Dieci anni fa moriva David Bowie
di Carlo Pecoraro-
Come sarebbe stato il mondo senza la sua musica?-
Quando nel 1981 al cinema arriva “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” si aprono le porte di un decennio che cova sotto le ceneri degli anni Settanta, una vera apocalisse. Eccessi, edonismo e consumismo, sono la benzina di una cultura pop, che mette in primo piano il culto dell’immagine mentre la tecnologia esplode tra le mani degli adolescenti. Sono gli anni dell’eroina, che il libro di Kai Hermann e Horst Rieck, prima ancora del film diretto da Uli Edel, racconta molto bene parlando della vera storia di Christiane Felscherinow. Una vita fatta di abusi familiari, tossicodipendenza e prostituzione giovanile. Il libro esce nel 1978, ed è un pugno nello stomaco. L’anno prima David Bowie aveva pubblicato il secondo album della famosa trilogia berlinese, “Heroes”. Un disco cult che finisce dritto nelle pagine del libro – Christiane scopre l’eroina proprio a un live di Bowie – e subito dopo nella colonna sonora del film. Quella musica disegna i contorni di un’epoca. Bowie urla: “We can be Heroes, just for one day”, eroi solo per un giorno ed è lo stesso urlo che Neil Young canta, un anno dopo nel suo travolgente inno rock “My My, Hey Hey (Out of the Blue)” quando dice senza mezzi termini: “It’s better to burn out than to fade away”, meglio bruciare subito che lentamente.
Oggi sono dieci anni che David Bowie non c’è più. Un tempo infinito. Sulla sua storia ci sono libri, documentari, film, articoli. E a Salerno c’è stata anche una bellissima mostra organizzata da Tempi Moderni a Palazzo Fruscione che ne ha celebrato il mito attraverso le foto di Masayoshi Sukita, “Stardust Bowie by Sukita”. Era il 2020. Al Teatro Ghirelli, “Mister Fantasy”, Carlo Massarini, tenne una formidabile lectio sulla carriera del Duca Bianco, “Bowie to Bowie”. Era il 17 gennaio. Lo scorso 8 gennaio David Bowie avrebbe compiuto 79 anni. Era nato a Londra nel 1947, diventando l’artista che ha cambiato la storia del rock. La casa editrice Hoelpi celebra questo anniversario con un libro firmato dal giornalista e critico musicale, Paul Morley: “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” un volume, come scrive il collega Vittorio Pio sulle pagine di Suono.it, che “oltrepassa il concetto della biografia lineare e ortodossa, per creare invece uno spazio privilegiato di osservazione di una parabola artistica talmente unica da creare una categoria a sé”.
Ma cosa sarebbe stata la musica senza David Bowie? Ecco, oggi è l’unica domanda possibile che riesco a farmi e fare a chi ci legge. Con quanto ritardo il Mondo avrebbe affrontato quelle metamorfosi culturali che siamo riusciti a vivere grazie a questo “alieno”. Senza di lui, sarebbe stato un mondo sicuramente più triste. Piatto. Lineare. Conservatore. E’ lui che ci ha insegnato a cambiare maschere. Da Ziggy Stardust al Duca Bianco all’era berlinese. A ogni suo picco massimo, lasciava, uscendo da quella confort zone del successo per rendendosi nuovamente libero e mettersi in marcia verso una nuova ricerca, una nuova sperimentazione. E farlo senza rimpianti, senza alienazione. Una lezione di altissimo valore. Ecco, senza David Bowie, molti musicisti avrebbero avuto paura di reinventarsi, di farlo con quella capacità radicale che metteva nei suoi cambi di direzione. Un modello anche per le nostre vite più basiche. E ancora, l’identità di genere. Quella sessualità che oggi chiamiamo “fluida”, Bowie l’ha incarnata e portata sul palcoscenico quando era rischiosissimo farlo. Senza di lui, il pop e il rock avrebbero probabilmente impiegato molto più tempo ad accettare la diversità come una ricchezza, come qualcosa di affascinante, come qualcosa da non nascondere. Tantissimi artisti sarebbero rimasti cuciti a forza dentro le loro vite ordinarie senza avere il coraggio di tirare fuori il loro glamour.
