Vivere la Storia: i Saraceni
di Gaetanina Longobardi-
È l’837 quando un corpo di spedizione araba sbarca a Napoli per una trattativa straordinaria. I predoni saraceni sono i protagonisti nei secoli IX-X di un vero e proprio assalto all’Europa cristiana condotto proprio nel momento in cui da altre parti si scatenano analoghi attacchi degli Ungari e dei corsari vichinghi.
Nell’VIII secolo, gli eserciti franchi hanno arginato l’impeto musulmano e respinto l’Islam al di là dei Pirenei. Ma il mare resta libero. Dalla Spagna e dal Maghreb, pirati musulmani si spingono fino alle isole del Mediterraneo occidentale, occupando le Baleari, la Corsica, la Sicilia e da questi avamposti si lanciano in scorrerie che devastano tutte le coste cristiane.
Eppure, il Sud della penisola italica crea un tragico centro di luce. Non c’è ordine nella varietà dei singoli episodi perché si alternano a creare tanti effetti sovrapposti di furore e desolazione. Sulle coste della Campania, le paure si trasformano in scelte scellerate.
Da un lato, il principato di Benevento sottoposto all’egemonia delle forze franche, circonda il ducato di Napoli. Il principe beneventano Sicardo pregusta le prede ambite di Napoli e Salerno.
Dall’altro lato, il duca di Napoli Andrea che fatica non poco per poter resistere all’assedio di Sicardo. Anche Andrea non è indipendente: è sotto l’egemonia dei bizantini.
Il cambio implacabile avviene grazie alla scelta di Andrea di impartire una lezione al principe di Benevento. Decide di chiedere l’aiuto dei Saraceni contro Sicardo e sfruttarli a proprio vantaggio. Il duca di Napoli, però, ignora che con i saraceni non c’è lotta. La fuga è l’unica soluzione. Le profanazioni sono infinite negli sbarchi fulminei sulle coste e le capacità di assalire persino i monasteri arroccati sulle montagne. Legarsi a questo popolo significa distruzione.
Le maglie del destino possono diventare gigantesche o infilarsi come minuscole perle su di un pezzo di filo dal colore intenso.
Dunque, ecco arrivare nel porto di Napoli i Saraceni, mentre i segnali di Castel dell’Ovo sono interpretati con rapidità. Le navi saracene di popolazioni islamizzate, ma non di sangue arabo, entrano con un ritmo musicale che al contrario delle aspettative napoletane trasmette calma. Si dividono in gruppi ordinati e eseguono una danza sull’acqua, il golfo si riempie di musiche di strumenti a corda e le melodie passano da una nave all’altra formando canti che seguono i rebab colorati da lunghe gocce di tinte striate. L’attracco della nave militare più grande porta sulla banchina napoletana il generale saraceno che scuote il panorama percepito.
I pirati circondano il comandante, uno scudo umano che è oltrepassato dal magnetismo di occhi allungati, l’aura possente di un ragazzo che gioca con le prede. I lunghi capelli neri poggiano sul caftano rosso aperto sul petto, la bellezza provoca un senso di gelo fra quelli che lo fissano troppo a lungo, l’agonia è l’incapacità di smettere di guardare.
Il comandante arabo entra nella sala del trono e il duca Andrea tamburella le dita sul trono per calmare l’ansia. La figlia Euprassia gli lancia occhiate di puro odio e ancora non gli perdona l’assassinio del precedente duca, suo marito. Il genero Leone non si dimostrava degno del ruolo di sovrano, non c’era stato tempo di avvertire la figlia e dopo sei mesi Andrea era diventato il nuovo duca. Il potere è l’appagamento alle trame che ordisce, tenere a bada nemici, amici e familiari lascia poco tempo per altro. A stento beve vino mielato perché deve rimanere sempre lucido e pretende la presenza di un servo fidato che lo segua con la spada sguainata posta su di un cuscino a breve distanza dalla spalla sinistra. La decisione contro Sicardo utilizzando pirati musulmani lo fa fremere e l’abitudine di voltarsi a controllare la spada diviene incessante.
Dopo l’accordo economico siglato dal segretario napoletano, Andrea espone con forza la sua volontà. Troppo è il desiderio di vincere che a malapena contiene l’eccitazione: «Distruggete l’esercito di Sicardo che assedia Napoli! Vi ordino di recuperate le reliquie che il folle Sicone ha rubato per portarle a Benevento!»
Il comandante saraceno scuote la testa con decisione: «Nel piano generale viene prima Amalfi! È il corridoio per piegare Salerno, la conquista parte dalla Costiera Amalfitana».
Il duca non replica mentre traccia l’immagine della celebre costa, l’abbagliante esempio perfetto di armonia commerciale, l’unica tra le città di Sorrento, Salerno o Capua a guardare senza timore Napoli, indifferente alle storiche liti della Chiesa di Roma e l’evangelizzazione di Costantinopoli. La forza di un legame dall’influenza europea e oltre, occorre interpretare l’ottica di una città dal prestigio universale che regge lo sguardo e alza il volto a salutare chiunque entri nelle sue acque.
La mia visuale si interrompe quando arriva l’orario di chiusura della biblioteca e io sorrido delle mie fantasie: mi permettono di vedere gli eventi. Nella sala consulenze sono rimasta l’unica e metto il rossetto di nuovo. Ho l’abitudine di toccare le labbra mentre scrivo al computer e gli effetti sono segni rossi sulla tastiera come cesure, piccoli intervalli nella realtà che il Medioevo non permette. Le sovrapposizioni cronologiche sono inevitabili perché la storia non conosce divisioni.
Socchiudo gli occhi e mi dispiace lasciare la biblioteca. Mi capita spesso di desiderare una notte trascorsa tra i corridoi dei libri antichi. Ogni cosa diventa un letto, gli scaffali pieni di volumi, i lunghi tavoli di legno chiaro che ricevono la luce da piccole lampade verdi, la scala per accedere al piano superiore.
Diviene possibile vivere i momenti dell’accordo tra il ducato di Napoli e gli incursori saraceni. È un’espansione costante degli eventi, grazie alla ricerca, alle fonti, allo studio. Alessandro Manzoni osserva che la vera arte nasce dalla rappresentazione della realtà.
«L’immaginazione non contrasta la verità storica, piuttosto la arricchisce» commento ad alta voce e accarezzo di nuovo il computer. Un nuovo segno rosso sulla tastiera e io sorrido mentre riprendo il materiale d’archivio che mi permette di vedere la parte esatta che amo di più.
Pubblico dominio. Treacherous attack by Saracens, Chroniques de France ou de Saint Denis, Royal 16 G.VI, f.442, second quarter of 14th century






