agenzia federale per l’immigrazione).
Unico fatto certo è che, durante una protesta contro un’operazione antimigranti, Good era a bordo della sua auto. La dinamica del delitto, infatti, vede due versioni contrastanti a confronto: un video mostra l’agente sparare tre colpi attraverso il finestrino, mentre la donna tentava lentamente di allontanarsi; il governo federale, ovvero l’amministrazione Trump, accredita di converso la tesi della legittima difesa da parte dell’agente, che avrebbe sparato per non essere investito dalla retromarcia azionata dalla donna.
Quest’ultima, poi, viene definita una terrorista interna, che voleva attaccare l’ordine costituito tentando di investire i tutori della legge. Al contrario, il sindaco di Minneapolis ha condannato duramente l’accaduto e diversi media hanno evidenziato come i video non confermino la minaccia imminente per la vita degli agenti, tanto da innescare una reazione così fredda e a bruciapelo. L’evento, inoltre, ha scatenato ondate di proteste in diverse città degli Stati Uniti contro le politiche federali sull’immigrazione.
L’America è sicuramente un grande Paese e come tale è pieno di risorse e di altrettante contraddizioni. Mentre nel nostro Paese discutiamo di sicurezza, di certezza della pena, di deterrenza delle norme, ma, al tempo stesso, siamo profondamente garantisti e ci avventuriamo ad interpretare i limiti in cui è consentita la difesa, che non sempre è legittima, nell’ordinamento americano la legge sembra essere quasi un
optional, piegata come è alla convenienza del momento e costretta ad obbedire alle esigenze della politica. Solo in questa ottica può giustificarsi come, negli Stati Uniti d’America, vi sia una grande diffusione di armi anche tra i comuni cittadini e sia considerato legittimo uno strumento punitivo come la pena di morte, che nel nostro ordinamento è ripudiato per l’evidente finalità antieducativa e considerato retaggio di una civiltà medievale.
Perché uccidere chi uccide per dimostrare che non bisogna uccidere?
Così nel 1764 argomentava Cesare Beccaria, nel suo famoso testo “Dei delitti e delle pene”, ma forse è troppo perché venga fatto proprio dai nostri amici del Nuovo Mondo. Nel suo saggio illuminista, l’autore sosteneva che la pena di morte non è un deterrente efficace, è contraria al diritto naturale e rende lo Stato un assassino, replicando il crimine. Anche la tortura veniva considerata assurda e controproducente per accertare la verità.
Le leggi, invece, devono essere semplici, pubbliche e conosciute da tutti, evitando l’arbitrio dei giudici. Sembra che stiamo parlando lingue diverse, non solo nella forma ma anche nei contenuti.
Nel Settecento Beccaria già si preoccupava di evitare l’arbitrio dei giudici, anticipando poi il nostro ordinamento penale, che sulla carta dovrebbe garantire la parità tra accusa e difesa nel cosiddetto giusto processo.
Nel caso di Minneapolis, invece, abbiamo fatto un grande salto indietro: non è necessario alcun processo, le garanzie democratiche sono un inutile orpello, un fastidioso impedimento burocratico. I cittadini devono difendersi dall’arbitrio di semplici agenti, investiti di una missione salvifica, senza neanche il pretesto di potersi definire giudici.