Certo anche altri artisti hanno avuto il coraggio di osare. Penso a Bob Dylan quando elettrificò la sua musica uscendo, nel 1965 con l’album “Bringing It All Back Home” o a Miles Davis, che sconvolse il mondo quando portò il jazz a interagire con il rock pubblicando l’ipnotico “Bitches Brew” nel 1969. Ma queste sono altre storie sonore, lontane da quella capacità di Bowie di frullare di tutto. Quella grande forza di giocare con i generi musicali mettendo, a servizio dei suoi racconti, il rock, il soul, il punk, l’elettronica, il funk, il krautrock, l’ambient, la new wave. Senza Bowie, forse, questi mondi sarebbero rimasti distanti ancor prima che distinti e separati. Condividere, mischiare, rendere promiscuo, eccolo il valore della sua ricerca. Un artista totale. Pittore, scultore, video artista, regista, attore. Con Bowie la musica ha imparato che si può essere alieni, fragili, eleganti, oscuri, pop e sperimentali allo stesso tempo. Non ha solo influenzato artisti: ha insegnato loro come si può essere artisti. Che è molto di più.
Ed è da questo assunto che ritorniamo alla domanda di partenza: Cosa sarebbe stata la musica senza David Bowie? A metterli in colonna sarebbero molti. Provo ad andare in ordine sparso. Lou Reed, con il quale Bowie ha avuto un bellissimo dialogo creativo. E’ lui a produrre “Transformer” amplificando quell’estetica decadente. Certo, l’influenza è reciproca, ma Bowie – insieme a Andy Warhol – ha aiutato Lou Reed a diventare una icona pop. Un altro che deve molto a Bowie è sicuramente Iggy Pop. Il suo debutto da solista porta la firma del Duca Bianco. “The Idiot”, “Lust for Life” senza Bowie non avrebbero avuto quel suono freddo, ossessivo e alienato tipico dell’Iggy anni ’70. Freddie Mercury, e siamo nel pianeta Queen, ha sempre riconosciuto Bowie come riferimento per libertà scenica e identità. “Under Pressure” non è solo una collaborazione: è uno scambio artistico profondo. E poi c’è un signore che si chiama David Byrne che fu letteralmente catturato dai suoni di “The Idiot” tant’è che insieme a Brian Eno, nell’album “Remain in Light”, sperimentò tantissimo. Ascoltatevi “Once in a Lifetime” e ditemi se non ritrovate Bowie. E ancora, i Joy Division, Ian Curtis era un grande fan di Bowie, soprattutto della fase berlinese e dunque da lì mutuò quel minimalismo emotivo. I Depeche Mode non sarebbero esistiti senza il Bowie elettronico di “Low” o “Heroes”.
E ancora, Trent Reznor il fondatore della band americana Nine Inch Nails ha sempre dichiarato che Bowie è stato un suo punto di riferimento. Così come Kurt Cobain, che ne ammirava la capacità di essere pop e disturbante allo stesso tempo. Ma ad ascoltare “Ok Computer” dei Radiohead si capisce benissimo che Thom Yorke ha David Bowie come modello. Il glam bowiano invece lo si rintraccia negli atteggiamenti scenici di Billy Corgan, frontman degli Smashing Pumpkins.
Cose più recenti. Alex Turner voce e polistrumentista della band inglese Arctic Monkeys, ha assorbito molto della fase elegante e narrativa di Bowie, soprattutto negli ultimi album. Un glam più moderno, melodie epiche, estetica anni Ottanta dichiaratamente bowiana e quella dei The Killers; così come i Muse, che pescano nel Bowie più teatrale e apocalittico; i Placebo quelli più vicini al Duca Bianco: ambiguità di genere, malinconia, glam oscuro. Bowie ha persino cantato con loro.
Chiudo con un rapido passaggio in Italia. Senza Bowie non ci sarebbero stati Renato Zero e Alberto Camerini. Il glam, l’identità fluida, la centralità della performance sono tutti elementi che mutuano da quella storia. E prima di dire ai più giovani che anche i Måneskin e Achille Lauro devono tutto a quel signore inglese, anche il rock anni Novanta made in Italy paga dazio a lui. Diaframma, Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, Bluvertigo e anche un certo Giovanni Lindo Ferretti credo debba molto al Duca così come l’eroina rock italiana, Angela Baraldi: ascoltatevi la sua versione di “Heroes” e poi ne parliamo.
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