Emiliano Aiello alla Fondazione De Chiara De Maio
di Sergio Del Vecchio-
Martedì 13 dicembre, presso la Fondazione De Chiara De Maio si è tenuta il vernissage della mostra di Emiliano Aiello “Itaca non è mai esistita” a cura di Valerio Falcone.
L’artista e architetto napoletano, finalista al prestigioso Arte Lugana Prize, vincitore del Yicca Art Prize, riconoscimento internazionale per artisti contemporanei, descrive il suo processo creativo come una battaglia determinata da conflitti interiori, che comporta un continuo alternarsi di applicazione e rimozione di colori per dare forma a un’idea manifesta attraverso un mondo latente, alla ricerca finale di un equilibrio cromatico per trasmettere un messaggio universale di vita secondo la propria interiorità.
La mostra allestita presso la fondazione a Solofra si presenta come un vorticoso gioco di colori e forme, presentando affinità con l’espressionismo astratto americano, con gli espressionisti tedeschi e con la transavanguardia italiana. Ne parliamo con l’artista.
Come avviene il tuo processo di creazione, è una forma d’arte che hai già dentro o si delinea man mano che crei?
Il processo di creazione nasce sempre da uno stimolo interiore, cioè cosa in quel momento hai bisogno di dire, di esprimere, che tipo di conflitto devi mettere in scena. Io prendo il supporto, vuoi che si tratti di carta da parati, vuoi che si tratti di un foglio di tela grezza, oppure di un pannello di legno, poi in qualche modo faccio partire automaticamente la mano e dopo cerco di comprendere cosa sta affiorando e poi lo inseguo. Inseguo quell’immagine che piano piano affiora dalla mia interiorità.
E’ un altalenare di mettere colori, levare, mettere colori, levare.
E in questo, diciamo, altalenare di fare e distruggere, solve et coagula, che poi resta imbrigliato quello che sarà poi un vero e proprio lavoro finale. Quindi è una vera e propria battaglia determinata da conflitti interiori, possiamo dire.
Dunque tu non sai, inizialmente, come evolverà ciò che inizi a creare?
Diciamo che c’è un aspetto manifesto, cioè un’idea, come quella appunto di “Itaca non è mai esistita” e un aspetto latente. Quindi è dare forma a quell’aspetto manifesto attraverso un mondo che è latente.
Quale importanza hanno i colori, cioè determinati colori, per te?
Per me hanno un’importanza fondamentale per il raggiungimento di un equilibrio che io vedo. Se quell’equilibrio non è raggiunto, quell’equilibrio cromatico, dico, per me il quadro non è finito. Infatti ci sono quadri che sono durati anni, come per esempio questo, iniziato nel 2017 e finito nel 2024. Quando penso di aver raggiunto l’equilibrio cromatico, dico che la mia opera, il mio lavoro è concluso. Quando non mi chiama più, quando non mi dice più “Vedi che io ho bisogno di altro”.
Qual è il tuo messaggio attraverso questo gioco di colori?
C’è un messaggio universale che vale per tutti quanti, – vivi secondo la tua interiorità-, altrimenti il viaggio lo fai a vuoto su questa terra. Il messaggio poi specifico dipende dal quadro.
E allora andiamo ad analizzarne alcuni…
Questo quadro, The Fighting Lights, si riferisce all’incontro di un essere umano con la luce. E’ la meraviglia e lo stupore che si ha nel momento in cui la luce non è solo fisica, ma anche quella interiore. Quando il tuo mondo interiore viene rischiarato dalla luce e l’aspetto più scuro, il “Mister Hyde” che è in te si ritira, in camera caritatis, si ritira nel tuo cuore e questo rappresenta questo momento particolare.
Per te il titolo dell’opera nasce subito oppure viene in un secondo momento rispetto alla sua realizzazione?
No, per me è un elemento importantissimo.
Vedo che oltre ad utilizzare diversi supporti utilizzi anche tecniche diverse sul supporto…
Sì. Per esempio, questo è un lavoro su gomma. Tra i vari supporti che utilizzo, tra cui anche la tela, però mentre la tela cede e quindi non mi consente di aggredirla, per farti capire, gli altri supporti, tipo forex, legno, carta da parati, spesso si prestano molto meglio.
Infatti anche dalla quantità di colore utilizzato si percepisce, diciamo, il momento di impeto. Però dicevo anche come tecnica utilizzi pitture diverse, perché in questo quadro per esempio io vedo che hai applicato questo colore d’argento…
Sì è così, io utilizzo anche della pittura spray, della vernice, come in questo caso.
