Morire senza un perchè

di Michele Bartolo-

Il nuovo anno purtroppo non è iniziato nel migliore dei modi, anzi forse peggio di così non poteva iniziare. Non mi riferisco solo al tragico caso di Crans Montana ma a quanto avvenuto il 04.01.2026 a Bologna, dove il giovane capotreno Alessandro Ambrosio, di soli 34 anni, veniva ucciso a freddo ed alle spalle  nell’area dipendenti della stazione centrale da un cittadino croato senza fissa dimora, Marin Jenelik, con precedenti specifici. Il caso è particolarmente raccapricciante perché non è dato conoscere il movente di un simile delitto, che sembra quasi avvenuto per caso. In realtà, la tragica fine del capotreno riapre il dibattito su tante e varie questioni rimaste irrisolte, nonostante l’attuale esecutivo abbia sempre avuto quale bandiera della propria politica la sicurezza dei cittadini e il contrasto all’immigrazione clandestina.

Le riflessioni e gli interrogativi che pone un simile omicidio sono molteplici: vi è un serio problema di sicurezza sui posti di lavoro, come testimoniato dalla manifestazione dei colleghi della vittima successivamente all’atroce delitto; vi è poi, non secondario, il problema sociale legato alla gestione dei senzatetto e appunto ai sistemi di controllo ed espulsione dei soggetti pericolosi o di immigrati con precedenti, come nel caso in esame. Sicuramente le stazioni ferroviarie sono spesso teatro di degrado e criminalità e sarebbe sbagliato bollare quanto accaduto come un caso isolato.

Per ricordarcelo, infatti, basti pensare ai crimini commessi qualche giorno fa alla stazione ferroviaria di Roma Termini, dove vi sono stati altri due pestaggi senza apparente motivo, con un funzionario di 57 anni del Ministero delle Imprese ricoverato in condizioni gravissime dopo aver subito una proditoria aggressione da parte di un giovane tunisino. Sicuramente va resa più efficiente la macchina legislativa e creato un sistema efficace di controllo della immigrazione, ma il problema non può dirsi confinato solo agli stranieri o agli immigrati. La morte di Ambrosio ha generato dolore e solidarietà, ma anche rabbia e richieste di risposte concrete da parte delle istituzioni. Per tornare al caso specifico, vi è stata subita una immediata conseguenza: una giovane collega di Alessandro ha richiesto di essere trasferita ad uffici amministrativi e non salire più a bordo dei treni.  Anche lei, capotreno come Alessandro, racconta che ogni capotreno ha vissuto almeno un paio di episodi di violenza sulla propria pelle. Pugni, spinte, sputi.

Tutto questo a volte accade solo perché si è chiesto di poter controllare un biglietto a chi non lo possedeva e per questo si viene puniti o si innesca un meccanismo che porta alla vendetta.  La giovane capotreno si chiama Silvia, ha una figlia piccola e non sentendosi tutelata preferisce ora cambiare mansione, dedicarsi alla gestione dei mezzi, per comprensibile umana paura di rischiare più del lecito solo per fare il proprio lavoro. Il problema, come dicevamo, non è isolato e non è solo causato dallo straniero di turno.

L’assassino di Alessandro è uno dei tanti violenti che quotidianamente salgono a bordo dei treni e circolano senza controlli nelle stazioni. Il croato, infatti, era già stato fermato e fatto scendere da un treno. Ma, come è noto, un capotreno o un controllore non ha il potere di far scendere gli individui molesti, dovendosi sempre rivolgere alla polizia ferroviaria e chiederne il necessario intervento, che ovviamente non può essere sempre garantito con la opportuna tempestività.

Il cuore del problema è allora probabilmente questo: da un lato, serve un maggior presidio delle forze dell’ordine soprattutto nelle aree a rischio, quali sono oggi le stazioni ferroviarie e luoghi limitrofi; dall’altro, la legge deve essere efficace, le regole devono essere applicate per essere rispettate e quindi bisogna continuare stancamente a pretendere la certezza della pena. Senza il combinato disposto di questi indispensabili interventi, chi sbaglia raramente sarà chiamato pagare e difatti le facce sono sempre le stesse. Basta guardarsi intorno per capire che non succede mai nulla dopo lo sdegno, nell’immediatezza, quale reazione emotiva al delitto di turno.  Infatti, la maggior parte dei trasgressori crede di poter fare  quel che vuole, si sente impunita e se non si vincerà questa convinzione nulla cambierà, ma dovremo prepararci, purtroppo, ad altri inevitabili casi di cronaca nera.

                                             

 

 

Michele Bartolo

Avvocato civilista dall'anno 2000, con patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori dal 2013, ha svolto anche incarichi di curatore fallimentare, custode giudiziario, difensore di curatele e di società a partecipazione pubblica. Interessato al cinema, al teatro ed alla politica, è appassionato di viaggi e fotografia. Ama guardare il mondo con la lente dell'ironia perché, come diceva Chaplin, la vita è una commedia per quelli che pensano.

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