La tua è una pittura gestuale?
La mia pittura è gestuale fino a un certo punto. Non mi basta. Inizia con il gesto e poi diventa un rincorrere l’equilibrio che io voglio raggiungere, però non è un equilibrio mentale, è un equilibrio interiore.
Vediamo insieme un altro quadro
Questo quadro si chiama The Pole, il palo. Si chiama così perché in qualche modo vuole raccontare di quanto sono importanti i limiti nelle nella creazione di una propria interiorità. Quanto i “no” aiutano a crescere più decisi.
Questo invece è quello che dicevi il più sofferto?
Sì, il più sofferto. Questo si chiama eh Funny Games, cioè giochi divertenti e vuole raccontare quanto i giochi divertenti degli adulti in realtà possono diventare dei veri e propri terremoti per i bambini che quindi casualmente, comunque, assistono a questi giochi divertenti.
Questo quadro comunque è un bel propulsore per tutto il resto della mia pittura, perché comunque racconta di un conflitto che continua anche adesso e che comunque è generatore di tanto, di sofferenza, ma anche di luce, di ombre e di luce. Perché poi l’accettazione di quella frattura poi ti fa andare avanti, il lavorare su quella frattura ti fa andare avanti.
Questo quadro si chiama Atto di Forza
In questo quadro ci sono due figure che in qualche modo si possiedono, si compenetrano, lo stare lì a determinare dove finisce l’amore, dove inizia la sessualità, diciamo così, è un limite che tu stenti sempre a riconoscere. Ogni volta che pensi di averlo riconosciuto, ti sfugge, perché è compenetrato e si compenetra.
Notavo che quando parli di un tuo quadro è come se effettivamente nella tua testa, nella tua mente, vedessi dei codici molto precisi, come se fosse una musica di cui tu leggi tutto lo spartito perfettamente.
Sì, è proprio così. Guarda, ti dico la verità, se guardi bene trovi anche delle forme, delle forme che tu riconosci, io però sono invece in un moto di costante ricerca, cioè mi perdo in questi colori, in questi movimenti, cioè vengo attratto da questo movimento.
Una delle cose che mi colpisce è poi il fatto che tu arrivi ad un punto finale in questa ricerca, perché si vede che ci sono costanti sovrapposizioni di colori. E alla fine trovi dei colori inaspettati, come questo rosa che fa da sfondo in questo altro tuo quadro.
Il rosa dovrebbe portare tranquillità. In realtà è una finta tranquillità. E’ un velo di tranquillità dove laddove c’è l’inferno sotto. E’ proprio questo arrivare a determinati colori che poi ti induce a riflettere e ci si comincia a dire “Ma perché è arrivato a questo?”. Questa infatti è una delle mie opere più sentite e più dolorose.
Questo invece si chiama The Every Man, l’uomo qualunque.
E’ sempre un mio autoritratto e l’eroicità, se mi consenti, delle persone qualunque come me, che alla mattina si devono svegliare, devono pensare a sbarcare il lunario, devono pensare ad accompagnare le bambine a scuola, insomma la quotidianità.
Per essere un ritratto non c’è una superficie continua, è sempre interrotta da continui graffi…
Questo quadro è nato leggendo uno dei miei autori preferiti, che è un autore che ormai è scomparso, si chiama Raymond Carver, uno scrittore americano fantastico, e lui scriveva quando la famiglia lo lasciava in pace. Volevo rappresentare quel mondo lì.
Chiaramente utilizzi strumenti tipo spatole, elementi contundenti, perché vedo che il colore è portato via anche di forza per tratteggiare la linea. In quest’altro quadro c’è invece una tensione erotica. E’ così?
E’ un uomo che anela ad entrare nella propria donna, nella donna che non considera propria, ma in realtà viene in qualche modo prima accettato e poi rifiutato. Quindi c’è questa battaglia sensuale e sessuale tra l’uomo e la donna, però non posso dire più niente perché l’erotismo è già risolto a livello psicologico.
Questo quadro invece si chiama “Tu non sai cos’è l’amore”.
In effetti se tu non vivi secondo la tua passione, finirai per morire. Morire di fatto, fisicamente, perché poi se non si vive secondo le proprie passioni anche il fisico si ribella.
Penso sia una chiusura perfetta, grazie a Emiliano Aiello per questo magnifico viaggio nel suo mondo.







